La scena è questa.
Massimo Giacoppo, messinese, capitano dell’Ortigia Siracusa di pallanuoto, è uscito dall’acqua con il titolo di miglior giocatore del girone dopo l’11-10 sul Marsiglia, prima vittoria del club in Coppa dei Campioni, parlando giustamente di partita storica.
«È arrivata al momento giusto – ha detto – siamo entrati nella prima partita con troppa emozione, nella seconda l’avversario era troppo forte per noi ma abbiamo continuato a crescere e finalmente oggi abbiamo conquistato la vittoria» Eccetera eccetera. Niente di che. Le solite cose.
E però.
La scena poco dopo diventa questa e viene dalla pagina facebook dell’Ortigia.
L’aereo che da Fiumicino deve riportare la squadra in Sicilia è in ritardo.
Così il capitano felice siede davanti a uno di quei pianoforti sparsi nelle sale d’attesa dei non luoghi, tira fuori le sue manone da pallanuotista, le manone con le quali fa gol o marca in piscina i centroboa, con le quali graffia, spinge, s’aggrappa, arraffa sott’acqua i costumi – quelle – le posa delicatamente sui tasti bianchi e neri, e suona.
I Play.
L’inglese ha questa forza. Dispone dello stesso verbo per due azioni che hanno molto in comune e altre cose distanti.
Certo, anche i francesi. Jouer.
Certo, anche i tedeschi. Spielen.
Una partita è come una Sonata.
Gioco ergo suono.
L’acqua e la musica.
Come a suo tempo per Lorenzo Porzio, canottiere e insieme studente al conservatorio. Ai Giochi di Atene 2004 salì su una barca messa insieme all’ultimo istante, un quattro con improvvisato, e quattro giorni prima di dare un esame in Italia, le mani da pianista impugnarono i remi e portarono lo scafo al terzo posto in Grecia, medaglia di bronzo. Era all’epoca al quinto anno di studi a Santa Cecilia. Aveva composto per le Olimpiadi un coro a quattro voci. Durante il ritiro di preparazione si era fatto portare un pianoforte nel centro federale di Piediluco. «Quando gli altri riposano o giocano alla playstation, io suono: mi rilassa, mi carica. E di notte compongo». Se non avesse suonato, raccontò, in quei giorni da recluso si sarebbe abbrutito. Ai Giochi olimpici, nell’hotel di Schinias, il piano non era disponibile. I compagni raccontarono che ogni tanto spariva. Lo vedevano camminare sulla spiaggia con gli spartiti tra le mani, ripassava mentalmente le opere da portare all’esame e muoveva le mani nell’aria. Suonava di domenica l’organo al Sacro Cuore di piazza Euclide. Sette anni dopo, quasi a pagare un debito di riconoscenza per un luogo dell’anima, tornò a Piediluco, nella chiesa di San Francesco per un concerto barocco con la sua orchestra, l’Armonica Temperanza. Repertorio: Bach, Hendel, Vivaldi. Porzio avrebbe poi diretto la messa concerto di Natale per coro e orchestra nella basilica di San Pietro nel dicembre del 2015 e del 2016, quattro anni fa ha debuttato come compositore alla Carnegie Hall di New York.
Come direbbe Galeazzi: non lo prendono più.
Vanessa è invece ricordata come la più giovane esecutrice ad aver inciso i concerti per violino di Beethoven e Čajkovskij. A tredici anni. Conosciuta da artista come Mae, da sciatrice era diventata nota come Vanakorn, il cognome del padre. Che a un certo punto non prese benissimo la svolta pop. Disse: «Mi sembra un’attrice porno soft». Vanno capiti i sacrifici dell’uomo. Le aveva comprato per farla studiare un Guadagnini del 1761, all’asta per 250 mila sterline, perché sua moglie, cinese, avvocato e pianista, voleva avviare la bambina al violino. Vanessa da ventiquattrenne aveva già tentato di partecipare ai Giochi di Salt Lake City del 2002. Con gli sci. Senza violino. C’era riuscita 12 anni dopo per l’edizione di Sochi, seconda thailandese della storia. Aveva venduto nel frattempo 10 milioni di dischi in tutto il mondo e al suo conto IBAN corrispondeva una cifra più o meno pari a 31 milioni di sterline. In slalom gigante si piazzò 67esima. Su sessantasette. A otto secondi di distacco. Non dalla prima. Otto secondi dalla penultima. Che peraltro sapeva suonare il violino molto peggio di lei.
