VITE OLIMPICHE
Il doppio carpiato di Simone Biles
La definizione è unanime. È tornata dando l’impressione di non essere mai andata via. Simone Biles non è mai stata un’ex. Quando ha rimesso piede su una pedana, l’altra sera in Illinois, ha offerto quello che il Washington Post chiama “un enfatico promemoria” sul fatto che sia ancora la migliore ginnasta del mondo, anche dopo una pausa di due anni e tutti i guai che l’hanno scossa a Tokyo. Ha chiuso la serata con un doppio carpiato di Yurchenko, “un volteggio che nessun’altra donna aveva mai eseguito – ha scritto Emily Giambalvo – e che Biles aveva eseguito in gara solo una volta in precedenza. Quando è atterrata con un solo passo di lato, la folla ha urlato. Biles era raggiante di gioia e la compagna di squadra Jordan Chiles ha alzato le braccia verso la folla, chiedendo più rumore”.
Non c’è stato calcolo, non c’è stata strategia. Simone Biles ha rifiutato un rientro fatto di semplici cosine. Il valore di difficoltà assegnato a ciascuna delle sue routine è stato di 25,7. Per fare un confronto: quando la brasiliana Rebeca Andrade ha vinto ai Mondiali l’anno scorso, aveva una media di 23,9.
Arianna Ravelli sul Corriere della sera ha scritto stamattina: “Come se fosse risalita su quella trave da cui era scesa all’Olimpiade di Tokyo e avesse ripreso l’esercizio che le aveva fatto prendere un bronzo senza gioia. Al volteggio si è lanciata in un doppio Yurchenko carpiato, il salto in cui si erano manifestati i famigerati «twisties», il blocco che fa perdere l’orientamento in volo, e solo un piccolo passetto laterale l’ha distanziata dalla perfezione”.
Anche Massimo Basile su Repubblica sottolinea che “è tornata in pedana come se non l’avesse mai lasciata, dando spettacolo. Solida come la roccia, esplosiva nei passi, capace di volteggiare in aria riscrivendo le regole della fisica. Era due anni che aspettavamo tornasse sulla Terra, lo ha fatto con un doppio avvitamento di cui solo lei è capace. Ha pure trovato il tempo di scherzare con i reporter. È apparso chiaro che si trovava là dove voleva essere. Con lei c’erano tre atlete della squadra di Tokyo: Jade Carey, Jordan Chiles e Sunisa Lee. In più, Joscelyn Roberson, 17 anni, destinata a essere una delle nuove stelle. C’erano avversarie che avevano sei anni quando l’americana aveva vinto la sua prima medaglia d’oro ai Mondiali. Biles ha ottenuto un punteggio alto alla prima uscita, alle parallele asimmetiche, accolta dalle urla del pubblico a ogni passaggio, e dall’ovazione finale dopo l’atterraggio perfetto.
Era attesa in quattro specialità e non ha deluso”.
Giulia Zonca su la Stampa collega il ritorno di Biles con l’uscita di scena di Megan Rapinoe, al passo d’addio con la Nazionale di calcio, eliminata ai Mondiali dalla Svezia ai rigori, uno l’ha sbagliato lei.
Scrive Zonca: “Gli Usa sulle sceneggiature sono sempre stati giganti e in una domenica di piena estate hanno messo in scena una sincronia perfetta, un racconto pieno che si porta dietro facce e sentimenti, ritiri e ritorni: Megan Rapinoe, la ribelle vincente, saluta il calcio alla Baggio, con il destino che si prende gioco del suo infinito talento, e Simone Biles, la ginnasta superlativa, ritrova l’equilibrio e la forza di maneggiarlo dopo essersi quasi fatta ribaltare dalla paura di perderlo. Adesso hanno bisogno di cambi generazionali e i capelli colorati di Rapinoe restano un simbolo e firmano un’uscita di scena comunque epica. Lei che ha rifiutato l’inno e Trump per dire alla sua America di non essere meschina, lei che ha sostenuto la causa per avere gli stessi soldi dei calciatori, lei che ha vinto due Mondiali, una Olimpiade, plurime battaglie”.

