Le giacche di Allegri così resistenti

  Pare che dal 1971 fino a oggi, abbia utilizzato più di duemila tessuti diversi, sia fibre naturali sia sintetiche. È un marchio di Vinci, Toscana, il paese di Leonardo, dove ancora oggi conserva la sua sede, fondato nei giorni in cui la tradizione empolese iniziava a emergere dal capo impermeabile per legarsi alla cultura internazionale del trench. Oh, almeno così dicono loro di sé stessi. 

Loro, cioè, gli Allegri. Gli eredi di Allegro e Renato Allegri, per la precisione. Fratelli, una lunga esperienza di relazioni con i più famosi stilisti, per esempio Giorgio Armani, per esempio Martin Margiela. Il marchio Allegri crea impermeabili dagli anni 70. Sperimenta materiali e tagli innovativi, la linea di giacche e cappotti ispirano lusso e ricercatezza. La lingua della moda dice che si tratta di trench fluidi, lunghi e destrutturati, e poi ci sono i piumini semplici ed essenziali. Allegri coniuga funzionalità e stile. Nei claim c’è sempre qualcuno che coniuga qualcosa. Una trentina d’anni fa, l’azienda vinse il premio Pitti nel settore rainwear e sportwear, qualsiasi cosa significhi. 

A Milano hanno uno spazio in via Stendhal – zona Tortona. Da lì a San Siro sono 4 km, la distanza che passa dagli Allegri che fanno soprabiti a un Allegri che se li toglie, si strappa le giacche di dosso, getta via le cravatte. 

Oh, questa è una scoperta abbastanza casuale. È stato Google a volere così. Nella barra della ricerca c’era solo la domanda su quali fossero state le altre città in cui Max aveva fatto lo spogliarello prima di ieri. La memoria tradisce, meglio controllare. 

Era successo a Modena, contro il Carpi nel dicembre 2015, nel giorno di un sofferto 3-2 contro la neopromossa. Era accaduto dentro il salotto di casa torinese, contro un’altra avversaria emiliana, la Spal, Max allora si era tolto la giacca perché alla Var era successo qualcosa. I giornali lo chiamarono l’incredibile Hulk, ma forse era pure quello un richiamo subliminale alle sfilate, al lifestyle, ai saloni fiorentini di Pitti, alla tradizione empolese, ai soprabiti dell’azienda con il suo cognome, toscani come lui. Vinci è la sola cosa che conta.

 

[Slalom non intrattiene alcun rapporto commerciale con l’azienda Allegrisi tratta di semplice vocazione alla cazzoneria. Però, casomai, parliamone]

 

Insomma, dai, l’ha rifatto. Ivan Zazzaroni sul Corriere dello Sport-Stadio racconta: Prima ha scalciato una bottiglietta, poi si è tolto la giacca. Rimasto in camicia e cravatta, Allegri si è liberato anche di quest’ultima e se la partita fosse durata altri quindici minuti probabilmente l’avrebbe chiusa in mutande e calzini neri. La Juve è il cinese che attende sulla riva del fiume che gli altri anneghino nei loro limiti

| Eccolo, il punto. Allegri non è cambiato. Non è cambiata la Juve. Possono cambiare i giudizi e le aspettative dopo un risultato? Luigi Garlando sulla Gazzetta è prudente: Brutta Juve? Ma no, è un tipo. Fa bene le cose che sa: difendersi, aspettare, combattere, ripartire. E, a forza di farle bene, è risalita a un punto dal Milan secondo e a 2 dall’Inter capolista. Vedremo più avanti se basterà per la felicità. La seconda volta che McKennie perde tempo su una rimessa laterale (nel primo tempo!), il dubbio sorge spontaneo: legittime tutte le strategie e tutti i sistemi di gioco, ma la Juve, regina degli scudetti, non s’imbarazza a giocare a San Siro come una neopromossa? Ma proprio in quel momento, 40’, il gratta e vinci di Allegri paga

