Avventurieri, razzisti e sporcaccioni. Nel fango del calcio europeo si salva la Germania

Riassunto delle puntate precedenti.

 

  La Spagna ha un campionato di calcio che da vent’anni si spartiscono in due, sempre le stesse squadre, con la straordinaria partecipazione di una terza quando capita, se capita. Non riesce a mettere un freno agli episodi di razzismo che appaiono dalla serie A in giù. In compenso ha una federazione decapitata, con un cittì della nazionale femminile prima sfiduciato e poi allontanato, un presidente diventato l’epitome del sessismo/patriarcato nel calcio e sotto inchiesta con l’accusa di corruzione, l’ex capitano della nazionale che organizza tornei con calciatori mascherati perché sostiene che uff, il calcio come piace a noi non si sopporta più. 

 

  La Francia ha ballato sull’orlo del tracollo finanziario quando i detentori dei diritti tv si sono dati alla fuga e un anno fa ha visto il presidente della federazione costretto alle dimissioni, in un impasto di gaffe e accuse di molestie sessuali. Le stelle con cui la Ligue1 puntava a superare la serie A sono quasi tutte andate via, l’uomo simbolo della nazionale è in rotta con la nazionale per una storia di diritti d’immagine, il nome del presidente del PSG è finito dentro inchieste nelle quali ballano storie di corruzione, traffico di influenze, rapimenti. 

 

    Vogliam parlare per un attimo di quelli come noi? Quelli come noi neppure se la passano troppo bene. L’UEFA sta per premiarci con una quinta squadra in Champions. Pare che siamo stati i migliori in Europa, un curioso primato se nessuno dei nostri club è arrivato ai quarti di finale della Grande Coppa. C’è qualcosa che non va da qualche parte, o forse da più parti. In compenso il presidente federale si sta difendendo da un’accusa di autoriciclaggio e dinanzi al razzismo che esonda dalla serie A si rende protagonista di dichiarazioni avventate, per giunta dalla poltrona su cui il suo predecessore si fece squalificare dall’UEFA. Per razzismo. Abbiamo venti presidenti che hanno alternato 34 allenatori diversi sulle panchine. Quello dei campioni d’Italia spintona cameraman e sciopera contro le tv che gli finanziano l’attività, quello degli ex campioni d’Italia guida un club sotto inchiesta perché non si sa ancora bene a chi appartenga, quello dei futuri campioni d’Italia non si vede a Milano da mesi, non è chiaro perché non lasci la Cina, ma forse – presto – dovrà lasciare l’Inter. 

 

CREPE

Le magagne d’Inghilterra

 

    Ci sarebbero gli inglesi, oh, grazie a Dio, ci sarebbero gli inglesi, il modello inglese, no?, ce lo diciamo sempre. Non hanno quasi mai un campionato già deciso nel mese di febbraio e stavolta addirittura si godono la più grande corsa al titolo dell’ultimo trentennio. 

Così l’ha definita Martin Samuel sul Times: Liverpool, Manchester City e Arsenal impegnati in una volata davvero unica. A Samuel è venuto in mente un paragone con le Olimpiadi di Sydney del 2000, ma non per i 100 metri. Un paragone con i 10mila metri. Il margine che separava la medaglia d’oro Haile Gebrselassie dal secondo classificato Paul Tergat fu inferiore a quello che divideva Maurice Greene da Ato Boldon: 9 centesimi di secondo contro 12. 

Quindi – ne deduce il Times – a volte una maratona può essere uno sprint, ed è allora che lo sport diventa più avvincente.  Certo, il calcio non è iniziato con la Premier League nel 1992. Nel 1947 in due punti erano racchiuse quattro squadre, ma era un altro mondo, su. Era un mondo fuori dal mondo. 

 

    Il problema degli inglesi casomai è un altro. Basta abbassare lo sguardo in fondo alla classifica della Premier League per coglierlo nella sua evidenza sotto forma di asterischi. Everton e Nottingham Forest sono state punite con 8 e 2 punti di penalizzazione per reati finanziari, ma rischia di non essere finita qui, e dunque secondo il Times una serie di circostanze imprevedibili potrebbero trasformare la battaglia per la salvezza in una farsa. Si possono trovare sproporzionate le sanzioni, ma se le regole vengono infrante, una punizione deve esistere. Man mano che i casi si trascinano, anche i club incolpevoli sono coinvolti nell’incertezza. È molto probabile che all’ultima giornata della stagione, la classifica sarà un groviglio in attesa dei ricorsi. Non è giusto. Dopo 37 partite, tutti dovrebbero sapere a che punto sono. Non accadrà quest’anno”. 

 

    Non solo non accadrà quest’anno, ma l’Inghilterra comincia a chiedersi cosa accadrà allora al Manchester City quando sarà arrivata a compimento l’istruttoria sulle 115 violazioni di cui è stato accusato ormai 14 mesi fa.

Ne ha scritto Ben Rumsby sul Telegraph

“Quando toccherà ai campioni della Premier affrontare la resa dei conti, il numero delle udienze potrebbe aumentare fino a quattro, fino a quattro pure i ricorsi e chissà fino a quanto i punti sottratti. A giudicare dall’esito delle udienze sul conto di Everton e Forest, potrebbe passare molto, molto più tempo prima che sia definitivamente risolto un caso significativamente più complesso, con la prospettiva di un appello da parte di un club che ha fermamente negato ogni illecito e che si è fatto già annullare una squalifica di due anni dalla Champions League, imposta per presunti reati simili”.