La Gazzetta dello sport: “Nuovi Giochi della gioventù, vanno coinvolti i professori” – Valerio Piccioni ha scritto: “Si tratta di una grande occasione. Ai tempi del primo testo, provammo un po’ di scetticismo di fronte all’idea del ministro Abodi. Non ci convinceva l’idea di una manifestazione-doppione. Cinquantacinque anni fa, quando i Giochi della Gioventù furono inventati, lo sport agonistico per ragazzi di 12 o 13 anni, era una rara eccezione. Oggi in ogni disciplina ci sono ormai campionati di ogni genere. Per questo l’aggiunta della partecipazione “di classe” (noi vorremmo che le gare fossero addirittura per scuole) a quella “individuale” ci piace moltissimo. Come l’istituzione di una sezione dedicata agli sport di squadra dove “ragazzi con disabilità e normodotati possono giocare insieme”. Insomma, sono stati fatti passi avanti importanti”.
L’Équipe ha dedicato sabato e domenica la sua prima pagina al rugby e alla nazionale francese che ha cominciato i suoi test di preparazione verso i Mondiali, con una sconfitta [25-21] contro la Scozia. “Magistrale nel primo periodo, spenta nel secondo, una nazionale francese a due velocità”. Giocherà per la prima volta quattro partite, mai così tante, ma non è questo il punto. Il punto è la novità che la federazione mondiale sta preparando. Si chiama Bunker, in sostanza quella che per il calcio in Italia chiamiamo Var Room, o boh, qualcosa del genere. Ne scrive Dominique Issartel spiegando che Bunker – lettera maiuscola – è “un nome austero ma rispecchia quello che World Rugby vuole mettere in campo per i prossimi Mondiali, al fine di ridurre al minimo polemiche e perdite di tempo dovute all’antigioco”. È un’invenzione oceanica, nel senso che viene dal campionato australiano, dove tutti i video arbitrali vengono esaminati in un luogo chiuso, “in modo che nulla possa influenzare le decisioni dell’arbitro incaricato di rivedere le azioni”. Il Bunker è stato testato anche durante la Coppa del mondo Under 20 in Sud Africa. Continuerà a essere valutato durante i test match in Europa, prima di essere definitivamente sottoposto all’approvazione della federazione mondiale il 28 agosto. Ha lo scopo di valutare la gravità delle azioni pericolose solo quando gli arbitri di campo e l’arbitro al video (TMO) hanno un dubbio, per trasformare un cartellino giallo in rosso.
Franco Chimenti presidente federazione golf
➣ Un paio d’anni fa nel golf è arrivata la Liv, la lega finanziata dai sauditi: dopo la guerra con il Pga, il tour americano più importante, Liv e Pga si sono accordate per lavorare insieme.
«Era logico, gli arabi hanno i soldi e contro i soldi c’è poco da fare. Non sono contrario alla fusione, anzi. Certo bisognerà mettersi d’accordo. Nei tornei della Liv ci sono i dj, la musica a palla, l’opposto di quello che succede nei nostri. Ma la soluzione si troverà».
➣ La Liv propone format innovativi: tornei su 54 buche e non su 72, le squadre, il match play: lei è favorevole a nuovi format? Anche la Ryder è diversa dai tornei classici e ha un grande successo…
«Vero, la Ryder ha una sua formula e un grandissimo successo, bisognerà trovare le soluzioni migliori. Del resto tutto lo sport cambia. Certo non è stato bello vedere Henrik Stenson, che era il capitano designato dell’Europa, lasciare per la Liv un ruolo così ambito, anche Tiger Woods, ne sono sicuro, ha tra i suoi desideri quello di fare il capitano degli Stati Uniti alla Ryder».
