Le proprietà di Milano che a Milano non interessano

     Sono tempi incerti e balordi, intorno alle proprietà nel calcio. È un dovere vigilare. In Inghilterra per esempio stanno molto discutendo sulla natura degli assetti societari, dibattono di sportswashing e dei motivi reali di certi investimenti stranieri. Non ragionano solo di Roman Abramovich alla luce di quel che è successo, ma anche dei sauditi entrati nel Newcastle, degli emiratini del Manchester City, degli appetiti americani con Ricketts sul Chelsea. La stampa inglese si domanda dove abbia sbagliato, dove abbia tenuto chiusi gli occhi. Anche in Francia sono molto attenti in questi giorni ai meccanismi finanziari della Ligue 1 e alle grandi manovre in corso, con l’arrivo di CVC Capital Partners nella newco che gestirà i prossimi diritti tv. Sono scottati. Hanno visto andar via dall’oggi al domani Mediapro che aveva ipnotizzato tutti con la promessa di un miliardo di euro. Con un editoriale di Vincent Garcia, L’Équipe ha preso posizione sul fatto che il calcio francese ha preferito rincorrere soldi facili senza mettersi in discussione, senza rivedere il proprio modello e ha definito preoccupante “l’entusiasmo generale che nasce da questi soldi caduti dal cielo. Forse – hanno scritto – questi soldi non cadono proprio dal cielo e questo tipo di società no, non fa della filantropia”

In Italia ieri mattina la Gazzetta si è occupata della proprietà del Napoli alla luce della promozione in B del Bari. Le multiproprietà dei De Laurentiis. Ha parlato di sogni e di fantasmi, di uno scoglio che si mette di mezzo alla fantasia. A Napoli, lo sapete quanto sono permalosi, si sono offesi e insospettiti. Già nei giorni scorsi andavano misurando la dimensione che aveva la foto di Osimhen nelle pagine sulle plusvalenze, se era più grande o più piccola delle altre. Era più grande. Non vi dico quando hanno scoperto la foto di Politano in un pezzo che chiedeva sanzioni per i giocatori che trascorrono troppo tempo in terra. 

È un Gioco, bisogna spiegare ai napoletani. Non vi dovete offendere. È tutto un GG, un Grande Gioco. Gli inglesi adoperano il sostantivo Game con molte sfumature. Può essere un’operazione illegale o segreta, può essere un’attività commerciale. Il GG è invece un gioco delle parti. Bisogna adoperare pazienza e comprensione. Che deve fare, Milano? Ci sono in corsa per lo scudetto due squadre di casa sua contro Napoli – che in fondo corrisponde a un Altrove pari a quel Terzo Mondo raccontato da Conrad, solo che qui non c’è Conrad. Uno scudetto è una promessa di incenso. Seduce all’idea di fedeli in processione. L’incenso ipnotizza, per dirla con L’Equipe

 

 

Ai fantasmi – a Questi Fantasmi – credeva Pasquale Lojacono, l’anima in pena protagonista della commedia di Eduardo. La trama la conoscete certamente. L’amante della moglie gli fa girare il benessere dentro casa per consolarlo del prossimo abbandono e lui chiude gli occhi sulla verità, non gli interessa, vuole star bene, non si fa domande sulla provenienza dei soldi, su chi paghi.

Milano è città di soli sogni. Non ha fantasmi. Eppure le proprietà delle milanesi, a Milano non interessano. Né ai suoi sarti e ai suoi industriali, né ai suoi sarti e ai suoi giornali (questo è Francesco De Gregori). L’Inter ha un rosso in bilancio di 245 milioni di euro, l’a.d. Alessandro Antonello ha appena detto a Repubblica che «in questo momento è corretto garantire una sostenibilità economica e finanziaria al club e se questo significa una riduzione dei costi andremo avanti in questo senso». Invece ogni giorno pare che l’Inter stia per comprare un campione nuovo. Nella sua proprietà è presente per una quota il partito comunista cinese, in un’Italia che in Parlamento ha discusso una mozione sul genocidio degli uiguri. Se ne è dovuto occupare il Guardian

