La strategia muta insieme al virus
Alfonso Celotto, docente di diritto all’Università Roma Tre
Dio mio, c’è un virus e nessuno ci ha avvisato. Il girone di ritorno si aprirà con quattro risultati in bianco, senza che la Lega calcio e la federazione abbiano toccato mai la palla, se non per immaginare in tutto questo tempo che la risposta alla pandemia fosse punire chi non si presentava in campo. Così, dinanzi all’emergenza, stamattina non gli resta in mano che questa frusta di carta, come domatori di un vecchio circo dove le belve sono scappate dalle gabbie. Nessuna persona ragionevole può credere che la soluzione sia riempire quattro caselle bianche con altrettante sconfitte a tavolino. Non sarebbe serio usare una sanzione contro chi non può disobbedire al pronunciamento di un’autorità sanitaria in pandemia.
Eppure è l’unica misura a cui si siano dedicate Lega e federcalcio. È tutta qui da un anno e mezzo la gestione della pandemia da parte delle istituzioni del calcio italiano. Altro non hanno fatto e su null’altro in tutto questo tempo hanno inciso. Tecniche collettive di contrasto ai contagi? Zero. Strategie di contenimento del rischio? Non ne parliamo. La riscrittura di un protocollo? Bocciato. Voltatevi a guardare ovunque vogliate, qualunque grande organizzazione sportiva, qualunque paese. Sono tutte alle prese con omicron da settimane. Hanno visto arrivare le nuvole e hanno cambiato atteggiamenti in corsa. Hanno preso decisioni nel nome della flessibilità. La curva dei contagi sta anticipando da tempo che saremmo arrivati fin qui (281mila casi ieri e 231 morti). È davvero così sorprendente questa emergenza? Che cosa ha fatto il calcio italiano durante tutto questo tempo?
La A di basket ha visto congelate dalle Asl sei partite su otto il 26 dicembre per dei focolai e ha sospeso da sé tutto il turno del 2 gennaio. Nella A di pallavolo è accaduto per cinque partite su dodici tra il 26 e il 30 dicembre. Abituato a ignorare il Paese in cui si muove, il calcio italiano non deve essersene accorto. Oppure si sentiva immune, una cosa a parte, come al solito.
Solo noi italiani abbiamo pensato che tra la salute pubblica e una partita di pallone, la priorità fosse giocare la partita. La difesa a oltranza del vecchio e famoso protocollo è stata la sciagura da cui tutto ha avuto origine. C’è stato chi ha creduto che quello fosse un bastione vero, e che bastasse. Adesso i NoRinviax vogliono perfino ripescarlo, auguri.
Sia chiaro. Non solo è legittimo proteggere e difendere la serie A, la sua regolarità e i suoi interessi economici. È addirittura un dovere delle istituzioni del calcio. È la loro funzione. Ma la strada non è quella che percorrono. Non è pensando di giocare sempre e comunque che si salva il campionato, né il suo regolare svolgimento. Anziché esercitare ironia e mostrare stizza parlando di Serie Asl – quelle Asl dove lavora gente in trincea, stremata da oltre due anni di lavoro a contatto con il pubblico – il calcio italiano farebbe bene a guardare e a cercare dentro di sé motivi e ragioni per cui siamo giunti a questo punto. Lega e federcalcio hanno inciso finora sulla situazione quanto io e voi.
Il numero complessivo dei calciatori di serie A è di circa 500. Se i positivi sono tra i 75 e gli 82, significa che parliamo di una percentuale intorno al 15%. È un dato che in proporzione non ha eguali nel resto d’Italia. Corrisponde a nove milioni di positivi. Invece sono ufficialmente nove volte di meno. Il 15% di positivi in serie A è inaccettabile. Qui le Asl non c’entrano proprio niente.
Nel suo podcast per il sito Calciomercato, un paio di giorni fa Mario Sconcerti diceva: “Il calcio è per di più uno sport di contatto e di vita in comune. Non è un caso che serie B e serie C siano già ferme. È strano anzi che due campionati professionistici siano fermi e il terzo giochi. Con questi dati è ancora meno accettabile che ci siano una trentina di giocatori non vaccinati, circa il 6%. Non entro nel merito di una polemica lunghissima, parlo di regole. Se senza vaccino non si va in ufficio o in fabbrica, non si può andare nemmeno a giocare a calcio. Se un giocatore non vuole vaccinarsi, è libero di farlo ma resta a casa, non sta nel gruppo, non va in campo, dove può infettare gli altri”.
