Quando mi presento a una gara, non penso mai di poter perdere
Se dovesse succedere, non sarebbe la fine del mondo
Usain Bolt
A un anno di distanza dalle sconfitte olimpiche di Tokyo, la velocità statunitense si è riscattata ai Mondiali di Eugene con una tripletta nei 100 metri: oro a Fred Kerley [9.86], argento a Marvin Bracy e bronzo a Trayvon Bromell, entrambi in 9.88. Marcell Jacobs ha preferito non correre la semifinale.
Sembra il titolo di quel pezzo cantato da Donald Glover qualche anno fa. This Is America. Adesso sì, adesso ti riconosciamo. L’estate giapponese del 2021 ci aveva salutato consegnandoci una sua versione rimpicciolita. Gli USA si erano presentati alle Olimpiadi con i migliori interpreti dell’anno in tutte le corse dai 100 agli 800. Pensavano al jackpot, tornarono
a casa senza nemmeno un oro, con una disfatta storica perfino nel regno della staffetta.
La tripletta di stanotte nei 100 metri rimette la storia dello sprint sul parallelo della tradizione. This Is America, come ai Mondiali non succedeva dal 1991 a Tokyo, con Carl Lewis [9.86], Leroy Burrell e Dennis Mitchell. Era già accaduto pure a Helsinki 1983, nella prima edizione, ancora con Carl Lewis, Calvin Smith, Emmit King.
Negli ultimi trent’anni la storia dello sprint aveva invece allargato la sua mappa. Prima di tornare a tre sole lettere [U-S-A], i 100 metri avevano messo sulla cartina sei paesi da podio: Gran Bretagna, Canada, Trinidad e Tobago, Saint Kitts and Nevis, Giamaica, Bahamas.
Da quando esistono i Mondiali hanno conquistato un posto in finale 26 nazioni di ogni grandezza e ogni continente, dai Caraibi all’Africa [Namibia, Ghana, Nigeria], toccando l’Oceania con l’australiano Paul Narracott [1983] e la Cina con Bingtian Su [2017]. Hanno fatto in tempo a imbucarsi alla festa anche Paesi che non ci sono più, la DDR di Christian Haas [1983] e l’URSS di Viktor Bryzgin [1987]. E adesso tutto si riduce a tre lettere, come alle Olimpiadi non succede da Stoccolma 1912: Ralph Craig oro, Alvah Meyer argento, Donald Lippincott di bronzo.
È stata la prima finale senza europei dal 1997 e la seconda nella storia.
♔ un re | Fred Kerley
Il nuovo re è allora questo ex quattrocentista che cinque anni fa corse il giro di pista per 12 volte sotto i 45 secondi. Gli piace dormire, cucinare e fare shopping. Ha giocato a football e basket. È stato adottato da sua zia Virginia da bambino, insieme ai due fratelli e le due sorelle. Poiché la donna aveva anche otto figli suoi, in casa le giravano tredici bambini. Fred la definisce tuttora la persona più influente della sua vita. C’erano giorni in cui lei non mangiava per esser certa che il piatto a tavola non mancasse agli altri. Si sentono al telefono ogni giorno. Ha avuto problemi con la legge, ha scansato per poco il carcere da adolescente. Suo fratello minore Mylik correva con lui nella squadra d’atletica della Texas A&M. Suo cugino Jeremy è un wide receiver in NFL. Il suo DNA è stato testato per capire da dove provenissero i suoi antenati. Hanno scoperto che partirono da Ghana e Congo.
Di geni e di DNA scrive proprio stamattina Emanuela Audisio su Repubblica, ripercorrendo anche la storia della velocità e dei suoi record. “Senza non sfrecci. Si chiama ACTN3, the speed gene, il gene della velocità, fa parte del Dna di ognuno di noi, ma non tutti ne hanno lo stesso tipo. C’è una variante, una mutazione genetica che rafforza la struttura e l’elasticità dei tendini. Senza sei solo una tartaruga piena di volontà. È la scoperta di alcuni ricercatori che l’hanno studiata nei topi per capire il ruolo della genetica nelle prestazioni atletiche, che dipende fortemente dalla biologia dei tendini”.
