Nessuno pensa mai a Bastogne

Nessuno pensa mai a Bastogne

 

  La classica più antica del mondo è l’unica che porta in un posto dal quale scappare. Se Cristo si è fermato a Eboli, nessuno parte da Liegi per fermarsi a Bastogne. Non esiste nel ciclismo un altro luogo così citato eppure tanto marginale. Una città verso la quale si punta solo per tornare indietro. Come nelle corse da bambini, quando si toccava il muro e bisognava poi riandare. Bastogne è come un simbolo delle cose lasciate a metà. Un punto su una mappa che è già ma non ancora. Se è vero che chi ben comincia è a metà dell’opera, in questa corsa chi è a metà dell’opera non ha fatto nulla. È negli ultimi cento chilometri che si decide sempre la corsa, dove ci sono nove cotes in fila, con la Redoute che accende gli animi e la Roche-aux-Faucons che spegne le gambe. 

Oggi nella pancia del gruppo si nascondono due anime che hanno visto più Bastogne che Liegi. Il primo è Van Melsen, belga di Vallonia, trentaquattro anni. Il secondo è Ledanois, dell’Île-de-France, figlio di Yvon, età: ventisette. Sono partiti tre volte, sono arrivati a metà e non sono mai tornati indietro per tagliare il traguardo. Loro hanno sempre e solo corso la Liegi-Bastogne. Si chiamano tutt’e due Kévin, che dovrebbe voler dire qualcosa tipo: di nascita gentile. Dire quindi Kévin Bennato sarebbe come dire Francisco Franco. Altre scemenze non ne ho. Per ora. 

 

Questa corsa è la Liegi. Come esistono la Sanremo e la Roubaix. Nessuno la chiama la Bastogne, sebbene tutti abbiano detto almeno una volta che in medio stat virtus. Angelo Costa su Tuttobici scrive che vi si incrocia ogni genere di specialista: chi punta alle prove di un giorno gioca l’ultima carta, chi invece ha nel mirino le gare a tappe prende la spinta per riempire il serbatoio del morale. Non è un caso che nel 2020 sia stata vinta da chi ha nel suo palmarès due Vuelta, una sconfitta all’ultima crono del Tour e un podio al Giro, lo sloveno Primoz Roglic, e a quel modo poi, con gli otto secondi più folli visti nel ciclismo negli ultimi 20 anni. 

Ottobre. Alla sua prima uscita dopo il Mondiale, una manovra scellerata dell’esausto Julian Alaphilippe taglia la strada a Marc Hirschi. Lo svizzero toglie il piede dal pedale. Il francese riprende il controllo dello sprint e sul traguardo alza le braccia. Invece ha vinto Roglic che alla sua destra ha dato il tipico colpo di reni da fotografia perfetta. Segue squalifica e retrocessione al quinto posto per il campione del mondo. Che – ha raccontato – per tre giorni non ci ha dormito. Lo scompaginamento dei calendari in pandemia fa di lui il solo corridore nella storia a poter correre due volte la Liegi con la maglia iridata pur avendo vinto una sola volta il Mondiale. 

 

  Jean-Luc Gatellier su l’Équipe ricorda che la Francia non vince la corsa da 41 anni. Dalla Neige-Bastogne-Neige, la Liegi sotto la neve che Hinault fece sua, ovviamente in una maniera dantesque. Strano, scrive, perché la Liegi è la Classica che meglio corrisponde con il Giro di Lombardia alla morfologia del ciclista francese, fuori dagli schemi delle corse in linea e secolarmente orientati verso il Tour de France. 

Ci sono cinque ex vincitori per otto successi complessivi: Valverde (4) e poi Gilbert, Fuglsang, Poels, Roglic. Ciro Scognamiglio sulla Gazzetta dello sport sonda le chance dello spagnolo, sette volte fra i primi dieci, oggi compie 41 anni, viene dal quinto posto alla Amstel, dal terzo alla Freccia Vallone e a Liegi ha vinto già quattro volte. Con la quinta prenderebbe Merckx. 

Nel 2006 – primo trionfo – a fargli compagnia sul podio – scrive la Gazzetta – c’erano Paolo Bettini e Damiano Cunego: l’Italia vinceva i Mondiali di calcio, il premio Oscar del cinema andò a Crash-contatto fisico, Lewis Hamilton non aveva ancora conquistato nessuno dei suoi 7 titoli Mondiali in Formula 1. Valverde c’era già. C’è ancora. E forse ci sarà anche nel 2022, a quanto sta lasciando intendere in questi giorni, anche perché vorrebbe “salutare” con un’annata normale nel senso di poter godere del pubblico in strada.

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