Alla terza stagione segnata dalla pandemia, Federcalcio e Lega sono arrivate senza una linea guida, armate della sola speranza, senza snellire il calendario, senza riservarsi finestre per i recuperi, senza studiare un format nuovo, aggiungendo finanche un impegno della Nazionale il 1° giugno, e non tocchiamo a questo punto il tasto dolente del turno del 20 marzo, programmato in modo perverso a quattro giorni dalla semifinale play-off con la Nord Macedonia per andare ai Mondiali. Un pasticcio colossale su tutti i fronti, un’assenza di lungimiranza da manuale.
Vincenzo Italiano, allenatore della Fiorentina, ieri diceva: «Penso che se i contagi continueranno a crescere bisognerà per forza trovare una via d’uscita, un compromesso, decidendo ad esempio se giocare o fermarsi in base ad un numero prefissato di contagiati. Così non si può andare avanti».
Italiano è un uomo di buona volontà, ma trascura un concetto. Il calcio può trovare qualunque compromesso dentro le sue pareti, ma se interviene una forza di causa maggiore, l’autorità sanitaria ha pieno titolo per sovvertire quel patto condominiale. Nell’interesse di una cosa più grande di qualunque classifica, chiamata salute. Era perfino scritto nel protocollo dell’ottobre 2020, pensa un po’.
| commenti Che cosa si dice in giro
“Piluccheremo tra una partita qua e una là senza poter escludere – anzi, a questo punto auspicandolo invano – un digiuno totale. Da protrarre sino, se non ad esaurimento, perlomeno a ridimensionamento di Omicron. Come abbiamo fatto noi comuni mortali che le vacanze, i viaggi, i veglioni li abbiamo disdettati per tempo, senza aspettare che fossero le Asl a vietarceli. Il calcio no. Agli allarmi della scienza ha fatto orecchi da mercante. Si gioca e basta, e se si ammalano le prime linee giocano le seconde, senza dimenticare i ragazzini della Primavera: undici in campo e possibilmente sette in panchina. Purché respirino. Così ha deciso la Confindustria delle società, che sarebbe poi la Lega, prigioniera di un calendario ipercompresso che lei stessa ha varato e non contempla intoppi di sorta: nemmeno dopo due anni di una pandemia che non ha precedenti nella storia per la sua capacità di rigenerarsi e rilanciare l’assalto. Un manicomio. Criminale anziché no. Per poi sbattere il muso contro quello che la scienza aveva preannunciato da settimane e a cui i comuni mortali di cui sopra hanno dato retta da subito”. – di gigi garanzini, la Stampa
“Per storia e non solo per paradosso, il nostro campionato è stato spesso regolare per somma di irregolarità: dalle sviste arbitrali e arbitrarie (in epoca pre-Var, soprattutto) ai passaporti facili, dai bilanci arrangiati ai tamponi non sempre “immacolati”. I calendari sono cappi al collo, e anche per questo un possibile rinvio viene vissuto come un attentato (di chi?) alla sacralità della liturgia. Gianni Infantino (Fifa) tifa per il Mondiale biennale. Aleksander Ceferin (Uefa) vorrebbe spalancare la Nations League alla “crema” del Sudamerica. I folli della Superlega sono in buona compagnia” – di roberto beccantini, il Fatto quotidiano
“Sacrosanta la sovranità delle ASL in materia di salute e sicurezza territoriali, ma lo è anche l’esigenza di un’uniformità di interpretazione e di intervento. L’idea di una cabina di regia al di sopra delle ASL è benedetta dal buon senso e dall’esperienza. Giusto che il calcio obbedisca alle istituzioni statali, ma qualcosa di più avrebbe potuto fare per conto suo. È parso esageratamente sorpreso dall’ondata Omicron ampiamente prevista. Come dimostrato dall’affannoso Consiglio straordinario di Lega di ieri sera. La prima ondata del virus ha insegnato poco. Non serviva una commissione permanente a far da tramite con le ASL? Non era il caso di imporre misure preventive più strette? Bolle di sicurezza, tamponi… E poi i giocatori, che non sono stati solo vittime del destino baro. Quanta attenzione ci hanno messo, specie durante le feste?” – di luigi garlando, la Gazzetta dello sport
“La pandemia è in corso da quasi due anni e dal punto di vista organizzativo tutti i nuovi progetti di Fifa, Uefa e dei club, anziché pianificare un modello che li aiuti ad affrontare le emergenze, prevedono un aumento delle partite. L’assurdità di questo approccio emerge in congiunture come l’attuale, quando il rinvio di un paio di giornate sarebbe evidentemente opportuno, ma la totale assenza di date lo rende impossibile. Una Serie A a 18 squadre – per capirci – dimagrirebbe di quattro turni, dando ossigeno al calendario: nessuno ha pensato nemmeno di discuterne, meglio i rinvii a spizzichi di queste ore”. – di paolo condò, Repubblica
