▻ «Manolín, porta el bocadillo a Braulio, lo ha dimenticato a casa». La voce di mamma Mercedes Martínez arrivò dalla cucina. Manolín forse sbuffò, prese la merenda dal tavolo, uscì da calle Lope de Rueda e corse a consegnarla a suo fratello, raccattapalle al circolo Velázquez, dove oggi ci sono gli uffici madrileni della Iberia. Braulio portava lo stesso nome di papà, un elettricista repubblicano incarcerato durante la guerra civile e morto sei anni dopo essere tornato in libertà, un’embolia cerebrale, aveva già perso la vista. Sbrighiamoci, si disse Manolo. Voleva solo liberarsi in fretta di quel pacchetto e della seccatura. Uff, i fratelli. Ma quando entrò al circolo, gli bastò guardarsi intorno per scoprire che di andarsene non aveva affatto voglia. Vide una sfilza di campi uno di fianco all’altro, vide le signore ben vestite e ne sentì il profumo, vide i gilet degli uomini che in famiglia nessuno aveva portato mai. Fu quello il momento in cui Manolo Santana decise che la fretta di tornare a casa era sparita, che l’urgenza era diventata un’altra e quell’urgenza si chiamava tennis.
Era un mondo bello e impossibile, affascinante come una cosa proibita. Manolo non aveva neppure bisogno di chiedere a sua madre, sapeva che i soldi per comprare una racchetta non c’erano. Se ne costruì una con i resti dello schienale ovale di una sedia e persino con quella dimostrava di saperci fare. Enrique Yunta sul quotidiano Abc racconta che allora intervenne la famiglia Romero Girón, tutti abbiamo avuto una famiglia di ricchi come vicini, dentro una gamma di sentimenti che va dall’invidia all’odio. Con le loro tasche piene “si fecero carico della formazione del ragazzo, lo avevano visto giocare quasi di nascosto. Quel talento non era comune e si assunsero la responsabilità dei suoi studi, della sua crescita e della sua educazione, quasi adottandolo durante le estati passate a El Cañizar. Lì, su un campo da tennis vicino alle fabbriche, Manolo perfezionava i suoi colpi, con l’innocenza di un bambino che non avrebbe mai immaginato dove sarebbe finito”.
Se Braulio non avesse dimenticato il suo bocadillo sul tavolo, forse la Spagna non avrebbe mai avuto i suoi primi Slam da Manolo, quattro in tutto, il Roland Garros 1961 e 1964, gli US Open 1965, Wimbledon 1966. Quattro perle in mezzo a 72 tornei vinti. Per il primo titolo a Parigi dovette battere una dietro l’altra le prime tre teste di serie, Emerson ai quarti di finale, Laver in semifinale, Pietrangeli in finale, rimontando da due set a uno, per chiudere 6-0 6-2 e restare chiuso nello spogliatoio un’ora a piangere di gioia. Pietrangeli fu l’avversario sconfitto anche nella finale del 1964. Prima di Santana, la Spagna non aveva mai vinto a Wimbledon. Prima di Santana, un europeo non trionfava a New York dal 1928.
I miei pensieri vanno al mio buon amico Manolo Santana che è morto. Un maestro della terra battuta, Manolo diceva che l’erba è fatta per le mucche, eppure è riuscito a vincere Wimbledon nel 1966 e ha ispirato generazioni di giocatori spagnoli con il suo famoso top-spin e il suo spirito combattivo | Rod Laver
“Tutto è iniziato con Santana, in Santana, per Santana”, scrive Carlos Toro su El Mundo. I giovani cronisti spagnoli come Fernando Murciego di Punto de Break gli riconoscono il suo ruolo di capostipite venuto da una famiglia umile per spalancare le porte del tennis a tutti, quando negli anni Sessanta sembrava ancora una faccenda per benestanti. Chi lo ha visto dal vivo, come il decano del giornalismo sportivo Alfredo Relaño, ha scritto su El País che “sono stati anni preziosi, anni in cui Manuel Santana ci ha aperto gli occhi su un nuovo sport”.
È straziante ricevere questa notizia su Manolo Santana. Grazie caro Manolo per aver aperto una strada, ci mancherai. Riposa in pace, leggenda | Novak Djokovic
“Avevamo sentito parlare di lui – racconta Relaño – quando aveva già vinto due volte il Roland Garros, meritava solo un piccolo spazio sui giornali che noi tutti saltavamo, fino a quando una novità decisiva, la televisione, è entrata nelle case. In cerca di novità, alcuni audaci decisero di trasmettere una partita di Coppa Davis, Spagna-Stati Uniti, da Barcellona. Un’informazione precedente ci aveva scosso: gli americani si erano portati da casa il cibo, confezionato, sottovuoto, e le loro bevande, perché diffidavano di ciò che si poteva trovare qui. Chi di noi non aveva ancora la TV, andò in casa di un vicino o di un parente. Quel giorno abbiamo imparato che nel tennis non si contava 1-2-3…, ma 15-30- perché non 45, ci siamo chiesti. Il secondo giorno, con il doppio, abbiamo imparato a cosa servivano i corridoi laterali. Il terzo giorno ci siamo abbracciati euforici perché quegli americani arroganti avevano morso la polvere, potevano mangiarla insieme con il loro pane. Il quarto giorno le racchette erano esaurite nei negozi di articoli sportivi e dalle case uscivano corde da legare tra due alberi nel parco più vicino e praticare quel nuovo e bellissimo sport, di cui Santana era l’interprete ideale. Giocava con una tecnica squisita, rendendo ancora più bello uno sport che era di per sé una scuola di buone maniere: il silenzio scrupoloso del pubblico, i giocatori vestiti di bianco immacolato, il vincitore che saltava la rete per congratularsi con un abbraccio allo sconfitto”.