Solo che qualche mese dopo, un’indagine della federazione slovena aveva appurato come i risultati della gara di qualificazione della musicista fossero stati manipolati. Colpo di scena. Era stato usato lo stesso tracciato per due manche, in classifica avevano inserita una concorrente caduta perché un’altra non c’era. Alessandra Retico su Repubblica scrisse: “Chi crederà più alla favola di Vanessa che amava la neve più di Mozart?”.
Nelle relazioni tra lo sport e la musica hanno indagato in tanti. Il laboratorio di ingegneria del sistema neuromuscolare, costituito al Politecnico di Torino, ha appurato per esempio che esercitare una pressione eccessiva sulle corde del violino può essere causa di patologie. Il fondatore Roberto Merletti, professore ordinario di ingegneria della riabilitazione, definisce i musicisti «veri e propri atleti dello strumento che si sottopongono quotidianamente a sforzi molti intensi. L’obiettivo del nostro lavoro è evitare l’insorgere di patologie quali algie, distonie (movimenti involontari) e formicolii, spesso dovuti all’abuso della contrazione e della co-contrazione muscolare. Studiamo le posture dei musicisti per poter suggerire rimedi efficaci».
Un violoncello arriva a pesare tra i 7 e gli 8 chili. Monika Leskovar giura che «ci sono compositori come Shostakovich o Dvořák che impegnano moltissimo fisicamente».
Il musicologo Mario Leone qualche anno fa sul Foglio ricordava che Claude Debussy, all’apice della fama, aveva composto per l’accompagnamento di un balletto ispirato al tennis: Jeux, un poema danzato. L’esecuzione e la rappresentazione furono accolte da fischi irraccontabili. Eppure Leone sottolineava che erano buoni giocatori di tennis George Gershwin e Arnold Schönberg e che più di un aspetto tiene insieme la musica e i gesti bianchi.
“Prima di tutto – scriveva – la solitudine. Il tennis e la pratica strumentale richiedono un completo e totale isolamento, anche quando si svolgono davanti a tante persone. Sei solo contro il tuo avversario, o contro il pubblico, sei solo contro il tuo corpo che non ha diritto di lamentare stanchezza, paura o debolezza. Sei solo con la tua anima: chi ha visto qualche partita di tennis o un solista in concerto, avrà notato più o meno espliciti labiali sulla bocca dei protagonisti”.
Per secondo viene il ritmo, giacché – considerava – “il tennis come la musica si fonda sulla sua rottura. In musica è decisivo per una esecuzione corretta, profonda, ma anche per discostarsi dal ritmo stesso. Nel tennis è fondamentale per non sprecare inutilmente energie, logorare ai fianchi l’avversario e darsi un ordine. Se nel tennis e nella musica perdi la testa è finita, come descritto da David Foster Wallace”.
Per terza veniva la precisione. “La distanza tra un tasto e l’altro del pianoforte o la posizione sulla corda di un violino (un millimetro più su o giù) – scriveva Leone – determina l’esecuzione o meno della nota giusta. Ne determina l’intonazione. Così è per i tennisti. Il colpo perfetto è quello al limite tra la riga bianca e il rosso della terra. Il colpo che non sai mai se sia dentro o fuori”. La gestualità. Infine il silenzio. “Durante un concerto o uno scambio: stima e rispetto verso quello che succede in campo, coscienza di stare davanti a qualcosa di grande”.
Poi un giorno nel tennis è arrivato il rock, e fu Yannick Noah a portarcelo. Nel suo primo disco, quando i dischi si chiamavano ancora LP, cantava versi come Ho un grande lavoro, che mi fa partire e mi strappa alla mia gente oppure Devi saperlo che quello spacciatore ha bisogno di tanti soldi, ti succhierà l’anima, piscerà sulla tua tomba“. Il disco si chiamava Black and What!