“Nel delirio globale, il calendario è immutabile: la Serie A le partite non le rinvia in nessun caso, non c’è il tempo per recuperarle da qui a fine stagione. Per evitare la paralisi, si fa finta che il Covid non esista. Qui entrano in gioco i sanitari: dove non arriva il governo del calcio, intervengono loro” – di tommaso rodano, il Fatto quotidiano
“Macron vuole rompere le balle ai No vax, fa benissimo e speriamo che ci si metta d’impegno. Beati i francesi. Qui in Italia invece abbiamo le Asl che hanno deciso, in base a quale epocale urgenza non è chiaro, di rompere le balle ai calciatori e – soprattutto – ai tifosi del calcio. Hanno deciso, ma ogni Asl in ordine sparso, così random, che possono vietare le partite di calcio se c’è nella squadra qualche positivo al Covid (quanti? Boh). Positivo, non malato. Calcolando che si tratta di giovanotti in ottima forma fisica e quasi tutti vaccinati. Dunque basterebbe applicare le regole generali, chi è malato a casa e chi è vaccinato e sta bene al lavoro, invece no. Le Asl, che non riescono a fare i tamponi, che non riescono a tracciare un beato niente, che fanno fatica a tenere il conto dei vecchietti da curare, hanno però il loro bel tempo da perdere per bloccare le partite di calcio”. – di maurizio crippa, il Foglio
“Il sistema italiano, non soltanto quello calcistico, vive di compromessi e di ambiguità, l’associazione calciatori non apre bocca a tutela della categoria, così gli arbitri e gli allenatori, il silenzio omertoso non serve a nessuno e nasconde i complici. Carbone nerissimo e senza zucchero per chi ha stilato il calendario, siamo l’unico Paese che gioca il campionato nel giorno della Befana. E non lo hanno deciso le asl. La farsa prevede molte repliche” – di tony damascelli, il Giornale
“«Fate fermare il campionato». La frase sussurrata negli ultimi giorni in diversi palazzi ha varcato la soglia della cabina di regia governativa, in pratica la camera di compensazione degli equilibri politici della variegata maggioranza che sostiene Mario Draghi e il suo esecutivo. Sarebbe stato il Comitato Tecnico Scientifico a portare sul tavolo l’ipotesi. In questo momento, deve essere il pensiero del premier, bisogna stare attenti a dare dei segnali di chiusura generalizzata di alcune attività. Lo stesso inasprimento delle misure è in realtà una barricata verso nuovi lockdown: io obbligo i parrucchieri a lavorare con il super green pass ma non voglio chiudere i parrucchieri. Quindi, perché bloccare il calcio e lo sport?” – di valerio piccioni, la Gazzetta dello sport
“La serie A si è ufficialmente trasformata da torneo nazionale in torneo “federalista”, nel senso che abbiamo assistito alla farsa delle differenti interpretazioni e decisioni, anche orarie, da parte di cinque Asl relativamente a situazioni analoghe, se non addirittura identiche. Questo anche perché, pur se al secondo anno di Covid, il calcio italiano si è mostrato incredibilmente spiazzato, al punto che alle venti del 5 gennaio la Lega ha convocato un CdA d’urgenza per decidere di assumere il protocollo Uefa che prevede il limite minimo di 13 giocatori per parte per la disputa di una partita. L’aspetto più inquietante è proprio la condizione in cui si sono ritrovate le parti in causa. Tutti con le mani più o meno legate” – di ivan zazzaroni, Corriere dello sport
titoli | Repubblica: “L’allarme dagli Usa. «A febbraio l’Italia rischia 500 morti al giorno»” – Le proiezioni dell’istituto universitario finanziato da Bill Gates. Nuovo record di contagi. Rasi: Omicron sfugge ai test rapidi
la classifica Inter 46, Milan 42, Napoli 39, Atalanta 38, Juventus 34, Roma e Fiorentina 32, Lazio 31, Bologna e Empoli 27, Torino 25, Verona e Sassuolo 24, Udinese e Sampdoria 20, Venezia 17, Spezia 16, Genoa 11, Cagliari 10, Salernitana 8
Oggi
La Roma viene da un mini ciclo di tre partite senza sconfitte. C’è Mourinho a San Siro dopo 12 anni. Lele Adani legge la partita sulla Gazzetta e dice che Tonali deve fare anche il Kessie. Paolo Liguori sul Messaggero ha scritto che “finire indietro sarebbe un disastro, come già si è capito dagli impegni di mercato di gennaio: si fatica persino a prendere un discreto laterale, riserva dell’Arsenal, su referenze di Mourinho e ancora bisogna trattare per un centrocampista. Insomma, con fondi limitati i lavori saranno sempre in corso, fino a giugno. In compenso, c’è Mourinho in panchina che trasmette determinazione, orgoglio e voglia di fare bene. E da oggi torna il capitano Pellegrini”.
