Klopp contro Guardiola: sipario. L’ultimo passo di una rivalità magnifica

  LIVERPOOL-MANCHESTER CITY

È stato il duello più bello dell’età contemporanea e sarà così pure all’ultimo atto. Klopp vs Guardiola è stato in principio una contrapposizione di stili. È stata un’avversione. Un passo ancora e saremmo finiti nel terreno dell’antipatia personale.

«Altri allenatori sono dei baronetti, portano la giacca, fanno l’inchino. Io metto la tuta e schiaccio il cinque. Loro fanno suonare i violini, il mio calcio è heavy metal». Klopp fu bravo a tenersi da questa parte della barricata ideologica senza farne una questione personale. Non ha mai messo dita negli occhi a nessuno, non ha dato scappellotti alla nuca, non ha mai chiesto por qué. Diceva casomai di non voler lavorare nella migliore squadra del mondo, ma di voler lavorare per batterla. Lo hanno accontentato, e lui ha accontentato chi gli offriva uno stipendio. 

«C’è chi dirige la squadra come un’orchestra. Fanno possesso palla, i passaggi giusti, ma è come una canzone silenziosa. A me piace vedere il pallone di qua, di là, le parate dei portieri, pali, traverse, noi che voliamo dall’altra parte. Devo farmi sentire dai miei, voglio una squadra che faccia bang. Se da bambino avessi visto giocare il Barcellona degli ultimi 4 anni, con la sua serenità, le sue vittorie per 5-0, per 6-0, credo che avrei giocato a tennis» disse sempre quella volta Klopp, nella dichiarazione di dis-interesse per Guardiola. «Lui gioca un calcio perfetto. Ma non è il mio, non è la mia filosofia. Non mi piace il calcio della serenità, mi piace il calcio delle battaglie. La pioggia, il fango, mi piace uscire dal campo con la faccia sporca, con le gambe così pesanti da credere che non riuscirai a giocare per settimane. Io esulto anche per una palla recuperata. Non facciamo Romeo e Giulietta, siamo calcio puro, calcio vero».

 

Quel giorno era l’allenatore del Borussia, ancora inconsapevole di due cose. La prima: Pep avrebbe lasciato Barcellona per andare a sfidarlo con il Bayern in Bundesliga. La seconda: si sarebbero abbracciati così tante volte da mescolarsi pure le idee. Per battersi si sono dovuti contaminare l’uno dell’altro. Erano così distanti, così reciprocamente sgamati, che per spiazzare l’avversario si sono dovuti mimetizzare in lui. 

Klopp ha aggiunto il palleggio guardiolesco al proprio bagaglio, Pep ha mescolato la verticalità del tedesco al suo verbo. Così alla vigilia del sipario che cala, uno è Kloppiola o l’altro è Guardiopp. Uno dice dell’altro che è stato l’allenatore eccezionale della sua vita, l’altro dice di aver trovato nel primo Il miglior rivale mai avuto. Sai il sangue amaro che si farà Mourinho.

 

Jonathan Liew saluta sul Guardian la chiusura di una bella stagione. È come quando tramonta e il bagnino passa a piegare le sdraio. Dice che sarà ancora come sempre, uno scontro di contrasti, la macchina della gioia contro il genio torturato, l’estroverso contro l’introverso, quello col berretto da baseball contro il tipo dalla maglieria firmata, il caos ordinato contro l’ordine caotico, il 4-3-3 contro chi-diavolo-lo-sa, il rosso sangue contro il blu freddo, il trapianto di capelli contro la testa calva immacolata. Il duello che ha portato il calcio in luoghi nuovi e sconosciuti, non solo il calcio inglese. 

Liew scrive che avremmo dovuto capire tutto sin dal tempi delle loro tre stagioni in Bundesliga, considerata l’evidente polarizzazione delle due filosofie, il dominio della palla contro il dominio dello spazio. Invece è stata una rivalità a combustione lenta, rimasta sotto la cenere fino alla prima metà del 2018, quarti di finale di Champions League, il punto della massima divergenza, con la rete di passaggi corti e ipnotici da una parte, la tempesta di velocità e di aggressività dall’altra. 

Così, spiega il Guardian, nell’attorcigliarsi l’uno all’altro come tralci tortuosi, una volta anticipando e un’altra reagendo, prendendo in prestito e rubando si sono messi a studiare come disinnescare il meccanismo opposto. Un’ossessione per Guardiola, un’ossessione che lo ha portato – dice Liew – a resuscitare un’idea lanciata da Johan Cruyff, ovvero spingere i suoi terzini dentro il campo con la squadra in possesso di palla. Un’idea che si sarebbe evoluta ulteriormente, culminando nello schieramento di John Stones e Manuel Akanji in una sorta di ruolo ibrido difensivo-centrocampista nella scorsa stagione. 

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Quando Guardiola parla di Klopp, adesso dice che le sue squadre lo hanno aiutato a essere un allenatore migliore. Insieme hanno aiutato a essere migliori tutti gli altri. 