Eppure, si domanda il Telegraph, se una violazione è ritenuta meritevole della detrazione di punti, qual è il prezzo per 115 violazioni? Così sta iniziando a girare una tabellina con l’elenco dei trofei che potrebbero essere sottratti al Manchester City, con il nome della squadra che avrebbe il titolo per reclamarli. 

Scudetto: Manchester United [2012], Liverpool [2014], Manchester United [2018], Liverpool [2019], Manchester United [2021], Liverpool [2022]

Coppa d’Inghilterra: Stoke City [2011], Watford [2019]. 

Coppa di Lega: Sunderland [2014], Liverpool [2016], Arsenal [2018], Chelsea [2019], Aston Villa [2020]. Tottenham Hotspur [2021]. 

Non è il massimo uscire e fare i caroselli in città quindici anni dopo. Il City ha messo in piedi un team legale assai costoso, guidato da Lord Pannick, per esaminare i verdetti sui conti altrui usciti dalle violazioni alle Profit and Sustainability Rules [PSR], alla ricerca di punti deboli da sfruttare. 

 

 

     Dice allora Sam Wallace, ancora sul Telegraph, che se i club hanno concordato delle regole finanziarie, dovrebbero smettere di trovare delle scappatoie per aggirarle. Accettare una serie di norme e poi provare a contrastarle è invece diventato parte della cultura della competizione della Premier League

Wallace si dedica allora al Chelsea, club che venduto molti calciatori nei due anni trascorsi da quando Behdad Eghbali e Todd Boehly hanno preso il controllo del club, subentrando a Roman Abramovich, ma quando si tratta di andare a contare le entrate, esse risultano sempre inferiori a quelle generate dagli avvocati immobiliari del club.

Che cosa significa? Che per rientrare nei parametri previsti dalla Premier League, il deficit da 248,5 milioni di sterline certificato sabato scorso è troppo grande per essere compensato dalla cessione di un Timo Werner e un Kalidou Koulibaly, un Kai Havertz e un Mateo Kovacic. I legali del Chelsea stanno invece trattando la cessione degli hotel di proprietà, il Copthorne e il Millennium. Venduti da chi a chi? Dalla società madre del consorzio Eghbali e Boehly, la Blueco 22 Limited, alla sua controllata Blueco 22 Properties Limited. Geniale, no?

Secondo le PSR non sembrano esserci ostacoli. Ciò che gli altri 19 gruppi proprietari in Premier League pensano di questa transazione – scrive il Telegraph – è ancora da stabilire. Certamente non era questo lo scopo per cui sono nate le PSR. Era un sistema destinato – in generale – a mantenere l’equilibrio competitivo della Premier League. È stato votato e concordato. La Premier è diventata una grande competizione in gran parte grazie al fatto che i giganti possono perdere. È il motivo per il quale le tv pagano tanto, e quei soldi mantengono tutti, grandi e piccoli.

 

 

Le PSR obbligano a vendere giocatori per far cassa e rimediare agli errori di valutazione del passato, spiega il Telegraph. Ma transazioni come quelle che gli avvocati del Chelsea stanno organizzando, erano davvero contemplate? È un po’ quel che abbiamo pensato in Italia di fronte a certe operazioni di finanza creativa e all’abuso di plusvalenze come sistema fisso per l’igiene contabile. 

Se a qualcuno non piacciono le regole – scrive Wallace – che si opponga. Come ha fatto il Manchester City per le 115 accuse che lo riguardano, come stanno facendo l’Everton e il Nottingham Forest nelle loro udienze. La differenza per il Chelsea è superare l’ostacolo con successo grazie a una scappatoia. La vendita degli hotel di Stamford Bridge dalla società madre del Chelsea a una filiale immobiliare della stessa società madre sembra solo il più intelligente di una serie di tentativi disperati per essere in regola con i controlli. Tutto dipende da cosa crediamo che sia il PSR.

Il Telegraph sottolinea che il calcio inglese non è certo il solo a giocare a questo gioco. Il Barcellona ha registrato a bilancio un valore superiore a 400 milioni di euro per la sua controllata Barça Studios senza alcuna prova – ancora parole di Wallace – che più di 40 milioni di euro siano mai stati pagati per la metà dei beni che si dice sia stato venduto. I due hotel del Chelsea Village hanno un’altra curiosa nota a piè di pagina nella storia del club. Salvo Eden Hazard, il loro valore di vendita è superiore a quello di qualsiasi altro giocatore nella storia del club.  

Se questo è il quadro sistematico, il martedì e il mercoledì dei quarti di finale di Coppa dei Campioni non possono andare in un modo differente: ci affacciamo alla tv e ci diciamo che è un altro sport. Lo è per davvero. Non solo perché quei club hanno altre proprietà e altri campioni, non tanto perché hanno altre disponibilità e altri mezzi. Hanno pure altri avvocati, soprattutto gli avvocati. 

 

 

    Per fortuna esiste la Germania. Dove il Bayer Leverkusen interrompe 11 anni di egemonia bavarese, dove i tifosi si mobilitano per conservare e proteggere un sistema di regole che assegna loro un ruolo da protagonisti-attivi e non solo da spettatori-passivi, dove i calciatori prendono posizione su temi sociali e diritti umani, dove si può parlare apertamente perfino di politica. Dove il calcio, insomma, è una cosa normale in mezzo alle altre. Quasi.

 

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