Tu che sei Sofia Goggia – Il podcast

Buttarsi. Aprire il cancelletto. Guardare giù. Un dislivello tra i 450 e gli 800 metri. Uscire più veloce che puoi. Schizzare. L’estensione delle gambe. La propulsione del busto. Le tibie che ti fanno strada. I bastoncini degli sci a cui appoggiarsi per lo slancio. Metterli sotto le ascelle. Raccogliersi. Scivolare. 

Hai ripassato la pista in mezzo alla neve, mentre ti scaldavi. Con gli occhi chiusi, mimando con le mani le curve e i tagli, dondolando la testa dentro il casco per seguire il pensiero, la memoria del tracciato, i pendii, i muri, le sterzate. 

Adesso che ti sei lanciata, le mani stanno invece di fronte alla faccia, come fanno i pugili quando combattono. I gomiti sono sistemati davanti alle ginocchia, come le nuotatrici quando si fanno largo nell’acqua e vanno a rana. Tutto è silenzio, lassù, tutto è pace a oltre 2mila metri d’altitudine. Ti hanno gridato hop hop alle spalle e adesso sei sola. Più vai giù, più sei sola. Allora ti metti a canticchiare qualcosa, un motivo che ti tiene compagnia dentro la testa. È un rito muto. Non c’è nemmeno una nota che esca fuori dai pensieri. Serve che stiano là, tutte insieme, a spingerti verso la folla che sta aspettando a valle. Sta aspettando te che sugli sci non sei la più elegante e non sei la più armoniosa, sei il caos che cerca l’equilibrio, sei irregolare, sei un batticuore, sei un sasso spigoloso che rotola. Sei la velocità, sei la follia. Tu che sei Sofia Goggia.

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