ADDII
Quando Pino Wilson faceva il calciatore
Quando Pino Wilson faceva il calciatore, l’altezza media di un maschio italiano era di un metro e 63. Sopra il metro e ottanta rientrava soltanto il 6% della popolazione, oggi siamo saliti al 20. Il fisico di un giocatore della serie A dell’epoca non era quello di un Superman. Gli anni Settanta furono quelli in cui cambiarono le conoscenze mediche applicate allo sport. L’introduzione dei ritiri modificò il concetto di atleta, da quelli lunghi in altura d’estate per prepararsi al campionato, a quelli in albergo, alla vigilia delle partite. Iniziarono le prime limitazioni e i primi divieti. Alle sigarette e agli alcolici. Vennero introdotti i primi menù fissi a tavola, dal mercoledì in avanti, lasciando libertà nell’alimentazione per i due giorni successivi alla partita.
Quando Pino Wilson faceva il calciatore, tra la morale cattolica e l’adesione all’idea della famiglia tradizionale, il vero tormento era il sesso, un pericolo. Meglio che fosse rassicurante, mai straordinario. Le società spingevano affinché i calciatori si sposassero in fretta e avessero presto dei figli, intorno ai 22-23 anni, spesso accadeva con la storica fidanzatina del paese. Il calciatore italiano degli anni ’70 aveva di solito alle spalle una famiglia che non vedeva di buon occhio la sua passione per il pallone. Sembrava una perdita di tempo, un’evasione dalla scuola e dall’avviamento al lavoro. I guadagni del resto non erano paragonabili a quelli attuali. I campioni erano benestanti, non delle aziende. Non erano più di cinque o sei quelli che guadagnavano 100 milioni all’anno. In base al calcolo di rivalutazione monetaria equivalgono a circa 600mila euro attuali, una quota che in serie A oggi viene raggiunta dall’ottanta per cento dei tesserati.
Quando Pino Wilson faceva il calciatore, gli appartamenti in cui abitavano lui e i suoi colleghi potevano ancora sembrare quelli di un qualunque italiano che allo stadio andava, sì, ma come spettatore. Le foto che ci arrivano dalle pagine delle riviste d’epoca svelano un’intimità fatta di interni semplici. Soprattutto: dicono che un fotografo poteva ancora entrare in casa di un calciatore. Con i suoi guadagni, in genere il campione comprava una villa in campagna o fuori città. Investiva in un’attività commerciale. Apriva un’agenzia assicurativa. Molti di loro oggi vivono della pensione Enpals estesa nel 1973 alla categoria: in media si tratta di una cifra intorno ai 2mila euro al mese.
Non si può capire quella Lazio estrema di cui Pino Wilson fu il capitano senza questa cornice. Lui che si diceva andreottiano, negli anni in cui molti nascondevano di votare MSI. Paese Sera dell’epoca giunse a ipotizzare che fosse un affiliato a Ordine Nuovo.
Stefano Agresti sul Corriere della sera la chiama “la squadra più burrascosa che si ricordi”. Un altro mondo. Il clan di Chinaglia si spogliava da una parte, quello degli antagonisti Martini e Re Cecconi da un’altra. Wilson era il capitano e poteva frequentarli entrambi, ma da alleato di Chinaglia, a Giorgione doveva riferire, oppure doveva fare proseliti. Massimo Maestrelli, l’ultimo dei figli di Tommaso, ha detto che Wilson sarà sepolto nella cappella di famiglia, accanto all’allenatore dello scudetto e a Chinaglia, il cui decennale della morte cadrà tra qualche settimana.
Dalla B allo scudetto in tre campionati. Wilson giocava libero, Valcareggi lo portò ai Mondiali del 1974. Quelli del vaffanculo di Chinaglia alla panchina. Fu Wilson a fare la telefonata a Maestrelli: corri in Germania che Giorgione sbrocca. Di lui ha scritto Gianni Brera: “La difesa ha scoperto in Wilson un regista sapiente, non che sia gran cosa l’anglo-napoletano, in fatto di acrobazia: è anche miope e sulle palle spioventi da lontano non si sente a suo agio, come è ovvio: però nel tackle è tempestivo e qualche volta maligno. Nei disimpegni tocca di piatto destro con ricercata eleganza”.
Franco Recanatesi sul Corriere dello sport-stadio lo ricorda “giovanotto dinoccolato e un po’ fighetto, che vestiva come i Beatles e parlava forbito, in campo un baluardo difficilmente superabile: veloce, ringhioso. Era un tassello anomalo di quel folle mosaico. Non sparava, non fuggiva dai ritiri, non giocava a carte. Leggeva Shakespeare. Meditava. Al contrario di Chinaglia che come il principe di Condé prima della battaglia bisognava tirarlo giù dal letto, Pino dormiva pochissimo, quattro o cinque ore a notte come molti grandi personaggi della storia. La notte fra l’11 e il 12 maggio 1974 si addormentò poco prima delle 2 dopo avere trascorso la serata con Maestrelli parlando del referendum sul divorzio e del giudice Sossi nella prigione delle Br, essere salito in camera e avere letto gli ultimi giornali e un po’ di libro. Era l’unico a dormire in camera singola, non per privilegio ma perché nessuno sopportava le sue veglie. Resterà “il capitano” nella ricca ma tormentata storia della Lazio, l’alfiere di quella squadra che la sorte sta sbriciolando nei lutti ma che rimane compatta e solidale come nessun’altra al mondo di cui si abbia notizia”.
Se ne è andato con due rimpianti. Non aver mai visto Darlington, dove era nato da padre inglese e madre napoletana, e non aver mai sognato Luciano Re Cecconi.
Pino Wilson: unlikely Italian hero
DI MARCO CIRIELLO
Avi da Mar del nord / naufragati nel Golfo di Napoli / oratorio e porte di pietre / mezzosangue nell’ammuina / dai campetti di periferia a Regina Coeli.
Ginnasio Maestrelli a Tor di Quinto / pistole tackle whisky / nicciano da spider / pronto alle fughe testarde / da controspionaggio.
Le difese erano stive / nella notte romana / se Chinaglia chiama / Wilson risponde: Tu forza, Io vortice della sfida / concessioni al popolo / braccio alzato, assalti, scudetto / t’esibivi in linea Beckenbauer / senza Caffè Borghetti / palleggio virile / all’alba con Re Cecconi / vagabondi
La gloria è uno sparo / da dimenticare.