Manuale di sopravvivenza all’addio di una stella

Serena Williams è nel pieno del suo farewell party. La MotoGP sta vivendo la sua prima stagione senza Valentino Rossi. Il nuoto italiano ha dovuto imparare a stare sulla scena senza Federica Pellegrini. L’atletica ha cercato nuovi modi di essere stelle dopo Usain Bolt. Il calcio tratta Ronaldo come un fastidio. Il basket americano aspetta altri James dopo LeBron James. Come si resiste e si reagisce quando il tuo grande campione se ne va. Dopo averti cannibalizzato. 

 

  ▻  Vatti a fidare. Ti metti nelle mani o nei piedi di qualcuno, gli affidi i cuori delle folle e il numero di Iban, poi quella o quello decidono che basta, non gli interessa più. Chi vuole insegnare, chi vuole darsi ai figli. 

Lo sci conobbe il trauma quando smise Alberto Tomba. Dove Sciare ha contato 311 stazioni dismesse tra Alpi e Appennini in Italia negli ultimi vent’anni. In un’intervista con Antonio D’Orrico nel 2014 per il Corriere della sera, il campione bolognese disse: «Parlano i numeri, le statistiche. Se oggi a vedere una gara vanno in quattromila, ai miei tempi venivano in quarantamila. Se oggi ci sono quattro giornalisti a bordo pista, quando correvo io ce n’erano quaranta. Con me e con Deborah Compagnoni, lo sci ha avuto una popolarità che poi non ha più avuto. Erano i bei tempi quando in Italia portavo via le pagine dei giornali al calcio, una cosa mai vista, i bei tempi quando la Rai interruppe addirittura il festival di Sanremo per seguire in diretta la mia gara alle Olimpiadi di Calgary. Cosa mai accaduta e che, forse, non accadrà mai più. E, infatti, ci fu l’amore e l’odio. L’amore per le medaglie che vincevo (e per come le vincevo) e l’odio per il mio carattere, il mio stile di vita, le Ferrari, le discoteche, le tasse. Sono stato esaltato, condannato, osannato, criticato. Gli italiani di oggi credono ancora a quello che fu scritto allora, all’immagine che mi hanno confezionato. Latin lover. E che vuol dire? Sono di Bologna, guidavo la Ferrari, avevo Miss Italia al mio fianco, mi piacciono le tagliatelle. Che devo fare? Mi devo ammazzare? Cosa c’è di male? Sempre questa storia delle donne. Se fossi andato a ragazze tutto il tempo come pensavano, non avrei vinto così tanto. “Le notti di Tomba, le notti di Tomba”, erano fissati. Come se non ci fossero anche i pomeriggi».

 

    Il TENNIS sta vendendo in queste ore a prezzi da primato i biglietti per ogni possibile ultima partita di Serena Williams. La domanda è cosa ne sarà di questi spettatori, dopo di lei. Cosa ne sarà quando pure Roger Federer avrà detto addio, probabilmente fra meno di due mesi al torneo di casa, a Basilea. 

Secondo l’ultimo sondaggio di Morning Consult, quasi 3 appassionati di tennis su 10 (il 27% per la precisione) dichiarano di essere “meno interessati” a guardare le partite e i tornei quando non ci sarà più. Il suo indice di gradimento è all’81 percento, ma soprattutto le cinque che vengono dietro di lei non giocano più: sia sorella Venus è al 78%, Billie Jean King al 63%, Steffi Graf, Chris Evert è Martina Navratilová tutte al 58%. La prima in attività per popolarità è Naomi Osaka, settima [55%] e nona viene col 38% Cori Gauff. Della numero 1 al mondo Iga Świątek, hanno un’opinione favorevole solo il 22% degli intervistati.

Il sondaggio è stato condotto a Ferragosto su un campione di 2.210 persone, probabilmente tutte in attesa nella sera americana, la notte in Italia del secondo appuntamento newyorchese con Serena. Stavolta l’avversaria è meno comoda, l’estone Annette Kontaveit, la numero 2 del mondo. Meno comoda per gli standard attuali. Una 27enne che vince il 9% dei punti in risposta, la percentuale più alta tra le 128 partecipanti, ha conquistato l’85% dei punti sulla prima di servizio e perde solo il 5% dei punti che gioca con il dritto. Per dire: Serena adesso è all’11%.

