Il mestiere della fuga di Davide Bais. E-neve-poel ha deciso di fare 0-0 

  La neve c’è stata. Ai bordi della strada. La battaglia no. Sul Gran Sasso Evenepoel s’è trasformato in E-neve-poel, con Roglic sono andati per lo zero a zero, oppure ne hanno scoperto la voglia strada facendo, vallo a sapere. Davide Bais, Simone Petilli e Karel Vacek avevano invece un desiderio di fuga sin dai primi chilometri, fatica per fatica, freddo per freddo, questo è il mestiere della fuga, scrive allora Stefano Zago su Al Vento

Il mestiere della fuga – continua – è quel sogno spezzato a cui si accetta di andare incontro ed alla fine, forse, ci si abitua anche al fatto che la moltitudine, ovvero il gruppo, lo spezzi, ma nella progressione di un uomo in fuga, nei rilanci per allontanare il gruppo, nell’elastico per restare attaccato alla ruota di chi è all’attacco con te, nel controscatto, c’è l’infinito di quel verbo, del verbo sognare. Un infinito che affascina, che attrae, di segno uguale e contrario a qualunque ciclista. Infinito ovvero consapevole del fatto che le fughe non finiranno mai. Non sarebbero mai finite lo stesso, ma Davide Bais, che vince a Campo Imperatore, è un monito in più, per ricordarselo, per ricordarlo a chi, magari, stava pensando che domani non sarebbe andato in fuga, perché stanco dalla prima settimana di Giro d’Italia, o quasi certo che tanto la fuga non sarebbe arrivata oppure spaventato dalle due settimane restanti. Ogni tanto un ciclista ci pensa, non lo dice, ma ci pensa. Soprattutto nei giorni del ballo del freddo.

Gaia Piccardi sul Corriere della sera racconta come in fuga dal settimo km con negli occhi il Gran Sasso (all’inizio c’era anche l’eritreo Henok Mulubrhan ma si è congelato per strada), quei tre temerari hanno fatto la corsa mentre dietro il gruppo dei migliori poltriva. Si spiega solo così, con la stringente logica del ragionier Remco, il mantenimento di uno status quo che a questo punto ci portiamo dietro fino alla crono di Cesena, dove speriamo che Filippo Ganna (ieri al traguardo con oltre 25’ di ritardo) dia un colpo di vita

Alessandra Giardini su Bicisport ha scritto: “Attesa: sostantivo femminile (derivato da: attendere). L’attendere, e il tempo che si attende. Anche, lo stato d’animo di chi attende, cioè il desiderio, l’ansia con cui si attende un evento: grande era nel pubblico l’attesa dello spettacolo annunciato; venir meno all’attesa; deludere l’attesa. Prendiamo in prestito la definizione della Treccani per un giudizio sulla tappa di oggi: una grande attesa di qualcosa che non si verifica.  Nelle sue pagelle per la rivista specializzata, ha dato 4 al gruppo. Scrive: Con la paura non si va lontano. Remco Evenepoel non vuole la maglia troppo presto, gli altri hanno paura di lui. E quando a Cesena darà una lezione a tutti, i suoi rivali dove andranno a cercare il tempo perduto?

Enzo Vicennati su Bici Pro dice che una spiegazione c’è e sta nel vento contro, anche se il gruppo ha corso in modo rinunciatario sin dall’inizio, lasciando andare la fuga in modo incontrollato. Vederlo poi appallato lungo tutta la salita finale verso il traguardo non è stato lo spettacolo più avvincente.