La partita è rimasta in programma ieri sera. La Asl Napoli 1 ha giudicato che non ci sia in corso un focolaio, le molte positività del Napoli non sono legate l’una all’altra. Così attorno alle 18 la squadra è decollata da Capodichino e almeno ci siamo risparmiati editoriali e polemiche a sfondo etnico.
“Mentre era in volo – racconta Emanuele Gamba su Repubblica – l’Asl di Napoli 2, competente per i giocatori residenti nell’area flegrea, ha ordinato l’isolamento per tre giocatori che non avevano ancora ricevuto il booster del vaccino e avevano fatto la seconda dose più di quattro mesi fa: Zielinski, Rrahmani e Lobotka, privi del Super Green Pass, non potranno così uscire dall’hotel torinese dove il Napoli è alloggiato, mentre gli altri sono in regime di autosorveglianza. Possono, in pratica, svolgere le attività di base, come recarsi dal proprio domicilio al luogo di lavoro (e quindi, dall’albergo allo Stadium), purché indossino la mascherina FFP2: ma devono portarla anche in campo?”.
Anche questa seconda decisione è del tutto in linea con la nuova normativa che vale per il resto dei cittadini. Un ultimo giro di tamponi è previsto oggi, poi la decisione sarà lasciata alla Asl di Torino.
La Juventus viene da cinque partite senza sconfitte prima della sosta (4 vittorie) e in tre delle ultime quattro in casa non ha preso gol. Spalletti – pure lui col covid – ha vinto solo due delle sei più recenti. Da un lato sono assenti Arthur, Chiellini, Bonucci e Danilo; dall’altro Anguissa, Koulibaly, Osimhen, Ounas, Lozano, Malcuit, Meret, Petagna, Mario Rui.
| opinioni L’inflazione Insigne
“La novità del caso Insigne non è che un napoletano lasci Napoli, tanti napoletani illustri lo hanno già fatto, né che vada a giocare in un campionato lontano; la diversità è che a un giocatore come Insigne sia stato offerto un contratto inferiore a quello in atto. Non giudico l’opportunità, quella non mi spetta. Ma non si può dire che dietro la scelta del Napoli non ci sia una strategia. Che è questa: il calcio italiano è in piena inflazione, il valore dei giocatori si è abbassato negli ultimi tre anni di oltre un terzo. È conseguente che anche l’ingaggio debba essere diminuito. Offrendo il vecchio ingaggio a Insigne era come gli fosse stato offerto un aumento del trenta per cento. Non tocca a Insigne pagare da solo il peso dell’inflazione, quindi fa bene ad andarsene in modo ricco; ma non tocca nemmeno a De Laurentiis il peso dell’eccezione. I soldi sono soldi per tutti. Nessuno l’avrebbe capito una quindicina di anni fa se fosse capitato a Totti o Del Piero. Oggi non è solo comprensibile, è inevitabile. Infatti nessuno in Italia e in Europa, ha offerto di più a Insigne”. – di mario sconcerti, podcast Un Cappuccino con Sconcerti per Calciomercato
titoli | Corriere dello sport-stadio: “Inter e Zhang, la difficile partita dei bond” – Gli effetti del declassamento annunciato da Fitch prima della vacanza di Natale. La decisione dell’agenzia di rating può influire sul rifinanziamento che il club deve concludere con anticipo sul rimborso finale, entro il 2022
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