 

    Gaia Piccardi sul Corriere della sera riassume com’è andata la prima serata: “L’atmosfera elettrica di una prima di Broadway, 29.402 spettatori (record per una sessione notturna del torneo), biglietti in piccionaia sul centrale schizzati a 1.289 dollari, 16.500 dei quali polverizzati già il 9 agosto scorso, quando dalla copertina di Vogue Usa la diva aveva annunciato l’addio. In una sera piena di rimandi e citazioni – la più evidente sono le treccine fissate da perline colorate della figlia Olympia, esattamente il look con il quale Serena conquistò il primo dei suoi sei Major in terra americana. Il pubblico riempie il centrale di Flushing perché il match di Serena è the place to be, lei entra con lo strascico e i brillantini nei capelli, un velo del gonnellino per ogni Us Open vinto, 400 diamanti tempestano le scarpe. La Williams, d’altronde, è stata l’atleta che ha insegnato alle altre a non vergognarsi di chiedere (parità di guadagni e trattamento: c’è anche l’antenata Billie Jean King, naturalmente), a vestirsi come desiderano (Serena è stata Cat Woman a Parigi, mantellata a New York, ha avuto lo spolverino bianco a Londra e la tuta intera verde pisello in Australia), a esultare come i maschi, mostrando il pugno in faccia all’avversaria”. 

    Lucile Alard e Quentin Moynet, su L’Équipe scrivono oggi che “la Williams non è venuta per essere festeggiata, ma per vincere. Celebrata come una pensionata, si rifiuta di diventarlo. Lei che preferisce la parola “evoluzione” a ritiro, ha vissuto lunedì una delle serate più straordinarie di una carriera mai deragliata”. Non solo. A guardar bene il suo gioco, migliora ogni giorno di più. 

“C’era già, nel suo allenamento a Flushing Meadows dei giorni scorsi – scrive il giornale francese – un evidente progresso rispetto alla giocatrice zoppicante vista a Cincinnati. Serena Williams ha sistemato un ginocchio scricchiolante e ha riguadagnato una qualità nei movimenti, se non eccezionale, almeno sufficiente per essere ben posizionata al momento del colpo.

«Questa è la cosa più straordinaria: ha mostrato un buon tennis», dice Pam Shriver. «In due settimane, il passo avanti è immenso. Il suo gioco di gambe è migliore. La sua qualità non è ovviamente paragonabile alla Serena del periodo di massimo splendore, ma c’è di peggio in giro. Anche se ha commesso qualche doppio fallo, soprattutto all’inizio del match, ha servito molto bene quando ne aveva bisogno». Daniela Hantuchova aggiunge: «Più andrà avanti nel torneo, più sarà pericolosa». Se andrà avanti nel torneo. 

 

   Non ha bisogno di sondaggi la MOTOGP per misurare l’assenza di Valentino Rossi, a cui si sono aggiunti i guai continui di Marc Márquez. Il Mundo Deportivo ha pubblicato i numeri del distacco sentimentale dalle moto. In Spagna si è passati dai 75.000 spettatori al GP di Catalogna 2019 ai 58.000 di quest’anno. In Italia al Mugello sono calati dai 139.329 del 2019 pre-pandemia ai 74.078 nei tre giorni al circuito (10.815 venerdì; 19.602 sabato; 43.661 domenica). Nel 2018 erano stati 150mila. Il doppio. 

La Dorna si è inventata la gara-sprint al sabato, dall’anno prossimo, per smuovere il pantano. «La rivoluzione? Il problema nasce dal fatto che siamo un po’ in crisi – le parole a Formula Passion del manager Carlo Pernat – la MotoGP è in crisi, il mondo è cambiato, la F1 si è adeguata, la Superbike si è adeguata. Probabilmente non sarebbe stata fatta questa rivoluzione se non ci fosse questo periodo di grande crisi. È una decisione volta a far ritornare il pubblico».

Fabio Psoroulas si domandava qualche giorno fa su Eurosport se quest’ansia davvero la strada giusta. “La Formula 1 gode di una salute stupenda, forse la migliore della sua storia in termini di pubblico e visibilità.Per le moto copiare dalla F1 non è sbagliato, ma bisogna anche saper prendere spunto e non agire “a caso”. Primo esempio: sulla scia di Drive To Survive per la MotoGP è stato creato Unlimited, visibile su Amazon Prime. Un buon prodotto di per sé, ma nulla ha a che fare con la serie su Netflix che, puntando ad un pubblico americano, è molto più spettacolare a accattivante. Ora ci si prova con le gare sprint. Fa così gola introdurre una gara di 12 giri, che tra l’altro può diventare la copia di quella del giorno dopo, dato che la griglia di partenza è sempre la medesima e nelle moto non ci sono poi tante strategie da poter fare? La scelta lascia perplessi. Altro tema è la “saturazione“: 40 e passa GP in un anno sono francamente troppi”.