➣ A proposito, Tiger è appena entrato nel cda del Pga.
«Tiger è il golf, è rispettato e stimato, farà bene anche da dirigente. È un’ottima scelta».
– intervista di domenico calcagno, Corriere della sera
SCUSATE IL RITARDO
Come sono andati i Mondiali di scherma
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Dopo i Mondiali di scherma a Milano [4 ori, 4 argenti, 2 bronzi], seguiti ai zero successi di Tokyo, Flavio Vanetti ha scritto sul Corriere della sera che “l’errore più grave sarebbe ritenere che lo sciame di successi proseguirà in modo scontato a Parigi. Così com’era esagerato condannare la missione in Oriente, adesso è bene non oberare di attese quella che porterà in Francia. Tanto per cominciare, la spinta del «fattore campo» sarà per i «coqs», che qualche rivincita se la vorranno prendere. Ad esempio nella spada a squadre, dove sono stati messi nel frullatore dai nostri. «Mi immagino già la voglia che avranno di bastonarci» rideva il c.t. Dario Chiadò. E un’accoglienza, diciamo così, «simpatica» se l’aspetta pure il collega del fioretto, Stefano Cerioni”.
| Proprio Stefano Cerioni è intervenuto con un pezzo firmato in prima persona sulla Gazzetta dello sport. Ha detto: “Ho trovato un ambiente diverso da quello che avevo lasciato anni prima, che andava riacceso con la scintilla dei giovani. Ho voluto subito puntare sulla nuova generazione di ventenni per dare loro la possibilità di farsi subito valere senza fare anticamera. Avevamo bisogno di una nuova linfa che potesse rinvigorire la nostra tradizione.
Così sono emersi subito ragazzi di grande talento come Tommaso Marini, Martina Favaretto, Guillame Bianchi e, da ultimo, Filippo Macchi che qui a Milano ha avuto la sfortuna di trovare proprio Marini a sbarrargli la strada nella prova individuale. La fiducia che ho riposto in loro è anche un messaggio che ho rivolto ai veterani: questi giovani vogliono spazio, voi cercate di difendere il vostro senza cullarvi sui successi del passato. Certo, la tecnologia oggi apre il mondo a tutti. I nostri avversari sanno come tiriamo, lo stesso noi di loro. Perciò dobbiamo sempre trovare qualcosa di nuovo, migliorarci nella tecnica. Ora tutti ci aspettano ai Giochi di Parigi. Ci chiederanno l’oro, dopo questi successi, ma ce li avrebbero chiesti lo stesso”.
| Nell’analisi sul Corriere, Vanetti ha giudicato che “siamo al top, per qualità e quantità di opzioni, in un mix tra veterane e giovani” nel fioretto e che “la spada è l’arma del momento, dopo anni altalenanti. Notizie meno positive dalla sciabola”.
parole Rosita Missoni
➣ Incontrò l’uomo della sua vita sotto l’arco di cupido di Piccadilly Circus, a Londra.
«Avevo sedici anni e mezzo, lui 27. Lo avevo appena visto vincere la batteria negli ostacoli alle Olimpiadi. Le mostro una foto dei miei nipoti con mio figlio Luca sotto la stessa statua, dove tutto è iniziato».
➣ Le nozze?
«Il 18 aprile del 1953. Il mio abito lo aveva realizzato la “zia Carla”, la chiamavo così anche se non lo era, ma il modello lo avevo scelto io. Ci sposammo in chiesa a Golasecca, facemmo il brindisi in azienda, sul terrazzo, con il Monte Rosa davanti ai nostri occhi. E andammo a Stresa per pranzo».
➣ Il viaggio di nozze?
«A Positano. Ottavio era bellissimo, ma soprattutto di una simpatia travolgente. Le battute sul non voler lavorare troppo facevano preoccupare mio padre sulla sua affidabilità. Lui, del resto, si straniva che il barista al mattino gli chiedesse: “ Com’el va laurà ?”, come va il lavoro? Ma ti sembra un buongiorno?, sbottava. Era abituato a Trieste, dove semmai gli domandavano se aveva fatto bei sogni».