Cosimo Cito su Repubblica dice che le risposte sul Giro, su Evenepoel, Roglic, sulla saga a cui si è dato di assistere da una settimana, se l’è portate via il vento. Un vento gelido su quello che viene chiamato il Piccolo Tibet d’Italia, e talmente forte da scoraggiare ogni azione: Nessuna curiosità di capire, in casa giallonera, come stia davvero Remco. Altrimenti avrebbero, come si dice, fatto tappa dura. È finita, tra i big, con un volatone tra 27 corridori per il quarto posto e l’ha vinto Evenepoel su Roglic e Pinot. Tutti contenti. Appassionati e tifosi meno. I primi tre della giornata hanno veleggiato da soli per 210 km e sono arrivati a giocarsi una tappa vinta in passato da Lopez Carril, Pantani e Simon Yates, da grandi scalatori. L’epica immaginata non si è realizzata, la neve non è caduta, ma si è corso tra muri bianchi e alti, e comunque il trentino Davide Bais questa giornata non la dimenticherà

Nemmeno la sua squadra, fondata da Basso e Contador. Marco Bonarrigo sul Corriere della sera racconta che la Eolo-Kometa, il cui terzo uomo al comando è il manager Luca Spada, è nata per costruire con un budget ridottissimo (quattro milioni l’anno contro i 40 e oltre di Ineos o Jumbo e i 15 medi delle World Tour) una squadra che faccia crescere con tranquillità nuovi talenti e ne porti qualcuno a livello di eccellenza per coinvolgere nuovi sponsor e poter passare alla categoria superiore. Nel team ci sono 14 atleti italiani, 5 spagnoli e un ungherese. Il corridore più in vista guadagna 300 mila euro, una cifra che in Ineos o Soudal prende un gregario. Il problema degli sponsor resta. Al contrario di francesi, olandesi e belgi, le squadre azzurre non riescono a intercettare partner istituzionali (banche, aziende di energia, assicurazioni) e nemmeno fondi di investimento.

 

voci Ivan Basso

Che effetto e fa gioire per il successo di un suo corridore? 

«Per noi è un’emozione fantastica, è sempre stupendo vincere al Giro. È una vittoria inaspettata per un ragazzo giovane che abbiamo preso da un’ottima scuola come quella del Cycling Team Friuli, e stiamo cercando di aiutarlo a crescere. Vogliamo continuare a far bene come abbiamo fatto in questi giorni con Albanese, Fortunato e tutti gli altri ragazzi».

Il successo di Bais è un segnale per la crisi del ciclismo italiano? 

«Per prima cosa di crisi parlano quelli che vivono l’ambiente dall’esterno. Noi non la vediamo, è chiaro che dobbiamo continuare a valorizzare i giovani. Bais è con noi da tre anni e aveva già dato segnali incoraggianti andando in fuga alla Tirreno. L’errore è che oggi si vuole tutto e subito. Invece bisogna aveva pazienza e coltivare il talento. Non puoi fare l’università prima del liceo». – intervista di daniela cotto, la Stampa

 

Pinot dice che la pressione non  aiuta a crescere

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Dopo la prima settimana di corsa al suo ultimo Giro, Thibaut Pinot dice che finalmente è proprio bello, correre senza sentire pressioni. È arrivato sesto in vetta al Gran Sasso d’Italia, ieri, alla ruota di Remco Evenepoel e Primoz Roglic. L’Équipe stamattina l’ha intervistato. 

 ➣  Lei conosceva questo arrivo al Gran Sasso, nel 2018 era arrivato secondo dietro Simon Yates.

«È andata completamente all’opposto di cinque anni fa, a causa del vento. Ce l’avevamo in faccia e nessuno oggi voleva bruciare la squadra» 

 ➣  Anche il fatto che domenica ci sia una cronometro lunga 35 km ha rallentato le iniziative?

«Non c’è una squadra che osi prendere in mano la corsa, a parte la Soudal-Quick Step e la Jumbo de Roglic. Nessun altro ha il coraggio di mettersi davanti, sapendo che alla fine sarai battuto da uno dei due. È Remco che controlla da solo la corsa, se decide di non correre per la tappa, le fughe vanno fino in fondo».

 ➣  Che bilancio personale trae da questa prima settimana?