Alle spalle di Kerley in pista e al suo fianco sul podio, ecco Trayvon Bromell, figlio di Cashmere Bromell, ex giocatore della Canadian football League, e di Shri Sanders. Ha vinto la medaglia d’oro ai Mondiali indoor 2016 sui 60 metri quando aveva 20 anni. È stato il primo atleta di una high school a correre i 100 in meno di 10 secondi, per poi vincere due titoli NCAA [100 e 200] quando frequentava la Baylor University. I Giochi sono la sua maledizione. A Rio si strappò, a Tokyo uscì in semifinale.
Marvin Bracy viene dalla Florida State University e dal football. Ha smesso di giocare per i Seminoles nel 2013, si è dato alla pista, è tornato al football con tre contratti firmati tra i professionisti [Indianapolis Colts e Seattle Seahawks in NFL, poi gli Orlando Apollos in una lega minore], per farsi rivedere dal 2020 in atletica.
Christian Coleman ha lasciato invece malinconicamente nel piatto il capo decollato del suo titolo mondiale di tre anni fa. This Is America. Bentornata. Ora ti manca ancora la Coppa Davis e la corona mondiale dei pesi massimi.
La malinconica corsia vuota di Jacobs
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Poco dopo l’una di notte, abbiamo saputo che alle tre non avremmo trovato Jacobs in semifinale. La corsia quattro della terza serie è rimasta sgombra. Si è sorpresa solo la Curva Marcell. Un vuoto simbolico. È la cifra degli ultimi 11 mesi del campione olimpico, con l’eccezione dei 60 metri – che rispetto ai 100 sono quasi un altro sport. Lo hanno visto più in sala ecografia che in pista. Quando è apparso, non è mai sceso sotto i 10 secondi. Finchè si allena, il Meraviglioso Mondo di Jacobs regge la scena e tiene il cartellone. I fotografi gli chiedono di fare i muscoli e lui li fa, con lo stesso sorriso smarrito che aveva Primo Carnera. Sta bene, sta benissimo, anzi vola. Sta sempre benissimo, quando Paolo Camossi lo cronometra. Per quello lo portò a Nairobi in altura. Perché volava. In allenamento. Diamine, lo scudo. Nove e ottanta, forse nove e settanta, forse il record del mondo. Se del resto in Kenya ci andava Tortu e faceva felici i suoi sponsor, perché non volare su due piedi, fuori programma, in un altro continente e far felici i propri?
Lì il Meraviglioso Mondo di Jacobs si è incartato. Un virus, prima raccontato come una faccenda molto seria, da ricovero in ospedale, e 10 giorni dopo – poff – già tutto superato. Tanto da poter andare a correre a Savona. Il resto si sa. Un fastidio muscolare inascoltato in batteria, la decisione di correre anche la finale, e da allora tutta una serie di dolorini che vanno e vengono, giganteschi in prossimità della gara, insignificanti subito prima e subito dopo, quando Marcell sta di nuovo bene, sta benissimo, la macchina dell’ottimismo dice che ha superato tutto. La serenità, il padre, la pace nei boschi, la mental coach.
«Non sto bene» invece ha detto lui. Tutto il contrario. A chi si deve dar retta?
Viene quasi da sospettare che siano vere entrambe le cose, cioè che Jacobs stia sufficientemente bene per correre in 10.04 come in batteria, ma che non ci siano le condizioni per essere di nuovo il poster del 9.80. È scisso tra il corridore che è stato per due mesi a ridosso di Tokyo e il corridore pre e post Tokyo. Così, se il 9.80 assomiglia a un nodo che viene al pettine, la soluzione scelta non è sciogliere il nodo, ma gettare il pettine.
Il paradosso è che il 10.04 delle batterie, ripetuto in semifinale, sarebbe perfino bastato per andare in finale, da ripescato, col sesto tempo. Un risultato gigantesco. Una finale mondiale, solo 12 mesi fa, sarebbe stata vissuta come una conquista, nel Paese che l’ha ottenuta due volte in tutto nella storia, con Pavoni e Tortu. Ma una semplice finale mondiale, non regge più il cartellone dello Show.
Tra qualche ora si porrà dunque la questione della partecipazione alla staffetta e poi si porrà quella della partecipazione agli Europei di Monaco di Baviera in agosto, dove l’avversario sarebbe Zharnel Hughes, miglior europeo in semifinale con un mediocre 10.13 dopo essere sceso sotto i 10 in batteria.
Presto sentiremo che l’obiettivo vero sono le Olimpiadi di Parigi del 2024. Che tutto deve essere finalizzato a quel traguardo. Con il sospetto che arriveranno altri ritiri e altri forfait, per non sbeccare con le sconfitte in pista l’immagine da erede di Bolt.