– intervista di elvira serra, Corriere della sera
AMERICHE
Disney pensa di vendere Espn
C’era una volta ESPN come motore finanziario della Disney. Quel tempo non c’è più. Ne ha scritto il New York Times ricordando che “il colosso sportivo continua a guadagnare miliardi di dollari, ma i profitti sono in calo e le opportunità di crescita sono diminuite. Sono stati i soldi di ESPN ad aiutare la Disney a pagare le acquisizioni – Marvel, Lucasfilm, Pixar, 21st Century Fox – e a costruire un servizio di streaming, trasformandosi in un colosso, forse nella migliore speranza dei media tradizionali di sopravvivere all’incursione della Silicon Valley nell’intrattenimento. Quei giorni sono finiti. Con il suo doppio flusso di entrate – commissioni da abbonati via cavo e pubblicità – il colosso sportivo continua sì a guadagnare miliardi di dollari per la Disney. Nei primi sei mesi dell’anno fiscale 2023, la divisione reti via cavo della Disney ha generato entrate per 14 miliardi di dollari e profitti per 3 miliardi di dollari, ma la società sta esplorando una vendita, una volta impensabile, di una partecipazione in ESPN”.
La Cina e la NBA stanno facendo pace
Quasi quattro anni dopo la grande crisi, la NBA e la Cina stanno ricomponendo la loro relazione. Il grande freddo arrivò quando l’allora direttore generale degli Houston Rockets, Daryl Morey, twittò qualche frase a sostegno delle proteste per la democrazia a Hong Kong. Un sondaggio di Morning Consult rivela adesso che l’NBA è di nuovo la lega sportiva statunitense più amata in Cina. Ha resistito alla tempesta. Quasi un quarto degli adulti cinesi (24%) ha dichiarato di essere un fan accanito del torneo di basket, segue la Major League di baseball con il 19%, mentre il 18% ha dato la sua preferenza al PGA Tour di golf.
TENNIS
Ce ne fosse uno che qualche volta perde
Pure Berrettini, quando succede, impara
Alla fine del tunnel buio fatto di infortuni e tormenti, tormenti e infortuni, stamattina il ritrovato Matteo Berrettini ha dato domenica una lunghissima intervista a aWalter Veltroni per il Corriere della sera, nella quale parla di sé e dei disagi affrontati nell’ultimo anno. Si danno del tu e a un certo punto Berrettini dice quella famosa frase di Mandela che ormai ripetono anche i mediani di spinta al torneo del campeggio di Frittole. L’intervista è per intero qui.
➣ Com’era la stanza di Matteo Berrettini, da bambino?
«A quindici anni, quando ne avevo una tutta per me, la riempivo di poster di Pulp Fiction , Mad Max , Fight Club , della trilogia di Batman girata da Nolan. Da bambino ero in una camera condivisa con mio fratello. Io la affollavo di giocattoli, lui di cose sportive. Ci vogliamo molto bene ma siamo, per fortuna, molto diversi. Lui a otto anni sapeva la formazione della Ternana degli anni novanta, io giocavo con il Lego. Nel mondo di quei mattoncini mi isolavo, mi sembrava di stare in una bolla tutta mia. Mi piaceva quel disordine, che solo la pazienza e l’intelligenza di qualsiasi bambino in qualsiasi parte del mondo poteva trasformare in una forma compiuta. Il frammento diventava l’intero, grazie al cervello. Io costruivo astronavi, automobili, personaggi. La cosa più complicata è stata l’edificazione del Taj Mahal alla quale ho dedicato molti sforzi, ma che non sono riuscito a finire, causa il tennis. Allora l’ho passato a mio nonno e l’ha completato lui».