Al Milan, Ivan Gazidis ha fatto un capolavoro. Ha ridotto l’esposizione debitoria in due anni e mezzo. Non muove un passo che non abbia una sua misura. Ha ribaltato la direzione dei venti sul mercato con l’operazione Donnarumma, imitato altrove per Dybala e Insigne. Paolo Maldini ha un carisma internazionale con un ruolo di rilievo nelle trattative e nei rapporti con lo spogliatoio. Sono due figure di garanzia per una comunità di tifosi scossa da molti anni di tagadà. Solo per aver accettato di camminare mettendo sandali francescani, il Milan meriterebbe lo scudetto. Non è sottolineato abbastanza che gli mancano dai 4 ai 5 punti per due errori arbitrali con lo Spezia e l’Udinese. 

Ma resta il fatto che dietro Gazidis e Maldini c’è un proprietario impalpabile. Un fondo di private equity è per definizione un non-proprietario. È come stare al parcheggio. Se la multiproprietà napoletana è uno scoglio, la proprietà del Milan allora è un faraglione. Se può esistere il dubbio che De Laurentiis si tenga il Napoli e ceda il Bari, la certezza è che Elliot venderà il Milan a qualcuno, forse perfino prima del 2024. Secondo l’economista Marco Ambrogi, che se ne occupò a suo tempo per l’Agi, stiamo parlando della perversa degenerazione di un sistema finanziario che, soprattutto nella sua componente dei mercati, è sempre più ipertrofico e autoreferenziale e sta smarrendo la sua delicata funzione originaria al servizio dello sviluppo economico (tutta la sua analisi su Milan e caso Elliott si trova qui). La missione di Elliott non ha equivoci. Il Milan è ogni giorno in vendita. È in uno stato di due diligence permanente. Quando avrà toccato il suo picco di valore, passerà di mano. Augurandosi che non ritornino nell’indifferenza della federazione altri misteriosi avventori come Bee Taechaubol o figure controverse come Yonghong Li. Anche in questo caso, di certe ombre leggemmo in lingua inglese, se ne occupò il New York Times

 

È un Gioco, come si vede. Alla città di Napoli bisogna ricordare che quando recrimina non vince mai. Napoli ha vinto solo quando ha fatto paura. Quando ha spaventato anziché lasciarsi spaventare. Quando guardava avanti e non al passato. Quando aveva Maradona allo stadio e non lo stadio Maradona. Quando era Diego a portare la maglia e a darle una faccia, non quando era la maglia che portava la faccia di Diego. Milano ha avuto l’Expo 2015 e va verso le Olimpiadi 2026. A Napoli parlano dei Borbone. Questo è. O Napoli sovverte il Gioco o dentro questo Gioco perderà sempre.

Un buon punto di partenza esiste. Il GG toglie dalla scena i martiri professionali (ancora De Gregori). Il vittimismo è superato. Non c’è nessun complotto nascosto. Ha detto tutto in chiaro il direttore della Gazzetta qualche settimana fa, ospite in una tv privata: «Ogni giornale ha il suo radicamento, ha la sua storia. La Gazzetta dello sport è un giornale che risponde soprattutto alle tifoserie di Milan, Inter e Juve, che sono – come dire – il nostro core business». 

Invece a Napoli si indignano ancora, ancora ci credono, si offendono. Allora non è vero che ridete e siete simpatici. Voi napoletani siete cattivi, come dice la signora altoatesina vicina di casa degli Schisa nel film di Paolo Sorrentino. Che ve ne importa dello scudetto? Fatevi i core business vostri. Ridete, ballate, cantate. Dovreste saperlo, chi tene ‘o mare, è fesso e cuntento. 

 

 

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