Dio c’è. Ed è pelato
Striscione sul Mortirolo
▻ Era una strada dei contrabbandieri ed è diventato negli ultimi trent’anni uno dei luoghi culto del Giro d’Italia. Oggi la corsa sale sul Mortirolo, dove Marco Pantani si rivelò nel 1994 e dove cinque anni dopo lo attesero invano, la mattina che uscì di scena con l’ematocrito alto
PRIMA CHE fosse una montagna dove si decide la corsa per la maglia rosa, il Mortirolo è stato un passo su cui dividersi. Tra il Gavia e l’Aprica, tra Sondrio e Brescia, aveva la forma di un’insoddisfazione a due facce. C’era chi lo guardava e si doleva per come le vie di comunicazione in Lombardia fossero vecchie di anni e anni. Indro Montanelli era alla guida del partito di chi proprio non se ne capacitava. Nel gennaio del 1970 sul Corriere della sera si indignava perché la Valtellina gli pareva addirittura più povera di certe aree del povero Mezzogiorno d’Italia. Quando è troppo, è troppo.
“In questa provincia di chiuse valli – scrisse – d’impervie giogaie e di piccoli borghi collegati solo da incerte mulattiere, non ci sono analfabeti. Tutti i comuni hanno il bilancio in perfetto equilibrio. Né mai si è udito parlare di scandali amministrativi. Questa gente vive soprattutto di due cose: di vino e di onestà. Il vino lo spremono da certe vigne inerpicate a terrazza sui fianchi della montagna, su prode di terra portata a spalla fin lassù: un vino eroico, ma di alto pregio. L’onestà è quella che impedisce ai benestanti di diventare ricchi e ai poveri di diventare miserabili. Che in una regione come questa, ci sia una provincia che, sulle novantatré consorelle italiane, occupa l’ottantaseiesimo posto quanto a reddito individuale, venendo molto dopo Campobasso, Caltanissetta e Ragusa e appena prima di Nuoro, più ancora che uno scompenso fisiologico, è una vera e propria immoralità”.
Oppure all’opposto, lo stesso Mortirolo poteva diventare a fasi alterne, seguendo un flusso incostante, il luogo del progresso più scandaloso.
“L’antico sentiero dei mercanti e dei contrabbandieri, sulla montagna dei traffici di spezie e di seta della Serenissima veneziana” (Vittorio Monti) veniva ogni tanto interessato dal progetto di un traforo, avversato dal mondo ecologista. “Il mito dell’isolamento della Valtellina continua a generare mostri” scriveva per esempio Antonio Cederna nel ‘77, a proposito del progetto. Cederna la chiamò un’opera contro cervi e stambecchi. Nel 1986 l’ipotesi di spesa per l’opera pubblica era salita a 100 miliardi. Presto Brescia sarà più vicina a Sondrio, si diceva. Sei anni più tardi il finanziamento previsto toccava 72 miliardi e l’avverbio era sempre lo stesso: presto. Presto – si diceva – la Valtellina sarà più vicina alla Val Camonica. Il ministro Prandini cascò dentro le accuse di Tangentopoli proprio per quell’opera. L’onda emotiva si impose nel giro di due anni e fFece dire: stop al traforo di Prandini, addio al tunnel della neve.
La prima volta che il ciclismo volle visitare il Mortirolo, Marzio Breda sul Corriere della sera scrisse che “i ciclisti l’hanno vissuta alla stregua di un incubo. Del monte Mortirolo (di cui, per inciso, impressionava già lo stesso nome, per non parlare di quelli, tremendamente allusivi, di certe località che lo precedevano e seguivano: Incudine e Mazzo). Un incubo per il francese Dante Rezze, ad esempio, scaraventato in curva contro una roccia da un’assurda e ingovernabile forza centrifuga. Un incubo per il coraggiosissimo Leonardo Sierra, che pur di mantenere il distacco dato al gruppo si è buttato a rompicollo in discesa, scivolando col cuore in gola e con i polmoni in mezza asfissia all’altezza dei primi due, cadendo poi sul ciglio del terzo e rialzandosi infine, con la foga di chi non si arrende. Un incubo specialmente per Mario Cipollini e Alessio Di Basco, velocisti capelloni: una volta tagliato il traguardo, con 36 minuti di ritardo, hanno esorcizzato la paura sbarazzandosi subito delle bici e chinandosi a baciare l’asfalto. Avevano salvato la pelle. Di questa specie di calata nell’orrido si sono potute rendere conto solo le persone che si erano inerpicate a piedi lungo quella dozzina di chilometri”.