Disse che era sull’amore, l’amicizia, l’Africa e l’apartheid. Quando venne a presentarlo a Roma, in qualche suo giro privato e poi da Pippo Baudo a Domenica In – perché spesso là si andava in quegli anni, tra gli Ottanta e i Novanta – Noah ragionava sul fatto che «dovessi anche rimetterci con la musica, potrei continuare tranquillamente a vivere come vivo. Ci sono atleti che vivono il ritiro dall’attività come una piccola morte. Altri che giocano soffrendo. È perché il tennis è la loro unica vita, la sola che hanno. Io preferisco perder soldi ma fare quello che sento dentro. Ho giocato 25 anni su 30 che ne ho, ma sono sempre riuscito a impedire che il tennis mi riempisse la vita. Parlare di palle break, match point, di sole negli occhi, può sembrarti bello a 18 anni, ma a 28 ti pesano le stanze d’albergo sempre nuove ogni settimana, la solitudine, la mancanza di amici. Ho sempre viaggiato con il walkman, la chitarra, le lettere degli amici. Non ho studiato la musica, la musica mi è servita per conoscere».
Faceva lo stesso effetto a John McEnroe. «Stringere la chitarra tra le mani non mi dà la stessa sensazione di sicurezza di una racchetta, ma uguale è l’emozione, il sentimento che provo quando sto di fronte al pubblico. Ecco, mi basta che la gente, pagando un biglietto per venire ad ascoltarmi, capisca la mia onestà», diceva a metà degli anni Novanta, poche ore prima del suo debutto sul palco, mentre nel frattempo gestiva una galleria d’arte moderna a New York e commentava il tennis per la CBS. «Da ragazzino – disse – andavo matto per i Rolling Stones e i Led Zeppelin, gli Allman Brothers e gli Z.Z. Pop. Queste sono le mie radici: rock and roll e blues, mi diverto anche a suonare delle cover: Rolling e gli stessi Allman, ma anche Jimi Hendrix e Bowie».
Era stato proprio Noah, invitandolo a un concerto di beneficenza, a mettergli l’idea in testa. Le prime canzoni parlavano di problemi di vita quotidiana a New York, di politica, scrisse un pezzo per il figlio morto di Eric Clapton e uno sulla rivalità con Bjorn Borg. Hanno suonato in diverse band i gemelli Bob e Matt Bryan, così come a un certo punto ne sbucò una chiamata Super Tennis che aveva per componenti un tipo di nome Bob Becker alla batteria, un Tom McEnroe alla chitarra, un Kev Perry al basso e collaboratore in studio che si chiamava Bjorn. Bjorn Korg.
Abbiamo avuto pugili cantanti. Come Manny Pacquiao, che per la verità è stato mille altre cose in un corpo solo: parlamentare, attore, allevatore di galli da combattimento. Oppure come Lionel Rose che smise e incise I thank you. L’Italia prima di Patrizio Oliva aveva conosciuto Alvaro Nuvoloni, stornellatore in romanesco.
Nel basket c’è stato Tony Parker, con una carriera veloce veloce da rapper e una collaborazione con Jamie Foxx. Wayman Tisdale dopo aver lasciato la NBA si mise a suonare il basso e a scrivere pezzi jazz, stesso genere nel quale si lanciò Bernie Williams, virtuoso della chitarra dopo essere stato un idolo dei tifosi degli Yankee. Trevor Pryce passò da due Super Bowl alle colonne sonore per sitcom e fiction.
Lewis Hamilton si è mosso in clandestinità. Ha scritto e registrato canzoni per un decennio senza rivelarsi, nascosto dietro lo pseudonimo di XNDA. «È stata la scoperta più incredibile. Trovare qualcosa che ami così tanto e che puoi fare solo per te stesso, per il tuo spirito, penso che sia un processo importante», spiegò il pilota della Mercedes quando tolse la maschera, dopo un progetto con Christina Aguilera per il singolo Pipe. Come scoprire che Liberato è Lorenzo Insigne.
Le esperienze dei calciatori sono innumerevoli e di varia natura. Si va dall’improbabile Savoldi che negli anni Settanta cantava Albertosi era amico di Zoff al suo contemporaneo Giorgio Chinaglia, che incise nel 1974 (I’m) Football Crazy, un pezzo degli Oliver Onions, mentre gli Squallor gli avevano dedicato un pezzo e Rino Gaetano cantava che non poteva passare al Frosinone. Tra i laziali a inizio Novecento spiccava Sante Ancherani, uno dei primi capitani, suonava come seconda tromba nelle bande comunali.