| Alessandro Barbano, condirettore del Corriere dello Sport-Stadio, pare disposto a concedere qualcosa in più. Il quotidiano sportivo romano è da tempo capofila dei sostenitori del sincretismo calcistico, sia sponda Max, sia sponda José. Dice Barbano: In tempi in cui è “Striscia la notizia” a raccontare il Paese, il Milan vince a pieno titolo il tapiro. Cade nella trappola di Allegri con l’ingenuità del predestinato e regala alla Juve la palma d’oro dell’astuzia. Per questo la partitissima di San Siro dice molto più del risultato. La sua diagnosi è impietosa per Pioli, fin qui incapace di risolvere l’insostenibile leggerezza del suo centrocampo, creativo, mobile e anche ordinato, ma mai aggressivo come dovrebbe una squadra che punta al tricolore, con un’idiosincrasia per il tiro che rimette nei piedi di Giroud tutta la responsabilità di finalizzare. Allegri ha previsto tutto. Ha disteso lentamente sul campo la sua rete invisibile di prudenza, contenimento, raddoppi di marcatura, il consueto catenaccio postmoderno con cui prima ha messo al riparo la porta, poi ha rallentato la manovra avversaria e ha irretito talmente i rossoneri da mandarli in tilt con un solo contropiede, rendendo visibile dove può arrivare la loro sprovvedutezza.  se questa gara la giochi cento volte allo stesso modo, novantotto la vince Allegri. Questo per dire che la condotta del Milan è strutturalmente inadeguata

| Guido Vaciago su Tuttosport da Torino dice che la vittoria di San Siro è una certificazione per le ambizioni scudetto della Juventus, ma non boccia quelle del Milan. Anzi, se le modalità del successo bianconero testimoniano la tenacia e la durezza della squadra di Allegri, confermano che la strada verso un gioco più convincente e produttivo in fase offensiva è ancora lunga.  Tuttavia Vaciago considera che non è stata la partita del secolo, ma intensità e agonismo non sono mancati. Fa notare che è curioso come, ancora una volta, Massimiliano Allegri si è tenuto in panchina Vlahovic e Chiesa per poi spararli nella ripresa. Al netto delle condizioni atletiche dei singoli, sembra quasi una strategia da generale che pianifica la partita in modo napoleonico, tenendo la Vecchia Guardia nella parte finale, quando gli avversari hanno speso molto e psicologicamente possono soffrire nel vedere entrare in campo due campioni, tendenzialmente più freschi di loro. Il calcio dei cinque cambi può anche essere questo

 

È STATA TUA LA COLPA Thiaw

Pietro Guadagno sul Corriere dello Sport-Stadio ha dato 4.5 in pagella al milanista che ha lasciato in 10 i suoi: Già nel derby aveva visto le streghe contro Thuram. Stavolta contro Kean la combina ancora più grossa, pagando caro il gap sulla differenza di passo.  Stefano Pasquino su Tuttosport dice: Sull’espulsione si fa sfilare via Kean in modo ingenuo e, altrettanto ingenuo è il placcaggio: sorge il dubbio che non pensasse di essere ultimo uomo. Errore comunque da matita rossa

 

GIUDIZI UNIVERSALI Kean 

Paolo Brusorio, la Stampa: È cresciuto molto, ma purtroppo per la Juve è solo l’anagramma di Kane. Se avesse anche solo la metà del feeling con il gol dell’inglese, Allegri e Spalletti avrebbero risolto molti dei loro problemi. Invece rischiano di finire come chi aspettava Godot

 

PIEDI  Locatelli

Giorgio Coluccia sul Corriere dello Sport-Stadio celebra così l’azione decisiva: Carica il tiro per trovare il più classico dei gol dell’ex, dopo che esattamente sette anni fa aveva steso la Juve da rossonero. Impreziosisce così una serata in cui avanza la trasformazione in un ruolo, quello del regista, che non è propriamente il suo.  Alessandro Bocci sul Corriere della sera fa notare: Il giorno è lo stesso, il 22 ottobre, ma di sette anni fa. Manuel Locatelli, allora appena diciottenne, segna il gol che permette al Milan di piegare la Juve. Adesso, nello stesso stadio, ma con l’altra maglia e nell’altra porta, sotto la Nord per intendersi, regala l’acuto che lancia la corsa scudetto della Signora e consente a Allegri di mettere sotto Pioli per la prima volta da quando è tornato a Torino. Il primo tiro dei bianconeri, peraltro deviato da Krunic, appena entrato, vale la svolta.

 

 

  IL CERCHIO DI FUOCO  L’Inter tornata capolista

Nella sua consueta analisi del lunedì mattina per Repubblica, Paolo Condò analizza la costruzione della rosa dell’Inter. Quest’anno ha esagerato (si fa per dire) sulle fasce, dove chiunque giochi risulta dominante, e in un ruolo di grande corsa l’energia garantita dalle sostituzioni assume enorme importanza. Non è un caso che il gol-apriscatole di Thuram arrivi da una volata del freschissimo Dumfries. Qualche piccolo appunto all’organizzazione della capolista che continua avere il miglior attacco e la miglior difesa: sarebbe il caso che Frattesi cominciasse qualche partita, specie quando il totem Barella avrebbe bisogno di riposare, mentre l’eccellente rendimento del tandem Lautaro-Thuram andrebbe sostenuto da un rimpiazzo adeguato, perché non si arriva a maggio con due attaccanti, per quanto bravi. Arnautovic tornerà disponibile dopo la prossima sosta, Sanchez resta un punto di domanda, se entro dicembre non avranno dato consistenti segnali sarebbe bene muoversi sul mercato.