➣ Cosa è successo al tuo fisico?
«Sto cercando di capirlo, è difficile fare un’analisi oggettiva di quello che succede nel corpo, fatto di muscoli e psiche, di ognuno di noi. Nell’ultimo anno ho vissuto troppi strappi mentali e fisici. Ci sono stati dei momenti in cui la mia testa e il mio corpo non erano allineati, chiedevo troppo all’uno o all’altro. Clinicamente è stato uno strappo dell’obliquo interno. Credo di aver chiesto troppo al mio corpo. La mia indole combattiva non mi fa accettare quei fisiologici momenti di down che esistono per tutti. Io se sono in difficoltà tendo ad accelerare e non sempre è giusto. Se le cose non vanno io metto giù la testa e spingo. Ma è un errore. Se la testa si illude di stare bene e il corpo sta male, si paga il prezzo che ho pagato».
➣ Lo strappo fisico ti ha fatto precipitare in un periodo di buio psicologico.
«Sì, molto legato al fatto di non poter competere. Perché in fondo, anche quando mi sento esausto, è questa una delle cose che mi rendono vivo. Non poterlo fare, in appuntamenti importanti, mi ha fatto conoscere il buio. E il buio sembra non avere fine, sembra ti inghiotta perché invece di stare fermo e rifiatare, ti scavi da solo un abisso. Sono stati momenti brutti, che non mi sono piaciuti. Ma sono stati fondamentali per farmi ritrovare le ragioni della gioia di fare quello che ho iniziato da bambino e che ha occupato tutta la mia vita. Ho ripensato alle origini per ritrovarmi. Il buio mi ha dato lo spazio per farlo».
➣ Sei uscito da questa fase nera ritrovando la bellezza del gioco?
«Esatto, recuperando la purezza, l’allegria, l’incanto di una scelta che non ho compiuto, da ragazzo, pensando a Wimbledon, ma con la coscienza che era quello che volevo fare per sentirmi bene. Invece la mia vita era diventata una sequenza di “Devo”. Dovevo giocare certi tornei, dovevo vincere, dovevo essere in un certo modo. So che il dovere esiste, ma si deve coniugare con il piacere, con la gioia di fare, con leggerezza, quello che hai scelto di fare.
➣ Durante questo tempo cupo hai mai avuto voglia di dire basta?
«Tante volte, credimi. Nel 2020 ho avuto un’annata complicata e ricordo di aver fatto il pensiero, che mi aiutava a dormire, di prendere il passaporto, non dire nulla ad anima viva e fuggire dove nessuno avrebbe potuto trovarmi. Mi è capitato di pensarci, nei giorni bui. Pensavo ma perché devo subire tutta questa pressione, il senso di colpa per il mio corpo ferito… La vita è una, non ha repliche. Ma poi il tempo, il confronto con gli altri mi hanno fatto capire che io sono felice solo se scendo in campo e respiro quell’atmosfera. E sono infelice se non lo faccio. é una magnifica condanna, che mi sono scelto. E che ancora oggi, di nuovo oggi, mi regala gioia immensa».
– intervista di walter veltroni, Corriere della sera
Cosa dice Ivan Ljubicic
➣ Quanto è stato importante per Berrettini arrivare alla seconda settimana di Wimbledon?
«Molto. Da fuori è facile pensare che uno forte come lui possa tornare, ma per un giocatore la percezione è diversa. Quando ti fermi spesso, e quindi non giochi, e dunque non vinci, iniziano ad assalirti mille dubbi e paure. Il risultato, ma ancora di più la prestazione di Wimbledon, gli ha dato grande fiducia. Ha capito che non ha disimparato come si gioca a tennis. Lo swing sul cemento sarà molto importante per lui a livello di crescita. L’importante sarà stare alla larga dagli infortuni».
➣ Ivan, non le manca un po’ l’adrenalina del campo?