 

  Quanto il BASKET americano saprà fare a meno di Lebron James, si vedrà. Forse non bisognerà neppure aspettare chissà quanto. È una condizione già vissuta a suo tempo con Michael Jordan. Fu lui a non resistere senza. Tonrò. LeBron, prima di andare, vorrebbe lasciare altri James in circolazione. Addirittura, l’ha raccontato in febbraio a The Athletes la prima volta, vorrebbe fare in tempo a giocare con loro, Bronny e Bryce, i figli. 

Sport Illustrated dedica la sua ultima copertina ai James, con un servizio fotografico, una giornata trascorsa con loro da Chris Ballard. 

“E se gli dei del basket gli facessero quel regalo? Accidenti a quello che ne pensa la gente” scrive la rivista americana. “Sebbene sia impossibile per tutti noi giudicare la felicità di qualcun altro, sembrerebbe che all’età di 37 anni e all’inizio del suo 20esimo anno di basket professionistico, James abbia fatto quanto chiunque altro per raggiungerla. Si è evoluto in uno statista e in un difensore di cause. Ha raccolto denaro per la sua città natale, ha aiutato amici di infanzia, ha portato titoli a ogni squadra per cui ha giocato; ha sfidato le ingiurie del tempo, e  insieme a sua moglie Savannah ha cresciuto dei figli che sembrano straordinariamente normali, tutto sommato”. Gli resta questa sfida dentro la testa. Andarsene dal basket lasciando un pezzo di sé. Come eredità, come ossessione, ciascuno lo decida per conto suo. Nel suo lunghissimo servizio, Sports Illustrated si domanda “come può Bronny soddisfare uno standard che è, per sua natura unico? Per superare suo padre, dovrebbe letteralmente essere il migliore in assoluto”. 

Se il sogno dei James si dovesse realizzare, sarebbero il primo padre-figlio in una partita NBA, la quarta coppia di questo tipo nei quattro principali sport maschili degli Stati Uniti, dopo che Gordie ha giocato con Mark e Marty nella NHL; sia Ken Griffey sia Tim Raines con i loro figli in MLB. 

    Andrea Melli su La Stampa racconta che la stella dei Los Angeles Lakers intanto è tra gli investitori di Main Street Advisors, uno dei due fondi americani pronti ad affiancare RedBird nell’acquisizione del Milan. L’altro fa riferimento alla famiglia Steinbrenner, proprietaria dei New York Yankees di baseball. “Il closing – scrive – potrebbe arrivare già oggi attraverso un comunicato, è solo questione di settimane. E sullo sfondo, si dice che potrebbero esserci anche Hugh Evans e Ramzi Musallam, co-proprietari del fondo Veritas Capital: par di capire che, almeno in termini economici, il futuro del Diavolo potrebbe essere alquanto roseo”.

 

     Il CALCIO è strano. Qui una volta era tutta campagna, e la campagna era piena di Lui. Per quindici anni non è stato possibile fare a meno di Ronaldo. Di Ronaldo e di Messi, di Messi e Ronaldo. Il calcio ha donato loro Palloni d’oro anche quando non era il caso, perché era più facile, era più comodo. Ora Messi fa collezione di tre e quattro in pagella da L’Équipe a Parigi, Ronaldo non ha nemmeno una casa. Qualcuno che a parte Giorgina gli voglia bene. Sembra quel ragazzino che alla scelta delle squadre in strada – paté paté paté yò – restava per ultimo, in disparte. Al limite, oh, ti metti in porta. Senza quei due, pareva non ci fosse sopravvivenza, e guardateli adesso, sballottati tra un Haaland e uno Mbappé. Che storia sarebbe una finale Argentina-Portogallo in Qatar? 

L’ultimo rigetto di Ronaldo è arrivato da casa sua, lo Sporting Lisbona. Ne scrive Maurizio Crosetti su Repubblica stamattina, chiamandolo Cenerentolo senza scarpetta. 

“Quando Cristiano Ronaldo nacque a Funchal, isola di Madeira, il 5 febbraio 1985, Ruben Amorim era più vecchio di lui di appena nove giorni. Ma oggi Ruben pensa che Cristiano sia vecchio, vecchissimo in assoluto e fondamentalmente inutile, anzi dannoso per il suo Sporting Lisbona, la squadra che Amorim (cognome gentile, il resto chissà) allena con grande profitto da un paio di stagioni. Pur non essendo un mito del calcio né una leggenda portoghese, il poco amorevole Amorim è riuscito a fare in modo che lo Sporting riconquistasse il titolo nazionale dopo 19 anni. Ha creato un vero gruppo, un meccanismo di precisione e non vuole che CR7 s’ infili tra gli ingranaggi: per questo, Amorim ha detto ai suoi dirigenti che se arriva Ronaldo, se ne va lui. Il mercato portoghese sarà aperto fino al 22 settembre, c’è dunque tutto il tempo perché lo Sporting possa disamorarsi di Amorim dell’idea di Ronaldo.