Gianni Bugno ne soffrì, quattro anni più tardi e sul Mortirolo conoscemmo un 24enne di nome Marco Pantani. Gian Luigi Paracchini parlò sul Corriere di “quella strada strettissima e piena di gente e di macchine parcheggiate dissennatamente sul bordo che la trasformavano in un budello. E lui solo. Scene di un ciclismo da anni 50. Ma anche Pantani, con quella faccia che sembra rubata a certi personaggi visti nei film «emiliani» di Bertolucci o di Pupi Avati, assomiglia a un ragazzo degli anni 50”.
Avevamo avuto il Pordoi e lo Stelvio. Stava nascendo una nuova montagna-icona, prima che s’aggiungesse alla galleria pure lo Zoncolan. Così mediaticamente forte, il Mortirolo, da finire per essere cavalcato dalla politica.
In occasione del passaggio del 1997, Aldo Grasso scrisse, sempre sul Corriere della sera: “Dagli Schermi televisivi pareva il Giro della Padania. Sul pennone più alto del Mortirolo, quota 1.852, un vento amico scuoteva e stendeva la grande bandiera del sole verde padano. E anche lungo le strade, quelle mulattiere sulle quali i corridori arrancavano con il 25, le bandiere biancoverdi della Lega garrivano festose davanti all’obiettivo piazzato sulla moto. Nonostante il campo fosse strettissimo, nonostante i telecronisti avessero ignorato l’esistenza di quegli imbarazzanti vessilli. Dopo la Bicamerale, Umberto Bossi sconvolge anche il Biciclo e con un colpo di guerriglia mediologica (stendere sulla vetta dello sport più popolare il gran pavese della Lega) elegge il bergamasco Gotti a eroe involontario della causa: «Vai Ivan Gotti/che Roma la fotti»”. Gotti dovette dichiarare dopo la corsa che lui non era per l’indipendentismo. Ma la Lega aveva comunque trovato i suoi Pirenei, dove i baschi al Tour salgono a sventolare la loro ikurrina.
◆ RADICI Come venne l’idea | «Il Mortirolo fu una necessità. Nel 1988 c’era stato il Gavia con la bufera di neve. Il Gavia e lo Stelvio ci facevano sempre stare in ansia per la neve. Fu allora che Mario Cotelli mi indicò la soluzione del Mortirolo. L’8 settembre ero in Valtellina per il Trofeo dello Scalatore e al mattino, con Giancarlo Gozzi, esplorai da Mazzo il Mortirolo. Restai allibito e affascinato. Il percorso del Giro 1989 era già definito. Nel Giro successivo, per rispettare i regolamenti, fummo costretti a farlo da Monno, dal versante più facile». Così raccontava sette anni fa a Claudio Gregori, per la Gazzetta dello sport, l’avvocato Carmine Castellano, per molti anni il direttore del Giro. Cotelli, ct della Valanga Azzurra anni Settanta, aggiunse dei dettagli: «Il 5 giugno 1988 il Giro doveva fare la Chiesa Valmalenco-Bormio col Gavia. Incontro Castellano e gli dico: “Il Gavia non si può fare. A 1800 metri nevica. Fate il Mortirolo. Sul Mortirolo c’era la strada dei contrabbandieri e i contrabbandieri tenevano bene le loro strade. Poi ho lanciato anche l’idea della salita del Santa Cristina e Castellano l’ha accolta 4 anni dopo».
Visto dalla Spagna, come scrive Carlos Arribas stamattina su El Pais, il Mortirolo è quel posto dove Indurain sfidò Pantani e dove “Amador, stufo di gel e di barrette proteiche, chiedeva ad Arrieta, per favore, Arri, dammi qualcosa di salato, per favore almeno un poco”. Sul Mortirolo, in maglia rosa, affondò nel ‘96 il campione del mondo Olano, che nelle corse a tappe costruiva la sua classifica con una maschera di fatica in salita e con discese spericolate che sapevano ridurre il distacco, e gli consentivano di rientrare.
Per Claudio Gregori, “il Mortirolo è una montagna sacra, un’ascensione al cielo, che la tragedia di Pantani ha trasformato in ammonimento e memoria”. Un’altra volta lo ha chiamato “un pugnale” mentre per Marco Pastonesi si tratta del “Maracanà del ciclismo. Se fosse meno terribile, se fosse più umano, se fosse meno letale, se fosse più ragionevole, si chiamerebbe Bleis o Baitone o Lagoscuro, come sono state battezzate altre vette nei paraggi. Invece: Mortirolo. Un nome che promette sangue, sudore e lacrime, che non garantisce mai il lieto fine e rende perfettamente l’idea di una parete per cui sputi l’anima, su cui lasci le penne, da cui non torni più così ingenuo come sei partito. Forse felice dentro, ma certo segnato, segato, invecchiato fuori. E per sempre”.