 

IL MIMO José Mourinho

Prima ha fatto il classico gesto del silenzio, taci adesso Palladino. Quello delle chiacchiere [parli parli] anche s’era visto. Nel catalogo dei mimi delle panchine è apparsa la novità dei polsi strofinati sugli occhi, il piagnucolio. Un gesto nuovo portato da José Mourinho. Che poi si è inginocchiato verso il Colosseo al gol decisivo di El Shaarawy. 

Ivan Zazzaroni sul Corriere dello Sport-Stadio sottolinea: C’è ancora gente che si chiede come mai i tifosi della Roma riempiano lo stadio da 38 partite consecutive, 37 gli esauriti per colpa di 100 biglietti invenduti col Frosinone. In totale, 2 milioni e 400mila presenze. Peccato che qualcuno non l’abbia capito, o non l’abbia voluto capire, al punto da mettere in discussione la sua panchina poche settimane fa. C’è chi parla di gelosia, alimentata dall’eccessiva attenzione e centralità conquistate dallo Special. E io che scioccamente pensavo che il sogno di un grande presidente fosse proprio quello di trovare un allenatore capace di fondere risultati, squadra, tifosi e città in un corpo solo

Paolo Brusorio su la Stampa sottolina che facendo il mimo, Mou si è fatto espellere, sandando così per il secondo giro di fila l’incrocio di San Siro con la “sua” Inter. Per la serie, a volte non ritornano

Marco Evangelisti, ancora sul Corriere dello Sport-Stadio, getta lo sguardo oltre questa vittoria all’ultimo sospiro e scrive: Ciò che il destino ha dato, il destino può togliere. E affrontare il destino con il passo pigro che la Roma ha mostrato ieri non sarebbe igienico.  Nel giudicare prestazioni e prospettive giallorosse, sfugge talvolta questa considerazione: che la Roma continua a giocare pressoché ogni partita con mezza formazione titolare assente. Oppure possiamo pensare che Dybala, Pellegrini, Renato Sanches, Smalling, più Kumbulla e Abraham costituiscano un dettaglio trascurabile. Azmoun entra ed esce, e che sia in grado di influire sul rendimento della squadra appare evidente. Aouar è un altro soggetto a perenne rischio. Cristante sta lì a reggere il mondo sulle spalle, in piedi finché ha fiato. Lukaku se le gioca tutte perché ha bisogno di recuperare la condizione migliore, ma anche perché senza di lui l’efficacia offensiva viene giù a sasso

 

IL CONIGLIO DAL CILINDRO Luis Alberto

Un mago sempre più mago. Franco Recanatesi sul Corriere dello Sport-Stadio si domanda: Ma Alessandro Del Piero l’ha vista la partita Sassuolo-Lazio? Spero di sì e spero che abbia l’onestà di correggere le sue valutazioni rilasciate a Walter Veltroni nella bella intervista sul “Corriere della sera” di pochi giorni fa. Dice Del Piero (e con lui e prima di lui Pirlo, Zola e Rivera) che oggi i “numero 10”, intesi come ricamatori del pallone ma sottintesi come i veri fuoriclasse, sono scomparsi, estinti, sotterrati da un calcio più fisico che tecnico imposto da allenatori molto tranchant nell’esaltare altezza, peso e corsa dei giocatori. Insomma, il calcio all’uncinetto meglio del calcio industriale? Su questo si può discutere, ma poi vedi Luis Alberto e dici: ma che discuti a fare, c’è chi sa lavorare di uncinetto e di martello. E la favola del “dieci” è salva. Calcio sontuoso il suo, capace di mettere d’accordo, sul discorso del “dieci”, Sarri, Sacchi, Guardiola, Klopp, Ancelotti e tutti gli inventori/sperimentatori del gioco del calcio. sabato Luis Alberto ha raccolto in sé i compiti di Lodetti, Conte, Rivera e Del Piero, cioè ha giocato a tutto campo con la stessa qualità e la grinta del capitano.