«Non escludo che un giorno possa tornare ad allenare, ma l’esperienza con Federer è stata meravigliosa quanto impegnativa. Ad Amburgo ho affiancato Arthur Fils per una settimana e me la sono goduta. Ho il lavoro con la federtennis francese, la mia accademia, le esperienze di talent con Sky, ho tante vite da vivere e per ora non ho tempo di annoiarmi».
– intervista di federica cocchi, la Gazzetta dello sport
GULP E se tornasse Federer?
Nella sua rubrica domenicale per Repubblica, lo scrittore Gabriele Romagnoli confessava un sospetto, domandandosi “che ci fa Roger Federer a New York, accanto a quel maglioncino con cinquanta sfumature di grigio?”.
E poi racconta: “Dieci anni fa nella stessa città accompagnai Michael Phelps, che da poco aveva abbandonato il nuoto, a un servizio foto. L’idea era che entrasse in piscina vestito con abiti di marca e ne uscisse con fradicia eleganza: uno squalo fuor d’acqua. La vasca era 10×3. Quand’ebbe smesso Phelps chiese: «Posso nuotare?». Lo fece per mezz’ora: due bracciate, virata, due bracciate, virata. Pensai: «Torna». Nel 2016 era a Rio. Quando, su quel campetto, Federer ha cominciato a tirare l’inedito rovescio a due mani, in molti (incluso lui?) hanno visto una proiezione: il gioco nuovo di un campione vecchio. Federer è troppo strutturato per cascarci e il tennis logora più di altri sport che hanno consentito a suoi pari di rientrare. Lunga è la strada. Tra l’euforia di oggi e l’accettazione di dopodomani ci sono fasi e sfumature. Soprattutto, tentazioni da respingere: le iniziative fallimentari di Becker e Borg o le amenità tv di McEnroe e la sensazione divorante (dentro e fuori lo sport) che quel che si è fatto finisca quando si smette, che diventi una brutta copia cui augurare il cestino. Perfino quando potrebbe essere la verità”.
ZIBALDACE
Che cosa vedere al Masters 1000 di Toronto
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Il sito ufficiale dell’ATP ci segnala che a Toronto ci sono alcune cosine che non possiamo perdere. Uno: la prima volta di Alcaraz in città, fresco del suo memorabile trionfo a Wimbledon. Un anno fa ha esordito in Canada, ma era a Montréal, perse subito contro Tommy Paul. Stavolta cerca il terzo titolo Masters 1000 della stagione dopo Indian Wells e Madrid.
Due: Medvedev che difende il titolo.
Tre: i ragazzi di casa, in effetti con un hype ridotto rispetto al 2019, quando portarono la nazionale in finale della nuova Davis contro la Spagna. Felix Auger-Aliassime guida le speranze di casa da decima testa di serie e potrebbe affrontare Andy Murray al secondo turno.
Quattro: il ritorno di Milos Raonic. Ha giocato a ‘s-Hertogenbosch e Wimbledon, vincendo una partita in ciascun torneo. Partitona in apertura contro Frances Tiafoe.
Cinque: Stefanos Tsitsipas che arriva fresco di decimo titolo in carriera, a Los Cabos
Sei: il doppio Koolhof/Skupski, campioni di Wimbledon e testa di serie numero uno. Avranno subito al primo turno una coppia tra Lloyd Glasspool-Harri Heliovaara e Hubert Hurkacz-Mate Pavic, entrambe viste all’ultimo Masters.
Se Mameli vi ruggisce dentro, ditegli che potrebbe capitare di vedere Berrettini vs Sinner al secondo turno.