«Tornerò a farvi sognare» ha detto Jacobs e pare che sia una promessa per noi che guardiamo. La cosa più importante è che non sogni lui. Noi stiamo bene anche da svegli. Noi stiamo bene anche se Jacobs accettasse l’idea di essere per sempre uno sprinter da 10.04.
coriandoli | Emanuela Audisio ha scritto su Repubblica: “Ha rinunciato alla semifinale, dopo i proclami della vigilia in cui si dava coraggio: gli esami di ieri mattina hanno confermato la presenza, pur ridotta, di una contrattura al grande adduttore della coscia destra. Nessuna lesione, ma un «quadro clinico che può mettere a rischio l’integrità muscolare », ha spiegato la Federazione”.
Andrea Buongiovanni per La Gazzetta è fatalista. “Forse era scritto nelle stelle: le magie olimpiche avevano uno scotto da pagare” scrive, parlando poi di “settimane difficili, tribolate, trascorse all’inseguimento di una condizione fisica mai trovata a causa dei tanti ripetuti acciacchi. È evidente come il lungo periodo di lavoro a singhiozzo, cominciato con la maledetta trasferta a Nairobi di inizio maggio e proseguito con le molte rinunce a gare programmate, lo abbia destabilizzato. La macchina è rimasta arrugginita, il motore ingolfato e non in grado di liberare tutti i cavalli. È stato costretti a viaggiare con un solo pistone”.
Le batterie dei 100 femminili
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Sono rimaste in sei sotto gli 11 secondi, nelle batterie dei 100 metri, con una Shelly-Ann Fraser-Pryce da 10.87, per tre centesimi alle spalle della britannica Dina Asher-Smith. Sotto la soglia dell’eccellenza anche l’altra britannica Neita [10.95] e la svizzera Kambundji [10.97]. L’Italia ha portato in semifinale Zaynab Dosso, il suo valore attuale. Ha corso in 11.26, ce l’ha fatta per un centesimo, terza in batteria davanti a Joella Lloyd di Antigua, nella serie vinte da Elaine Thompson in 11.15.
quando | nella notte ore 2.33 semifinali | 4.50 finale
IL NOME PIÙ BELLO
Marwa Bouzayani
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Jonathan Gault per Let’s Run la definisce “la più grande sorpresa positiva della giornata”. Tunisina, 25 anni, aveva un 9.31.25 come personale nei 3mila siepi prima che iniziasse la stagione e ieri ha corso la batteria in 9.12.14 per raggiungere la finale. Marwa Bouzayani, come mette in evidenza anche Emanuela Audisio su Repubblica, “corre tutta coperta (anche il velo in testa)”. Ci sono stati due primati nazionali nelle batterie, realizzati per la Francia da Alice Finot [9.14.34] e per la Gran Bretagna da Aimee Pratt [9.18.91]. Inoltre 5 primati personali, alle spalle del miglior tempo della kenyana Norah Jeruto, ex campionessa d’Africa che da gennaio corre con un passaporto kazako [un pazzesco 9.01.54], lo stesso che aveva in tasca la moscovita Elena Rybakina a Wimbledon.
quando | mercoledì notte ore 4.45 semifinali
italianismi
Cosa dire al Mameli che ruggisce dentro
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La distanza tra Ottavia Cestonaro e l’élite del salto triplo è di 65 centimetri. Non c’è mai stata storia per la sua qualificazione alla finale. Ha fatto 13,63 quando serviva 14,28. Nemmeno la sua migliore prestazione 2022 [14,22] le sarebbe bastata. Migliore misura per la primatista mondiale Yulimar Rojas 14,72 davanti a Maryna Beckh-Romanchuk 14,54 e alla dominicana Ana Lucia Jose Tima, record nazionale in 14,52.
quando | domani notte ore 3.20 finale
Per sedare il Mameli che ci ruggisce dentro, possiamo parlargli soprattutto di Elena Vallortigara, arrivata a Eugene come la migliore maglia azzurra nei ranking mondiali, seconda prestazione del 2022 nel salto in alto con il metro e 98 di Rieti. Si è guadagnata la qualificazione alla finale con autorevolezza e con la misura di 1,93 superata senza errori. Solo altre quattro come lei: le due ucraine Mahuchikh e Gerashchenko – che sono tra le favorite per il podio – l’uzbeka Sadullayeva e l’australiana Patterson. È stato necessario ripescare tre atlete a 1,90 per completare il campo delle dodici finaliste. È un po’ come dire che nella finale dei Mondiali del 2022 poteva starci anche la Sara Simeoni del 1976. Se il livello è questo, Vallortigara può saltare per una medaglia. Ma a quote così basse, serve non sbagliare mai nei primi salti.