Manolo Santana è stato per la Spagna il leader di una rivoluzione silenziosa, il tennista che portava un paese senza storia a due finali di Coppa Davis in Australia. “Furono due finali di albe e sogni. Non abbiamo vinto la Coppa Davis – continua Relaño – ma Santana ha vinto Wimbledon e ha prodotto quella bella immagine in cui cercava di baciare la mano della principessa Margaret, che l’ha ritirata perché con le dame della famiglia reale britannica, il protocollo non consentiva quella forma di cortesia. Ha aperto il nostro panorama sportivo, fino ad allora limitato al calcio, al pugilato e al ciclismo. Dalla televisione, proprio come lui, stavano arrivando altri pionieri: Emiliano, Nieto, Perramón, Paquito, Ballesteros”. Ha accompagnato lo sport spagnolo verso la modernità. Ha fatto nascere una scuola tennistica.
Manolo è lo stesso che non solo ha vinto Parigi e Wimbledon e Forest Hills. È anche, probabilmente, l’inventore o almeno chi ha rimesso all’onor del mondo un colpo quale il pallonetto liftato. Trasformato, voglio dire, un colpo solamente difensivo in un’arma d’attacco – di gianni clerici, Repubblica, 22 aprile 2001
“Era sempre gentile – scrive Ubaldo Scanagatta per Ubitennis – simpatico, sempre sorridente. Ricordo quando mi disse, con Rafa Nadal che aveva appena vinto il suo primo Roland Garros: – Sono sicuro che ne vincerà molti altri. Diventerà il più forte tennista spagnolo di sempre, certamente più forte di me”.
Scanagatta ha parlato di lui in una intervista podcast con Nicola Pietrangeli,
«È un dolore pazzesco. Non ho mai avuto un fratello, ma se ne avevo uno era lui. Abbiamo condiviso una vita insieme, sul campo e fuori. Se uscivamo insieme la sera, decidevo io dove andare a cena. Era lui che voleva così. Non mi chiamava Nicola, mi chiamava Capitano. Sempre. Mi ha ribattuto in finale nel ’64, 7-5 al quarto set quando io in quel set ebbi 2 set point. Manolo mi disse che era stanchissimo e che se io avessi vinto quel quarto set avrei vinto io… Quando nel ’66 vinse Wimbledon battendo Ralston in finale andammo a cena insieme anche quella sera. Lungo la strada chiedemmo istruzioni a due poliziotti per raggiungere il posto dove dovevamo andare. Mentre eravamo là dove eravamo invitati suonò il campanello. E ci dissero: ci sono due poliziotti alla porta che chiedono di voi. Sul momento ci preoccupammo. Invece, beh, erano quei due poliziotti cui avevamo chiesto le informazioni. Dissero: non avevamo riconosciuto mister Santana che ha vinto oggi Wimbledon, scusateci, ma potete farci avere un autografo? I colpi migliori di Manolo Santana? Sapeva fare tutto… non si vincono tornei di quel livello se non si sa fare tutto… però il dritto, la smorzata…”
Uno degli aneddoti riguarda la finale di un torneo a Barcellona, quando Pietrangeli stava vincendo due set a uno e qualcosa entrò nell’occhio di Santana.
“A quei tempi – dice Pietrangeli a Scanagatta – non ci si poteva fermare e l’arbitro pretendeva che si proseguisse. Ma io dissi ‘no! non posso giocare se Manolo non ci vede!’ Così gli detti tutto il tempo necessario per risolvere quel problema… e quel mascalzone alla fine mi battè!”.
Più volte durante la carriera, Santana temette di avere ereditato dal padre la malattia che lo aveva reso cieco. Era diventato in questi anni direttore del torneo di Madrid. Aveva un ufficio alla Caja Mágica di Madrid, dove si è giocata la finale di Coppa Davis, ma non lo usava mai. I lavoratori dell’impianto hanno scritto a Marca per ricordare che a Manolo “piaceva saltare da un reparto all’altro, di tavolo in tavolo, e sedersi con noi. È stato un tennista straordinario, ma soprattutto una persona speciale, di quelle che lasciano un segno indelebile. Il suo senso dell’umorismo (“Calmati, non erediterai la compagnia”) ci ha aiutato ad affrontare la pressione di giorno in giorno con un’altra faccia, nutriti del divertimento con cui ci ha contagiato. Non era un direttore qualsiasi. Lui, una leggenda vivente, era ogni mattina alle otto del mattino nella sala riunioni insieme al resto della squadra, pronto a sporcarsi le mani sulle questioni quotidiane del torneo. È andato personalmente a prendere i giocatori in aeroporto per accoglierli, era seduto in prima fila in sala stampa, si preoccupava delle esigenze di tutti”.
Mundo Deportivo oggi lo ricorda in prima pagina.