Sofia Goggia ha detto una cosa brutta e una cosa pessima. Così mi pare, e così pare in modo inequivocabile a chi pensa di non avere nulla in comune con quella visione della vita. Sofia ha detto invece finalmente le cose come stanno, per tutti coloro che la pensano come lei. In comune, noi e gli altri, abbiamo l’idea che al mondo esista un verso giusto e che al verso giusto apparteniamo noi.
In nome di questa certezza, le discussioni sulle opinioni si sono tradotte come sempre in una foresta di stereotipi. Sui gay, sui transgender, sul pensiero degli sportivi. Se Sofia Goggia avesse dato risposte di segno opposto, avremmo avuto pari indignazione a poli invertiti. Quando un’atleta non risponde come piace a noi: cosa può saperne, in fondo è solo una sciatrice. Quando la risposta è gradita, si vede che è una ragazza profonda, fa anche l’università.
Uno dei motti più citati, dall’attribuzione incerta, è quello che «non sono d’accordo con ciò che dici, ma darei la vita perché tu possa dirlo». Una frase-manifesto dell’Illuminismo, che può avere un senso pieno, reale e profondo solo se le opinioni provenienti dall’altra parte sono molto molto molto distanti da noi, se addirittura generano una forma di disturbo.
Come in questo caso.
O come nel caso di Jack O’Malley sul Foglio sportivo di sabato.
La firma di O’Malley è un giochetto riuscito. Un ironoclasta, lo abbiamo chiamato spesso qui su Slalom, divertiti dalle sue sortite contro i tic del giornalismo sportivo, certi vezzi, certi cliché, certi luoghi comuni. Sabato, chiunque egli sia, il cliché lo ha suonato O’Malley. Ha inserito nel suo pezzo un passaggio orrendo. Ha scritto che gli sono venute:
“le palle così a leggere l’ultima polemica del ciclismo femminile inglese: è successo che in un raro momento di lucidità, la British Cycling ha impedito a una ciclista trans di correre in Leicestershire. L’atleta ha corso come maschio fino a febbraio, registrando pure un record nazionale, dopodiché si è sentito donna e ha chiesto di correre con le donne. Gli organizzatori hanno detto no, va bene la tolleranza ma non prendiamoci per il culo. Il problema è che lo sponsor principale della corsa ha tolto i soldi in segno di solidarietà verso i trans. Ci hanno pensato due associazioni femministe a trovare le sterline mancanti e permettere la corsa. Non vedo l’ora che queste cose succedano anche nel calcio femminile. Lì sì che ci divertiremo.
Si è sentito donna.
L’ironia è bella soprattutto quando è feroce. Solo che in questo caso, O’Malley ha esercitato la sua ferocia non sul mondo del politicamente corretto, ma direttamente su una sofferenza, su una forma di disagio che talvolta induce a gesti estremi. Non è la stessa cosa di una presa per il culo a un collega editorialista.
Non è che lei Emily Bridges gareggia perché si sente donna. In termini sportivi, il percorso di transizione di genere prevede che il livello di testosterone rimanga per un anno al di sotto della soglia di cinque nanomoli per litro. C’è un grosso dibattito in corso e perfino tra medici e scienziati le posizioni non sono univoche.
Invece O’Malley lo sa. Il passaggio è orrendo due volte perché è pure scaltro. Jack O’Malley potrebbe sostenere che non c’è nulla di strano in ciò che ha scritto. Troverebbe perfino qualcuno disposto a dargli ragione.
È dunque orrendo per me.
Ma come posso togliere a O’Malley (chiunque sia) il diritto di essere così e di pensarla così?
E qui Slalom è in debito di una spiegazione. La selezione dei brani da riprendere e da segnalare avviene di corsa, ogni mattina. Sono scelte da fare in un attimo. Qualche volta viene preferito un frammento più coerente con il resto, altre volte capita di trascurarne uno che meritava di essere ripreso. Quando domenica è stata pubblicata l’intervista a Sofia Goggia, il cuore del pezzo sembrava battere altrove. Quelle due domande e quelle due risposte sembravano un passaggio su cui non era il caso di indugiare. In quei veloci secondi di ragionamento, mi era parso morboso da parte mia tirar fuori quelle due brutte opinioni personali. In genere è un pensiero che segue sempre la lettura delle interviste, nei passaggi sulla sfera privata. C’era stavolta in Slalom la parte sull’amore che destabilizzò Sofia Goggia, perché quella storia ebbe un riflesso nelle sue prestazioni. Non era gossip, spiegava delle cose sullo sci. C’era un link all’intervista per leggerla comunque tutta. Non ne trovate molti, non sono sempre presenti, perché – ci hanno spiegato – la newsletter finisce altrimenti nello Spam. Ma erano state del tutto sottovalutate le reazioni possibili a quelle due frasi. Un errore.
Perché O’Malley scrive quel brutto passaggio sui transgender e non suscita le stesse reazioni (come già Mario Giordano su La Verità qualche settimana fa) e Sofia Goggia sì? Anche questa risposta è ovvia. Il punto è che se Sofia Goggia deve scusarsi per aver detto come la pensa, allora stiamo negando la nostra disponibilità a mettere in pratica la famosa frase illuminista che sempre citiamo, e ci neghiamo un po’ alla volta pure la possibilità di chiedere agli sportivi di intervenire sulle vicende della società. Se avranno paura di essere respinti, si rifugeranno in: bah boh beh. A quel punto non potremo accusare i campioni di essere indifferenti alla realtà e di restare muti nella loro bolla di privilegi. Nadal è stato chiamato fascista per aver criticato il governo spagnolo (di centrosinistra) sulla gestione della pandemia (Slalom #243 del 14 maggio 2020). Ma se un’opinione deve temere delle conseguenze, allora non potremo avere nemmeno più un Gasol schierato dalla parte delle ONG che salvano i migranti in mare.
A me piace che Muhammad Ali non sia andato in Vietnam pagando un prezzo, mi piace che Rashford si batta contro Boris Johnson per garantire le mense gratuite ai bambini meno abbienti, mi piace Colin Kaepernick che si inginocchia e mette a rischio la carriera, mi piace che il russo Rublev giochi un torneo di doppio con un ucraino. Ma non posso chiedere a tutti i pugili di fare i disertori in guerra, a tutti i calciatori di sfidare i governi, a tutti i russi di dire qualcosa contro Putin. Così come a qualcun altro piacerà magari che Ibra critichi LeBron James per le sue posizioni di sostegno a Black Lives Matter.
Non dobbiamo esigere da Sofia Goggia le scuse per le sue idee, se non ci piacciono. Possiamo fare di più. Le idee di Sofia Goggia vanno combattute con altre idee. Giorno per giorno. Anche quando Goggia tace. Le persone si rispettano tutte, non le opinioni. E le opinioni si esprimono tutte, anche quelle disprezzabili, ma poi si contrastano. Con forza, con ferocia, dal nostro punto di vista – ovviamente. A maggior ragione se sono espresse da persone che in quell’ambito possono legiferare o avere un impatto nella società.
Un altro giorno parleremo delle accuse a questo famoso pensiero unico che arrivano da destra.
Le stesse idee di Goggia su gay e transgender appartengono a due partiti politici che hanno un consenso complessivo del 40 percento. Il pensiero unico assomiglia allora alla famosa egemonia culturale della sinistra negli anni 70. Quando però era la DC a vincere le elezioni, a controllare il ministero dell’Istruzione, i testi dei libri di scuola e la direzione della RAI.