quando | martedì notte ore 2.40 finale
Gaia Sabbatini si è fermata come a Tokyo in semifinale. Un anno fa perché rimase implicata nella caduta di un’avversaria, stavolta per squalifica, dopo un contatto sul rettilineo finale con l’ugandese Nanyondo. Aveva chiuso in 4.05.41, comunque insufficiente per passare. Nessuna eliminata nobile: in finale triello Kypiegon-Tsegay-Muir.
quando | lunedì notte ore 4.50 finale
La scacchiera dei Mondiali
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♕ una regina | Letesenbet Gidey
Il mistero di Sifan Hassan è risolto. Non è quella di Tokyo. Nemmeno lei. In Giappone chiuse le sue tre gare [10.000 – 5.000 – 1.500] con due ori e un bronzo. Qui a Eugene ha già fatto sapere che ne salterà una. Comunque vada, non vincerà lo stesso numero di medaglie. Ieri ha chiuso la distanza lunga al quarto posto. Ha provato a uscire sul rettilineo, la rimonta è implosa a ua trentina di metri dal traguardo. Oro all’etiope Letesenbet Gidey [30.09.94], protagonista addirittura in volata, lei che non è una specialista, davanti alle keniane Hellen Obiri [30:10.02]. e Margaret Chelimo Kipkemboi (30.10.07). C’è un primato nazionale per il Kazakistan: lo ha stabilito Caroline Chepkoech Kipkirui [30.17.64], che ha in tasca eccetera eccetera.
♖ torri | Il derby polacco a Fajdek
Nel lancio del martello è arrivato il quinto titolo consecutivo per Pawel Fajdek, realizzato con un lancio da 81,98. La sua migliore misura tra quelle segnate per vincere in carriera ai Mondiali. Il secondo posto di Nowicki ha dato anche l’argento alla Polonia. Il suo 81.03 sarebbe stato d’oro nel 2015, nel 2017 e nel 2019. Il bronzo è andato al norvegese Henriksen (80,87).
♗ alfieri | Jim Thorpe, e scusate il ritardo
A distanza di 110 anni, Jim Thorpe è stato riconosciuto come l’unico vincitore del decathlon e del pentathlon ai Giochi di Stoccolma 1912. Era rimasto vittima di quella che molti consideravano un’ingiustizia olimpica secolare, scrive il New York Times. Eccelleva in una dozzina o più di discipline, aveva dominato i suoi due eventi, ma era stato privato delle medaglie quando era emerso che aveva guadagnato qualche dollaro giocando brevemente a baseball in precedenza. “Una decisione che gli storici consideravano intrisa di razzismo verso Thorpe, un nativo americano”. Il riconoscimento da parte del Comitato Olimpico Internazionale è stato annunciato venerdì, 40 anni dopo averlo dichiarato co-vincitore di entrambi gli eventi. Contro la decisione del 1982 si sono sempre battuti i suoi sostenitori in una campagna di opinione che si è conclusa con la vittoria totale.
♙ pedoni | I grandi battuti della notte
Nel peso femminile, Chase Ealey ha dato agli USA una prima storia medaglia nella disciplina [con 20.46], infliggendo la sconfitta alla cinese pluri-titolata Lijiao Gong [20,39], una delle favorite più nette in questi Mondiali. Terza Jessica Schilder con 19,77, record nazionale olandese e prima medaglia del suo paese nel peso. Niente podio per la Auriol Dongmo, ora portoghese dopo aver gareggiato col suo Camerun [quinta con 19.62], niente per il Canada, con il quarto posto di Sarah Mitton. L’altro grande sconfitto è il greco Miltiadis Tentoglou nel lungo: per due centimetri con 8,34 è arrivato dietro il cinese Jianan Wang.
voci | Cosa ci lascia Allyson Felix
In quell’ultimo passaggio di testimone che cosa ha pensato?
«Volevo godermi l’istante. Quando sono partita ho sentito il pubblico urlare ed è stato potente. Ero felice, completamente soddisfatta. In casa, negli Stati Uniti, nello stadio dove ho corso tante volte, con mia figlia sugli spalti. Ho assaporato la perfezione».
