Il più ingombrante assente dello sport mondiale. Non c’è ma c’è. Todd Woodbridge, per esempio, considera Roger Federer un rimpianto: peccato che non venga in Australia, colpa dei protocolli, forse non lo vedremo mai più dalle nostre parti. Diego Schwartzman pensa a lui come a uno scalpo: dice che sarebbe assai seccato di vedergli lasciare il tennis senza averlo mai battuto prima. Gilles Simon lo giudica invece un cattivo maestro. Proprio così. Ha appena sostenuto che sarebbe meglio perdesse al più presto il primato di Slam. «Sarebbe utile se non lo detenesse. Aiuterebbe i bambini. Potrebbero dire: okay, Roger è fantastico, ma se gioco come lui non vincerò. Devo trovare un altro modo». (La versione di Simon fa acqua dinanzi all’idea che sarebbe facile invece giocare come Nadal). Richard Kraijcek, l’uomo che aveva il cristallo a posto delle rotule, oggi direttore del torneo di Rotterdam, pensa a Roger come a un’opportunità. Gli sta venendo l’acquolina dinanzi all’ipotesi che il suo torneo sia quello giusto per il rientro. L’ha invitato in un modo che più esplicito non si può.
Non c’è ma c’è e Daniel Matthews sul Daily Mail sa pure come fa. Dorme. Dorme tanto. Undici/dodici ore per notte. Il quotidiano inglese scrive che tutti questi quarantenni o quasi hanno un trucchetto per essere ancora tra i nostri piedi. LeBron ascolta suoni rilassanti durante la notte tenendo la temperatura della stanza a 20 gradi. Deontay Wilder fa immersioni subacquee. Roger dorme. (Ricordarsi di avvertire Simon che possono farlo pure i bambini francesi).
Tumaini Carayol sul Guardian ha scritto che dopo due interventi al ginocchio e un anno lontano dal tennis, all’età di 39 anni, il 2020 poteva essere una meravigliosa scusa per una via d’uscita molto pulita e nobile. “Per svanire nella notte” dice il Guardian. Invece è ancora giorno sul regno di Federer, non c’è nessuno della sua chiesa a cui importi che numero sia (è cinque), ventidue anni dopo la prima partita da professionisti. Una longevità e una determinazione, aggiunge il quotidiano inglese, che sembrano ancora più significative del talento da solo.
Su questa faccenda dell’età, stamattina ragiona sul Foglio sportivo Giorgia Mecca, mettendo in fila tutte le volte in cui Federer doveva ritirarsi. Doveva perché l’avevamo deciso noi. Perché avevamo stabilito che fosse finito. “Una ricerca fatta dalla Federazione di tennis australiana – scrive Giorgia Mecca – dimostra che negli ultimi quattro anni la velocità media della sua risposta al servizio è migliorata, così come la percentuale di punti conquistati con il rovescio, il suo colpo meno sicuro. È, ancora oggi, il numero cinque del mondo, non un vecchio mostro sacro che si trascina nel circuito per mancanza di alternative. Proprio per questo, perché smettere?”.
All’Edberg del 1995, da marzo in avanti, veniva rimproverato di portare in giro per il tour la bellezza sfiorita del suo tennis, senza riguardo per chi era stato, con troppe sconfitte che avevano il sapore dell’inaccettabile: il numero 176 Dick Norman a Wimbledon, il 199 Stolle a Cincinnati, il più vecchio di lui Wilander a Montreal. Per fortuna Edberg fece di testa sua e giocò un anno ancora, il 1996, senza mai vincere un torneo, continuando a perdere dagli ultra-100 (Fleurian a Melbourne, di nuovo Stolle a Scottsdale, Caratti a Cincinnati, Roux a Indianapolis), eppure quella finale raggiunta al Queen’s e giocata contro Becker dopo aver battuto Ivanisevic e Muster (2 al mondo), quel quarto di finale preso a New York, non ripagarono di tante cause perse?
Edberg aveva trent’anni. Giorgia Mecca allora ha scritto: “Billie Jean King un giorno ha detto che uno dei suoi più grandi rimpianti è stato quello di avere smesso troppo presto (aveva quarant’anni). Secondo l’ex numero uno al mondo ogni giocatore dovrebbe aspirare ad avere una carriera soddisfacente, fatta di alti e di bassi, come accade nella vita reale. Non è obbligatorio ritirarsi da numeri uno, dopo un trofeo alzato al cielo. Soprattutto non c’è nessuno che abbia il diritto di dire a un campione che è arrivato il momento di smettere, nemmeno se pensa di farlo per il suo bene, perché non lo fa mai per il suo bene. Solo chi sta in campo conosce ciò a cui sarà costretto a rinunciare quando gli toccherà uscire per sempre. E così bisognerebbe aspettare il ritorno di Federer senza allusioni, domande in sospeso, giudizi sommari, senza paura del giocatore che si presenterà a Wimbledon nel 2021. Il suo obiettivo continua a essere quello di vincere le Olimpiadi di Tokyo, bisognerebbe dargli un’opportunità. Sul campo centrale dell’All England Club continua a esserci il suo nome sul tabellone che mostra il risultato della finale del 2019, vinta da Novak Djokovic 13 a 12 nel quinto set. Il tabellone non indica i due match point che ha avuto lo svizzero. Li ha persi, ci sono stati, non è finita”.
È ancora dentro quel suo lunghissimo Wimbledon. Come in uno Jumanji. Ma appena esce ci divertiamo.
(È vero, Roger? Diglielo ai bambini francesi che ci divertiamo).
➣ Lei è di quelli che credono al potere dello sport di cambiare il mondo?
Non credo che cambi ogni cosa. Tutti vogliono vincere, far soldi, diventare famosi. Io sono cresciuto con valori che mi sembrano dimenticati. Quando un genitore viene a dirmi che suo figlio spera di diventare come me, mi sento una guida. Ma mi viene voglia di dire a quel bambino che non potrà sempre vincere, non potrà sempre avere ciò che desidera. A volte si perde, a volte si deve. Lo sport ha il grande potere di insegnare cos’è una sconfitta. Tanti lo hanno dimenticato
Roger Federer al Venerdì di Repubblica, 8 giugno 2018