«Bisognerà aspettare domenica sera, dopo la cronometro, per fare un primo punto. La tappa di sabato è dura, ma potrebbe anche essere favorevole a un velocista che dovesse superare le trappole. Domenica perderò molto tempo. Quando vedo che Remco mi dato 1’43” di distacco in 20 km, non mi faccio troppe illusioni su 35. Il Giro è molto lungo, bisognerà aspettare la prima tappa di alta montagna a Crans Montana per farsi un’idea. Fino ad allora, nulla sarà preciso nella classifica generale, soprattutto perché nella seconda settimana è prevista molta pioggia. È tutto quello che so»

 ➣  Sta correndo questo Giro pensando che sia l’ultimo?

«Non ci penso, faccio la mia corsa, voglio arrivare a Roma con meno rimpianti possibili. Ne ho avuto troppi durante la mia carriera. Oggi mi rendo conto che non è la pressione a favorire la crescita. Mi sono sempre preoccupato di far bene e di essere all’altezza delle aspettative, alla fine sono andato in bici più per gli altri che per me stesso. Quest’anno lo sto facendo per me stesso e funziona» – intervista di philippe le gars, L’Équipe 

 

I QUATTRO ANGOLI DEL GIRO

 

Michele Pelacci, Al Vento:Quelle di Gatto dal Giro del 1947 erano cronache intrise di «originario stupore per quei benedetti ragazzi che riusciranno a volare su due ruote sole come angeli»: era un’epoca, quella, in cui le macchine della stampa potevano transitare tranquillamente in gruppo. I giornalisti potevano parlare coi corridori durante la corsa o fare colazione a fianco dei campioni. Oggi l’accesso è molto più limitato. Non mi era mai capitato, prima di ieri, di seguire la corsa da dentro. Poi è successo che Shimano aveva un posto libero in macchina, mi hanno detto vuoi montare su? Sono andato  È passata una giornata a Napoli, e io a malapena me ne sono accorto, stupito com’ero di tanta bellezza.

 

LA TAPPA DI OGGI 

IL GIRO D’ITALIA IN TRENO | TERNI-FOSSOMBRONE

I tavolini di un bar dove un tempo c’era il primo binario

 

 

La stazione di Fossombrone non esiste più. Era lungo la ferrovia che unisce Fano a Urbino. Esisteva dal 1915, l’hanno chiusa nel 1987. C’erano un fabbricato viaggiatori e un magazzino merci. Il piazzale comprendeva due binari. Durante la seconda guerra mondiale, i nazisti in ritirata li avevano danneggiati per renderli inservibili. Adesso sono inservibili senza i nazisti. Il marciapiede dove un tempo stava il primo binario ospita i tavolini di un bar. In Umbria hanno dimesso anche la Spoleto–Norcia, ormai dal 1968. Metteva in collegamento la trasversale Roma–Ancona con la Valnerina, attraverso tratti vertiginosi, ponti, gallerie. La ferrovia proseguiva per la stazione di Serravalle, nella Gola del Corno. Permetteva ai pellegrini di raggiungere il santuario di Cascia. Terminava nella piana di Norcia, con una stazione unita alla città da un viale alberato.

 

Tutti qui vivono nell’arte, consapevoli o inconsapevoli [Guido Piovene sull’Umbria, Viaggio in Italia]

Francesca Bonazzoli, Corriere della sera: L’intera zona è un polmone verde, ma con mille sfumature che vanno dal verde quasi nero dei fitti boschi di lecci, roverelle e querce dell’Umbria al verde chiaro delle colline marchigiane coltivate a grano. Dopo Cagli ed Acqualagna, patria del tartufo bianco, anche la superba Gola del Furlo, uno stretto passaggio fra rocce a picco dove nidifica l’aquila reale, appare un «orrido» ingentilito. Da questo luogo magico si prende il bivio per Fossombrone e per il più grande distretto biologico d’Italia il cui cuore batte nella foresta delle Cesane e la cui arteria attraversa i terreni dorati dai diversi tipi di grani antichi che garantiscono la biodiversità fino nelle colline intorno alle mura di Montemontanaro e Montefelcino

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