È questa la sua eredità?
«Senza tutto questo forse non ci sarebbe un’eredità, ma lascio la consapevolezza che le atlete e gli atleti devono parlare e far sentire la propria voce per avere quello che è giusto. Lascio la prova che non si corre nel tunnel del vento, da soli contro tutto. Si corre per ottenere successi e servono sacrifici importanti ma esistono pure dei diritti e devono esserci in partenza. Vale nello sport come nella società».
Come vuole essere ricordata?
«Come un’atleta orgogliosamente competitiva, una che ha imparato dagli errori, soprattutto come una che ha lasciato lo sport che ama meglio di come lo ha trovato». – intervista di giulia zonca, La Stampa
LE STELLINE DELL’ATTESA | COSA VEDERE
Le maratone monche per i visti negati
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★★★★★ Una chance per l’Europa
È la gara che per tradizione chiude il programma olimpico, a questi Mondiali arriva al terzo giorno. Si porta dietro due domande e una certezza.
Le due domande riguardano l’Europa: riuscirà finalmente a prendere una medaglia, quindici anni dopo il bronzo dello svizzero Viktor Röthlin? Quella medaglia può essere l’oro? Secondo la rivista americana Track & Field – come si dice: la Bibbia del settore – andrà così. Hanno assegnato nei pronostici il primo posto ad Abdi Nageeye, olandese, di origini somale. Lo vedono davanti al kenyano Lawrence Cherono e all’etiope Tamirat Tola. Gli USA pensano di potersi giocare la carta di Galen Rupp.
La certezza è che le maratone sono le gare più condizionate dal pasticcio sui visti. Secondo la BBC riguarda un centinaio di persone, tra atleti, allenatori e funzionari. Di certo la Gran Bretagna non avrà Chris Thompson, 41 anni, il miglior maratoneta del paese, con l’ambizione di un piazzamento di vertice. In campo femminile i ritardi burocratici hanno fatto fuori Sheila Chepkirui, seconda ai Trials del Kenya, favorita per una medaglia. Il suo agente statunitense, Tom Ratcliffe, ha detto che si occupa di documenti per l’ingresso in America da 25 anni e non gli è mai capitata una situazione del genere.
Robert Johnson su Let’s Run scrive che “gli Stati Uniti dovrebbero vergognarsi” e riferisce di aver sentito dire [al supermercato da un atleta] che gli atleti non hanno il posto garantito all’interno dello stadio, senza acquistare i biglietti. “Ha detto che è successo anche ai Trials olimpici l’anno scorso. Lui dovette comprarne uno. Ho chiamato un dirigente di alto livello e me lo ha confermato. Ho contattato World Athletics e gli organizzatori di Eugene 2022: me lo hanno smentito. Sostengono che l’accredito dia l’accesso allo stadio, sebbene non garantisca un posto a sedere. Ogni federazione ne ottiene una serie che distribuisce come desidera”.
quando | ore 15.15
★★★★☆ Attenti a Crouser e Holloway
C’è sempre aria da primato del mondo, quando gareggiano quei due. Anche stanotte. Ryan Crouser va alla finale del peso da favoritissimo. L’Italia ha l’oriundo Nick Ponzio con la quarta misura delle qualificazioni. Il colpo di scena potrebbe arrivare anche dai 110 ostacoli, dove Grant Holloway degli Stati Uniti è favorito [13.14 in batteria] e avrà per avversario Hansle Parchment della Giamaica [13.17]. Devon Allen, l’idolo locale, è stato solo 14esimo nelle batterie in 13.47 e ha smorzato di parecchio gli entusiasmi della gente dell’Oregon. Allen ha perso suo padre poco prima dei Trials. Ha in animo di giocare la prossima stagione a football con i Philadelphia Eagles.
quando | nella notte ore 2.05 semifinali 110 ostacoli | 3.27 finale peso M | 4.30 finale 110 ostacoli
★★★☆☆ Si possono battere gli africani nei 10mila metri?
Non solo maratona. Gli amanti della lunga distanza oggi si godono pure i 10mila maschili, con il detentore del record mondiale Joshua Cheptegei contro Selemon Barega, che lo ha battuto alle Olimpiadi dell’anno scorso. Grant Fisher, primatista americano, ha il miglior tempo dell’anno. Ma
quando | ore 22 finale