Il ritorno di Caroline Wozniacki
Il sito della WTA non ha una guida analoga, non ha sei-sette-dieci cose da offrire da Toronto, ma una novità bella grossa sì, la prima partita dopo tre anni di Caroline Wozniacki, la danese che fu numero 1 al mondo. Ci ha ripensato. Dice addio all’addio e ricomincia [domani] da un match contro l’australiana Kimberly Birrell. Quando Wozniacki ha lasciato il tennis dopo l’Australian Open 2020, la Top-10 vedeva Ashleigh Barty e Simona Halep al numero 1 e al numero 2. Dietro di loro: Karolina Pliskova, Elina Svitolina e Belinda Bencic fino al posto numero 5, e dopo: Bianca Andreescu, Sofia Kenin, Kiki Bertens, Serena Williams, Naomi Osaka. Ebbene, sorpresa delle sorprese, meraviglia delle meraviglie, nessuno di quelle top-10 è ancora nella top-10. Wozniacki nel frattempo ha giocato i doppi Legends ai tornei dello Slam e ha lavorato come commentatrice in tv. È diventata mamma volte, così adesso viaggia portandosi al seguito Olivia e James, oltre a suo marito, David Lee. Dice che è serena così. Buona avventura, allora.
in tv oggi ore 17 Sky: ATP Toronto | 19 WTA Toronto
PALAZZETTI E DINTORNI
Le migliori réclame del basket
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PITUPITUM-PAAA Spagnolo MVP nel torneo di Trento vinto dall’Italia
In finale 79-61 degli azzurri sulla Cina. Dario Ronzulli su Tuttosport: “Il turno di riposo a Nicolò Melli e Simone Fontecchio torna comodo al ct Gianmarco Pozzecco per mettere in campo tutti gli azzurri, in primis Guglielmo Caruso che con la Turchia non aveva ottenuto spazio e che con i cinesi si fa trovare pronto, stesso discorso per il pari ruolo Momo Diouf. A riposo ci finisce anche Marco Spissu per una piccola distorsione in avvio di gara, ma c’è il ritorno di Alessandro Pajola a riequilibrare le rotazioni tra gli esterni. Da segnalare un’altra prova di qualità Matteo Spagnolo, nominato MVP del torneo, la partita da veterano di Pippo Ricci e lo show che regala Gabriele Procida”.
SCUSATE IL RITARDO
Gli 80 anni di Valerio Bianchini
➣ Difficile scegliere tra basket e libri?
«Ricordo a San Francisco la City Lights di Ferlinghetti con lui alla cassa e Pasolini sugli scaffali, il rimpianto quando a New York tra Broadway e l’80esima strada non trovai più la Shakespeare and Company e la sorpresa di scoprire a Parigi in un quartiere decentrato la Griffe Noire, dove ogni testo aveva una scheda scritta a mano e in vetrina c’era un water dove buttare i libri che non erano piaciuti. Gusti e disgusti. A rovinarmi sono stati due film: Improvvisamente l’estate scorsa e Psyco, mi affascinava la psicanalisi, ma a Milano la facoltà di Psicologia non c’era e Medicina non faceva per me, così mi iscrissi a Filosofia, fulminato da Lo Straniero di Camus.
Vivevamo nella bassa bergamasca dove Olmi ha girato L’Albero degli Zoccoli, poi ci siamo trasferiti a Milano con mia madre che mi ha educato ai libri. Leggevo sempre, non uscivo mai di casa, allora lei mi trascinò all’oratorio e lì trovai i canestri, il sogno americano, i Platters. Mio zio lavorava in un negozio di moda dove Bongoncelli, padrino del basket moderno in Italia e dell’Olimpia, portava i suoi giocatori a vestirsi. Così iniziai a frequentare il Palalido, mi mettevo seduto dietro alla panchina di Rubini e appena chiamava il time-out io cercavo di immaginare i cambi che avrebbe fatto anche se per lui il basket era correre, tirare, difendere». – intervista di emanuela audisio, la Repubblica
Lo Zecchino [della pallavolo] d’oro
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SAMURAI
Corriere dello Sport-Stadio: “Anzani nuovi guai, Europei a rischio” – Problemi cardiologici, servono altri esami. Il dottore della Lube: «Tornerà, ma soltanto nel 2024». Giorgio Burreddu racconta: “Qualche settimana fa aveva raccontato lo spavento che si era preso: «Durante la prova da sforzo si sono verificate delle aritmie. I medici mi hanno fermato per effettuare controlli ulteriori. I primi step sono stati un holter e una risonanza, ma era necessario investigare più a fondo. La strada migliore era quella di un piccolo intervento che avrebbe potuto richiedere anche l’ablazione. Tutto è andato liscio»”.