… È tutto tempo che passa. Quello di Ronaldo, che si avvia a un finale di carriera assolutamente non accettato, in pratica respinto: dirsi addio è sempre difficile, figurarsi per uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi”. 

 

Lo stilista Karl Lagerfeld una volta ha detto che cambiare è il modo più sano per sopravvivere. Ha seguito la sua linea l’ATLETICA quando ha avuto bisogno di cercarsi nuove stelle che riempiono il vuoto lasciato da Usain Bolt. Anziché cercare la luce abbagliante di un solo campione – ammesso che fosse possibile trovarlo – World Athletics ha sparso i suoi semi lungo più terreni, vedendo fiorire quel Karsten warholm che si prende a schiaffi e grida come dentro un quadro di Munch prima di scavalcare ostacoli per 400 metri, oppure quel Mondo Duplantis che vola con l’aiuto di un’asta pieghevole sopra i 6 metri. 

    La creazione di un campione spezza le vene delle mani. Kris Rhim sul New York Times ha scritto in questi giorni che “per l’atletica leggera spesso non basta nemmeno dominare in pista. Le sue stelle devono essere anche commerciabili. Molti ne sono consapevoli e usano le loro celebrazioni, le loro acconciature e la moda per far crescere il proprio marchio”.

Saunders, una tiratrice di pallini che vede meno copertura televisiva rispetto ai suoi coetanei sprint, ha detto che sapeva che avrebbe dovuto distinguersi se voleva essere notata. “Mi chiedevo tipo, sono il migliore nel mio evento, perché non posso essere visto? O cosa posso fare per essere visto?” lei disse.

Alle Olimpiadi della scorsa estate, Raven Saunders si è tinta i capelli di viola e verde e ha indossato una maschera di Hulk, mentre andava a prendersi la medaglia d’argento nel getto del peso. Ha aggiunto di essere stata pure molto orgogliosa di passare per la prima atleta a fare twerking in televisione alle Olimpiadi. C’è molto di più nella vita di Raven. Ha firmato un accordo di sponsorizzazione con la società di scienza e ingegneria Leidos. Usa quei fondi per girare e parlare di consapevolezza della salute mentale, dopo aver tentato il suicidio qualche anno fa. 

 

Per sopravvivere a un campione, ogni tanto è utile ricordarlo. Letsile Tebogo, velocista di 19 anni, ha studiato il modello Bolt. All’inizio di agosto ha vinto i 100 metri ai Mondiali U20 in 9.91, il tempo più veloce mai fatto da un adolescente. “Il crono di Tebogo è stato spettacolare – dice il New York Times – ma lo è stato anche il modo in cui ha chiuso la sua performance”. Quasi a metà gara, si è rivolto verso Bouwahjgie Nkrumie – giamaicano, non è un dettaglio – che era secondo, due corsie più avanti. Tebogo ha agitato il dito e ha urlato verso Nkrumie per gli ultimi 40 metri, trasformando il dito in un pugno una volta passato il traguardo. Come quella volta che Bolt si girò a guardare l’avversario e gli scattarono una foto famosa. 

Oppure c’è Sha’Carri Richardson che gioca a fare Florence Griffith-Joyner. Con le acconciature, i capelli arancioni, le unghie lunghe, gli slogan sopra le righe. Nella semifinale dei 100 ai Trials olimpici di un anno fa, iniziò a indicare l’orologio molto prima che la gara finisse. Saltò Tokyo per aver fumato marijuana. Ai giornalisti dice che vuole che il mondo sappia che lei è QUELLA ragazza. Lo ripete pure in uno spot della Nike. I pubblicitari hanno un debole per lei. L’hanno reclutata pure per una réclame con la partecipazione di Kanye West. 

Ieri sera è tornata in gara al meeting di Lucerna. Ha corso i 100 metri in 11.29. Niente di che, ma c’era un vento contro di 2 metri al secondo a frenarla. La cosa che conta è che abbia battuto la campionessa olimpica giamaicana Elaine Thompson-Herah, su una pista bagnata, senza gare nelle gambe da da fine giugno, quando non riuscì a qualificarsi ai Trials americani per i Mondiali di Eugene. È un bel segnale. Per lei e per l’atletica, a nome di tutti gli sport che cercano nuovi campioni e nuovi personaggi. Perché i capelli arancioni sono un fattore, ma ogni tanto serve vincere. Diciamo che aiuta, ecco. 

 

 

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