Del Mago scrive anche Paolo Condò su Repubblica: La Lazio è filata sul velluto perché sta prendendo velocità e perché il Sassuolo è stato una cosa che voi umani non potreste immaginare. Ma se Luis Alberto non viene marcato, Guendouzi corre per lui e gli attaccanti ne assecondano l’ispirazione, habemus papam laziale

 

IL BRAVO PRESENTATORE Thiago Motta

Bruno Bartolozzi sul Corriere dello sport-stadio fa notare che in certi momenti del campionato i punti in classifica non si contano, ma si pesano. E quelli del Bologna, arrivati alla nona giornata di serie A, hanno la densità dell’uranio. La squadra di Motta ha ottenuto 14 punti, giocando con quattro delle prime cinque in classifica e cioè con Inter, Milan, Juventus e Napoli. In alcune di queste gare avrebbe meritato più dei pareggi ottenuti e si potrebbe persino dire che la prima e unica sconfitta, quella con Pioli, sia capitata solo perché il Bologna era in versione sperimentale a causa di quel mercato rivoluzionario che in dieci giorni ha cambiato tutto.   Thiago ha predicato il sogno nell’umiltà, quando il peccato capitale d egli anni passati è stato l’umiltà senza sogno, degenerata in modestia. Thiago possiede l’illusione dei tenaci che non ha confini

 

  LA MAGIA Urbano Cairo e il Toro sparito

La gente non ne può più ha titolato con una certa schiettezza Tuttosport da Torino sul Torino di Cairo e Juric. Non si parlano, se si parlano litigano, il Torino galleggia nella medietà. Cairo l’ha preso una categoria più su di quanto abbia fatto De Laurentiis a Napoli. Un ventennio fa era davanti al club che a maggio ha vinto lo scudetto e partiva alla pari con l’Atalanta. Ma a questi livelli proprio non riesce a spingersi. Neppure una semifinale di Coppa Italia è mai riuscito a prendersi, mentre la Fiorentina risalita dalla C2 guarda dov’è. 

Giovanni Tosco su Tuttosport dice che l’insostenibile leggerezza del Toro non ha nulla di felicemente calviniano, ma appare semmai calvinista, nel senso che sembra tutto predeterminato da una forza superiore, un destino di fronte al quale tanto vale abbassare il capo in segno di rassegnazione o addirittura resa. Il che è surreale nel momento in cui illustri esperti di cose granata sostengono convinti che questa squadra sia più forte delle passate stagioni – per qualcuno addirittura la più forte dell’era Cairo – e che abbia di conseguenza il dovere di lottare per il posto in Europa che a una società con questa storia spetterebbe quasi di diritto e invece appare da troppo tempo un miraggio. Quando Cairo parla di «sfiga», lo fa – presumiamo, speriamo – per tagliare corto, perché lui per primo sa che non è solo questione di sfortuna (fortuna ce n’è stata poca, è vero, ma non è la spiegazione della deficitaria situazione): probabilmente è anche un modo per proteggere Juric dalle critiche. Giusto, però la mancanza di dialogo tra presidente e allenatore, più volte evidenziata da Cairo negli ultimi tempi, non giova a nessuno.  Il Toro di questo inizio di stagione merita questa classifica. La storia del Toro no

Michele Tossani su Ultimo Uomo ha scritto che il Torino di Juric non è più lo stesso. Ha perso la sua identità. La classifica dell’età di Cairo invece sì. Non cambia mai. 

 

  IL CONTORSIONISTA Lookman

Fabio Licari sulla Gazzetta dello sport ricorda che Gasperini aveva rivolto una sfuriata pubblica a Lookman, colpevole di non essere entrato con lo spirito giusto, si fa per dire, nell’ultimo 2-3 con la Lazio, forse seccato per la panchina e fa noatre che ieri casuale o meno, Lookman è stato il migliore dell’Atalanta contro il Genoa. Ora Bergamo è a un passo da una Champions di cui nessuno parla ma di sicuro mai abbandonata. A lungo l’anglo-nigeriano fa girare la testa alla solida difesa genoana, dialogando che è una bellezza con Scamacca. E quando l’azzurro gli restituisce il favore, a metà ripresa, il fortino di Gila cade

 

LEGGI ANCORA

  stasera ore 20.45

 

L’Udinese tira ma non segna

Pierfrancesco Archetti sulla Gazzetta mostra dov’è che la squadra di Sottil dovrebbe crescere: Soltanto 4 gol segnati in queste 8 giornate di campionato, centri che diventano 3 se si toglie l’autorete del genoano Matturro due turni fa. E in questo misero bilancio, per le punte c’è stato soltanto l’acuto di Lorenzo Lucca, proprio contro i rossoblù. Le altre due marcature sono state firmate da Lazar Samardzic. Dove sta il problema?  la squadra produca, ma pecca nel colpo decisivo. I dati sostengono questa tesi: l’Udinese è quinta, a pari merito con la Juventus, come tiri totali (110). E anche se scende al nono posto come conclusioni nello specchio (32)

oggi ore 18

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