Alexi Lalas, americano, difensore del Padova con capelli rossi e barba alla Custer, aveva una band, i Gypsies, con cui ha registrato tre album. Alla vigilia di una partita a Napoli, la comunità americana entrò in agitazione per la voce che Lalas avrebbe tenuto un concerto dentro la base NATO di Agnano. Non era vero. Una grande idea invece venne a Maurizio Costanzo, che nel salotto del suo talk serale lo fece esibire una volta insieme con Luca Barbarossa. Esatto, per la barba. Per la barba rossa. Cantarono Tougher Than the Rest di Bruce Springsteen. Diciamo che la critica è rimasta insensibile al cospetto dei suoi lavori.
Roba seria quella di Osvaldo, il Johnny Depp dell’area di rigore. Barrio Viejo Rock&Roll il nome della sua band. «Ho amato giocare a calcio – spiegò – ma negli ultimi anni mi sono accorto che non era il mio mondo. Il calcio mi ha fatto guadagnare tanto, ma non è tutto nella vita. Mi sono reso conto che mi rendeva infelice e ho deciso di dire basta. Adesso sto bene e sono sereno perché mi sto dedicando a ciò che più amo, la musica. Ogni volta che salgo sul palco mi rendo conto che è ciò che voglio veramente». Disse di amare Rolling Stones, Pink Floyd, Muddy Waters e Chuck Berry.
Ruud Gullit invece amava il reggae e a un certo punto si mise a suonarlo. Già prima di arrivare al Milan aveva inciso Not the dancing kind, in sfacciato stile Giamaica. Nel 1987 dedicò South Africa registrato con i Revelation Time a Nelson Mandela, prima di dedicargli pure il Pallone d’oro (vinto però senza i Revelation Time).
Del resto in Olanda aveva prima di lui cantato pure Johan Cruyff, un pezzo di tre minuti dal titolo Oei Oei Oei (Dat Was Me Weer Een Loei). Capita ai grandi a un certo punto di avvertire questa incontenibile voglia di esprimersi così.
Per esempio Pelé. C’è stata una fase nella quale O Rei si è messo a comporre pezzi pieni di samba, più o meno per stile nei pressi di quelli eseguiti da João Mesquinho, l’alias di David Riondino, ogegé ogegé. Maradona ha cantato Querida Amiga con i Pimpinela. Gigi Buffon ha preso lezioni di chitarra. Messi fece girare la voce che stava per mettere in piedi una band tributo agli Oasis e che Noel Gallagher gli aveva dato la sua benedizione. Paolo Rossi incise un pezzo che si intitolava Domenica alle tre, evidentemente contro lo spezzatino. Ciccio Graziani aveva lanciato un 45 giri post Mundial, post scudetto e post finale Coppa dei Campioni: Che t’ha fatto sta Roma. Ora voi fate gli spiritosi, ma Júnior per esempio vendette 70 mila copie di Voa Canarinho. Gascoigne pubblicò Fog on the Tyne e lo portò al secondo posto in Hit Parade, lui che da ragazzo metteva una parrucca per assomigliare a Mick Hucknall dei Simply Red. Assai meno maledetti Tommaso Rocchi, Paolo Di Canio, Leonardo Talamonti e i gemelli Antonio ed Emanuele Filippini si esibirono in beneficenza con suor Paola. Del resto, anche Altobelli, Boniek, Cabrini, Platini e Rummenigge erano andati in testa alla classifica con Alleluja.
Insomma, tutta una serie di manifestazioni ad ampio spettro, molto ampio, che fanno dire a Ivan Juric, oggi allenatore del Verona, ma soprattutto frequentatore di concerti e appassionato di death metal e di band come Napalm Death, Obituary e Carcass – ecco, come spiegarlo – certe manifestazioni lo spingono a dirsi sicuro che «i calciatori non capiscono un cazzo di musica».
Ora, nel pensare a quanti meravigliosi click farebbe un sito con una fotogallery così – ai margini di questa satira sferzante sul mondo del giornalismo – si impone una domanda.
Che gira e rigira poi è sempre la stessa.
La domanda che ha tormentato più di un pomeriggio.
Ma Julio Iglesias davvero giocava nel Real Madrid?
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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