CALCIO ITALIANO
Chi scucirà lo scudetto dalla maglia del Napoli
Il Corriere della sera parla di “attacco al re” e fa “il check up delle sfidanti” al Napoli. Per la Lazio, “Milinkovic mancherà. Sarri non potrà snobbare l’Europa”. Inter: “Con Frattesi e Thuram, fantasia e forze fresche. Ma serve l’attaccante”. Milan: “La rivoluzione di Pioli: più muscoli e sostanza. E Leao ora non è solo”. Atalanta: “Scamacca e De Ketelaere. Nomi grossi per Gasperini che non si pone limiti”. Roma: “Dybala e Mourinho restano al centro ma mancano rinforzi”. Juventus: “Difesa da sistenare. Attacco da reinventare. Chiesa l’uomo in più”. UQanto al Napoli, si legge che “gli arabi insistono, Osimhen ci pensa. Nuova offerta all’attaccante: 120 milioni in tre anni. Il nigeriano non si allena da 4 giorni (ufficialmente per piccoli problemi muscolari) e da qualche tempo sta discutendo con il Napoli di un rinnovo del contratto che tarda ad arrivare”.
Repubblica: “Non è un paese per calciatori” – La fuga all’estero dei nostri giovani talenti
Ne parla Cher Ndour, azzurro campione europeo Under 19
➣ Ha mai dovuto fare i conti col razzismo?
«C’è una cosa che io per carattere prendo a ridere. Quando ero all’Atalanta e c’era qualche compagno bravo, in tribuna dicevano “bravo il numero 7, bravo il numero 10”. Quando invece volevano fare un complimento a me non dicevano “bravo l’8”. Dicevano “bravo il neretto”. Ecco».
➣ E a lei che effetto faceva?
«A me non pesava tanto. A mia mamma invece dava fastidio, si arrabbiava. Ma era ignoranza: la cosa assurda è che con quella frase pensavano di fare un complimento, nella loro ignoranza».
➣ Come si vive il passaggio dalle giovanili alla prima squadra?
«Se entri pensando di essere il fenomeno di turno ti mettono subito una croce sopra. Ho legato con Joao Mario, che è stato all’Inter: parlava italiano, mi ha fatto i complimenti per la convocazione, è stato bello».
– intervista di matteo pinci, la Repubblica
La disfatta della Nazionale femminile ai Mondiali
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Milena Bertolini è ufficialmente la ex ct, con un corredo di scambi sotterranei d’accuse e malumori con la squadra. Le leader della squadra vanno dal presidente Gravina per dire la loro sul futuro. Intanto Giandomenico Tiseo su Oa Sport scrive: “Professionismo, specchietto per le allodole? La sensazione è che in Italia l’avvento di tale status nell’ambito del calcio femminile sia stato troppo frettoloso, alimentato più da una visione di facciata di un mondo in cui pochi credono davvero. L’eliminazione della Nazionale italiana di Milena Bertolini, nel primo turno della fase finale dei Mondiali di scena in Australia/Nuova Zelanda, non è stato certamente lo spot migliore possibile, considerando anche la brutta prestazione negli Europei del 2022.
La rappresentazione sul primo canale della compagine tricolore, purtroppo, ha reso ancor più evidenti al grande pubblico le mancanze di giocatrici e soprattutto di un sistema che fatica a evolversi”.
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Sta cominciando il dopo Rapinoe. Per l’America e per il mondo