L’importanza della terra rossa
Al terzo turno sono arrivati in quattro, uno è già uscito [Korda] e agli USA non restano che Shelton, Fritz e Paul. Non sono pochi, ma non sono i favoriti. Per questo Sally Jenkins sul Washington Post
ha scritto che esiste una relazione tra l’assenza ai vertici di tennisti americani e la desuetudine a giocare sulla terra rossa. La sorpresa è che non si tratta [solo] di una faccenda tecnica. Ne fa una questione antropologica, anche politica.
Michael Chang nel 1989 spezzò un’attesa che durava dal 1955. Ma dopo Chang sono arrivati solo i due titoli di Jim Courier [1991-1992] e quello di Andre Agassi [1999]. Fanno altri venticinque anni di niente, neppure un finalista.
“Non farebbe male ad alcuni dei prodigi del tennis americano in cerca di comodità mettere le mani e i piedi nella terra, sentire la sensazione della polvere rossa mescolata al loro sudore. In Europa, non si limitano a questo. Quando sono ragazzini, devono anche sistemare il campo e ripulirlo. Ai ragazzi viene insegnato a prendersi cura dei loro panni sporchi”.
Oddio, qui si aprirebbe un dibattito, ma diamo per buona almeno la metà dell’affermazione che ai ragazzi americani non succede.
“Prendete un qualunque piccolo villaggio in una qualsiasi vecchia città con una guglia, e ci sarà un bambino che pulisce un campo in terra battuta. Per Novak Djokovic era un insieme di tre rettangoli color ruggine di fronte alla pizzeria dei suoi genitori, nella piccola località montana serba di Kopaonik, prima che venisse bombardata. Per Rafael Nadal si è trattato di cinque campi a Manacor, 42.000 abitanti nell’isola di Maiorca, dove è ancora possibile prenotare un campo per 16 euro. Quelli di Martina Navratilova erano al centro del villaggio di Revnice, dove affittarne uno costava 250 corone ceche, l’equivalente di 10 dollari, ma in cambio di 20 ore di volontariato e di manutenzione del campo, giocare era gratuito. Ognuno di questi futuri grandi è cresciuto preparando i propri campi da bambino perché è ciò che richiede la terra, un senso di lavoro comune”.
È la memoria di questi gesti avvenuti nel cuore dell’infanzia, secondo il Washington Post, a rendere gli europei più adatti degli americani alla terra. Dei circa 270.000 campi da tennis presenti negli Stati Uniti, la stragrande maggioranza è in cemento. La terra è limitata a una percentuale pari al 2-3% secondo i dati a disposizione di Brian Osterberg, CEO di RedClay USA.
“Se trovate un campo in terra battuta – dice Sally Jenkins – di solito ha un secolo e qualcuno ha dovuto lottare per evitare che venisse asfaltato, come il Riverside Park a New York City, che risale ai primi anni ’30. Perché i campi in cemento sono diventati la superficie americana preferita? Perché il rosso richiede manutenzione”.
All’editorialista del Washington Post pare di avere una conferma alla sua tesi dalla classifica di Cori Gauff, numero 3 al mondo, finalista al Roland-Garris nel 2022, cresciuta in Francia presso l’accademia di Patrick Mouratoglou, dove la struttura è equamente divisa tra campi in terra rossa e in cemento. L’ex campione australiano di doppio Paul McNamee definisce la terra battuta la porta d’ingresso alla strategia del tennis. Mary Carillo, analista televisiva ed ex campionessa di doppio misto all’Open di Francia, la chiama l’aula del gioco, il psoto dove si impara a muoversi, a scivolare, ad attaccare, a difendere, entrare e uscire dagli angoli, tornare in attacco, esercitare la pazienza. Rafa Nadal ha detto una volta a Time che la terra battuta ti costringe alla sofferenza, a farti venire un’idea di riserva per rimettere in gioco una palla in più.
È anche la superficie più sana su cui imparare a giocare, perché è più morbida e meno dannosa per i piedi e le gambe: rafforza i muscoli dei ragazzi limitando gli infortuni. Ancora Mary Carillo sostiene che i giocatori sulla terra battuta imparano a essere flessibili e pazienti, imparano che un pensiero laterale viene premiato. Il regista francese Jean-Luc Godard era incantato dal tennis su terra perché pensava che mettesse al centro di tutto le renvoie, il ritorno. Il critico cinematografico francese Serge Daney scriveva di tennis con grande entusiasmo. Una volta osservò che in una partita su terra battuta di più set, la durata non è determinata dall’orologio ma dai limiti di resistenza dei giocatori.
“Tutto ciò – riassume Jenkins – spiega come e perché gli allievi e gli insegnanti americani di tennis hanno rinunciato ad alcune qualità essenziali nel momento in cui si sono allontanati dalla terra battuta. Certo, i campi in terra battuta richiedono cura. Ci sono strati di terra rossa frantumata che devono essere spalati in continuazione, la superficie va bagnata, spazzolata e livellata trascinando un tappeto trascinante. Ma se tante persone nelle città poste nel cuore del comunismo non lo hanno trovato né impegnativo né costoso, perché dovrebbe esserlo per gli americani?”