Adesso tutti pressano alto. Tutti – ha scritto Liew – ora riconoscono che il momento migliore per riconquistare la palla è quando l’hai appena persa. Anche le squadre amatoriali passano la palla al portiere. Il risultato è una certa omogeneizzazione dello stile, lo sviluppo di una monocultura calcistica. Ma non è certo colpa di Klopp e Guardiola se sono così bravi che tutti hanno sentito il bisogno di copiarli. Con tutti i pregiudizi di solito legati all’attualità, gli ultimi otto anni sembrano davvero essere stati una sorta di età dell’oro. Quel che Messi-Ronaldo è stato per la Liga negli anni 2010, Guardiola-Klopp lo è stato per la Premier League: eccellenza che genera eccellenza, un evento che ha reso irrilevante tutto il resto. Per ogni allenatore che si rispetti, la Premier League è diventata il luogo in cui bisognava mettersi alla prova. Carlo Ancelotti all’Everton, Manuel Pellegrini al West Ham, Mourinho e Conte al Tottenham – tutti hanno accettato lavori al di sotto della loro fama nel disperato tentativo di aggrapparsi a questo mondo, di essere dov’era la vita. Sarà ancora così tra cinque anni, dopo l’addio anche di Guardiola? Per ora resta, ma anche lui è più vicino alla fine che all’inizio. Forse questi si incontreranno di nuovo, in Coppa d’Inghilterra, in qualche altro campionato, forse un giorno con le nazionali. Ma una volta fischiata la fine della partita di domenica pomeriggio, tutto questo passerà alla storia. Sta calando il sipario, non solo su un allenatore o su una rivalità, ma su quella che sembra un’intera età del calcio inglese.

 

  TRAME

Che cosa inventano stavolta

 

È l’altro Jonathan del Guardian lo storico Jonathan Wilson – a provare a immaginare cosa vedremo. Fa notare per esempio che le squadre di Pep Guardiola hanno sempre avuto la loro vulnerabilità nei palloni giocati alle spalle della linea difensiva. È una cosa fatale quando vai a riconquistare palla laggiù. Non puoi avere una cosa uno senza l’altro, uno dei punti di forza duraturi del calcio come sport: nessun aspetto positivo è privo di un altro negativo; non esiste un modo migliore di giocare.

Negli ultimi 15 anni, racconta Wilson, il grande obiettivo di Guardiola è stato cercare di mitigare il rischio. Tutti i suoi esperimenti meno ortodossi sono stati all’insegna dell’abiura – un 4-4-2 visto ad Anfield nel 2018, la difesa a tre contro il Lione in Champions nel 2020, l’esclusione di Ilkay Gündogan nella finale di Champions League del 2021.  Dall’arrivo di Erling Haaland, il City ha iniziato a giocare in modo più verticale per sfruttare la sua capacità di sfondamento, rinunciando alla rete di passaggi estenuanti, ma esponendosi così ai rischi del contropiede in caso di perdita del possesso. Solo il Crystal Palace ha preso più gol in contropiede del City in Premier League quest’anno. Può essere un guaio contro il Liverpool, eccezionale nel riconquistare palla e attaccare in transizione [terzo maggior numero di gol in contropiede della stagione, nonostante una media di possesso palla superiore al 60% – fa notare Wilson nel suo pezzo]. 

 

BRACCIO DI FERRO

Darwin Núñez vs Ederson

 

È il duello che Guardiola vorrà evitare. Lasciare troppo spazio in campo aperto al’uruguayano. Potrebbe inventare quasi qualsiasi cosa – ha scritto Wilson – senza aver paura di essere controintuitivo. La più probabile è l’esclusione di Jérémy Doku – che trasforma in uno sbuffo di borotalco 4,6 dei suoi 9,4 dribbling. Falliscono. Non hanno successo. Non è una proporzione molto distante da quella di Jack Grealish: 1,6 dribbling riusciti su 3,2. 

Il punto – scrive Wilson – è il volume. Doku deve ancora subire il processo di riprogrammazione a cui Grealish è stato sottoposto al suo arrivo al City, rendendolo dunque più refrattario al rischio, più propenso a girarsi verso l’interno e far ricorso a un passaggio semplice. Non tutte le perdite di possesso palla sono uguali.

Doku ha giocato una sola partita importante quest’anno, quella contro il Liverpool all’Etihad, perché Grealish non era disponibile. Quando in campo c’è lui, il City prende 1,29 gol a partita. Quando Doku è fuori, la media cala a 0,69. Se Guardiola dovesse davvero farne a meno, con Grealish fuori per un problema all’inguine, probabilmente Phil Foden si sposterà a sinistra.

 

     TITOLI

| ◇  Telegraph: Jurgen Klopp ha ragione: questo è il momento perfetto per diventare allenatore del Liverpool– Non c’è motivo di aspettarsi che il successore di Klopp subisca la stessa sorte di David Moyes quando seguì Sir Alex Ferguson al Man Utd [tutto qui]

| ◇  Daily Mail: Come Liverpool-Man City è diventata la rivalità più tossica del calcio inglese: il sangue in campo, gli autobus delle squadre attaccati, i cori su di Hillsborough mandati in onda e una ragazza di 15 anni rimasta ferita [tutto qui]

| ◇  Times: Questa partita potrebbe segnare la fine di un’era per il Manchester City e non solo per il Liverpool” – Jürgen Klopp contro Pep Guardiola, forse per l’ultima volta. Quella di domenica in Premier League è una partita da assaporare. L’ultima nel suo genere [tutto qui]

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