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Cosa chiediamo agli ex giocatori diventati opinionisti
La morte di Michael Robinson e il difficile mestiere di raccontare il calcio
Un melanoma è la causa della morte di Michael Robinson a 61 anni. I giornali spagnoli gli dedicano grande spazio perché in Spagna è molto amato. Dopo tanto Brighton, aveva giocato un anno nel Liverpool e vinto la finale all’Olimpico contro la Roma nel 1984. Proprio lui si era perso la Coppa all’aeroporto di Fiumicino.
«Era pesante e la portavamo un po’ per uno. Prima dell’imbarco sulla via del ritorno da Roma spettava a me. Mi fermai al duty free per comprare una scatola delle sigarette preferite di mia mamma poi, una volta sull’aereo, il capitano Souness mi vide arrivare senza coppa e mi chiese: “Dov’è la Coppa?”. Allora feci lo sprint più veloce della mia vita per tornare indietro e andarla a cercare prima che l’aereo partisse. Immaginate se la squadra fosse arrivata a Liverpool senza la Coppa», fu il suo racconto divertito dell’episodio.
Un europeo. Inglese di nascita, aveva giocato per la Nazionale irlandese a causa delle origini di sua madre. Si era fermato in Spagna dopo l’esperienza da calciatore all’Osasuna, cominciando una seconda carriera da commentatore. Carriera felicissima. Luminosa. Lavorava per Movistar+ e Cadena SER. Stamattina Diario AS gli dedica le prime 10 pagine, Mundo Deportivo le prime 6. A Barcellona aveva ricevuto nel 2017 il Vázquez Montalbán, tra i più prestigiosi riconoscimenti europei per chi racconta lo sport. “Addio a un gigante”. “Il miglior narratore di storie che abbia mai conosciuto” scrive Marco Ruiz. Era nato a Leicester ma si diceva discendente di un membro dell’Invincibile Armada. Per la Vanguardia era “un genio, un comunicatore enorme”. Un’icona anche per la sua inflessione molto speciale. Aveva ascoltato la prima parola in spagnolo solo all’età di 28 anni. Mundo Deportivo scrive che è morto l’accento del calcio e che la sua bandiera era il carisma.
Il melanoma gli era stato diagnosticato un anno e mezzo fa. John Carlin su la Vanguardia stamattina scrive che “stava per morire e mi ha detto: mi lavo le mani come un matto. Non voglio quel coronavirus”. El País dà la notizia della sua morte in prima pagina e lo chiama “un rivoluzionario” per aver cambiato la maniera di raccontare il calcio in Spagna. “Con lui se ne va una virtù riservata e per pochi: l’autenticità”.
«Il mio primo capo – raccontava Robinson – voleva insegnarmi in un anno tutte le sfaccettature della televisione commerciale, facendomi viaggiare ma senza lavorare, e mi pagò quasi quanto guadagnavo a Osasuna solo per imparare».
Michael Robinson apparteneva a questo gruppo tutto sommato nuovo di ex giocatori che hanno scelto di non farsi bastare il passato. Sono usciti da maglie e scarpette, e si sono messi a studiare. A studiare non solo l’evoluzione del calcio ma quello che c’era fuori la finestra, le vite degli altri, diciamo pure il mondo, compresa una lingua con la quale «allargare il paesaggio», per dirla alla Jorge Valdano.
Jorge Valdano, appunto. Un gol nella finale mondiale 1986, allenatore del Real Madrid, poi dirigente dimissionario per incompatibilità con Mourinho. Oggi scrive per El País. Raccontò a la Repubblica (7 marzo 2016) la sua «educazione disordinata, senza maestri. Ho perso mio padre a 4 anni, in casa non c’era un solo libro. Per tutta l’infanzia ho letto fumetti. L’editorial Salvat lanciò una collana di titoli, comprai Il ritratto di Dorian Gray e mi convertii. Hanno cercato di insultarmi chiamandomi poeta, intellettuale, cattedratico, filosofo. La gente ha finito per credere che io lo sia. Del resto ognuno di noi porta la sua etichetta». La Spagna legge anche Jordi Cruyff, figlio di Johan, che scrive per Diario Sport.
Gli inglesi hanno Gary Lineker su BBC Sport e BT Sport, sette milioni di followers su twitter dopo due Mondiali. Del Lineker calciatore Giancarlo Liviano D’Arcangelo ha scritto in Gloria agli eroi del mondo di sogno (Il Saggiatore, 2014): “Per immaginare tutti i gol di Lineker era sufficiente averne visto uno. Non perché fossero facili o banali, ma perché erano tutti voluti, cercati, posseduti dallo stesso spirito voluttuoso, espresso attraverso principi dinamici. Un roteare magnetico leggendo lo sviluppo dell’azione, una particolare coscienza dell’elettrizzazione dei corpi”.
Chi è diventato questo signore? In Behind Closed Doors (Century, 2019) Lineker ha scritto: «Non mi piace rivedermi, mi sembro vecchio. I social media hanno scatenato la mia politicizzazione. Fino a quando non è emerso Twitter, non avevo mai espresso le mie opinioni in pubblico». Jonathan Lieuw due anni fa andò a casa sua per intervistarlo, annotò che aveva sul tavolino la biografia dei Romanoff. Scrisse su Independent: “La reputazione di Lineker come calciatore pensante è ben meritata”. Ha una lingua e ha un mondo anche Jamie Carragher, 500 e passa partite per il Liverpool, firma del Telegraph, e sta provando a costruirsi un profilo analogo anche Wayne Rooney, che tiene una rubrica ogni domenica sul Times.
L’Italia
Aldo Serena, attaccante della Nazionale ai Mondiali del ‘90 e centravanti delle 4 squadre di Milano e Torino, voce di Mediaset, ha raccontato al sito Pagine di sport di aver viaggiato per un anno dopo aver smesso di giocare. Aggiornamento umanistico. «Sono stato in molte parti del mondo che mi incuriosivano: la Patagonia, l’India, il Tibet, il Nepal, il Medio Oriente. Un giorno Ettore Tognoni che era a capo della struttura dello sport Mediaset mi chiamò, dicendomi se avevo voglia di provare a fare il commentatore in tv. Era il 1994». Dice che nel frattempo si è appassionato alla lettura. Un anno fa consigliava Tre piani di Ashkol Nevo.
Oggi si chiamano talent. I primi erano solo degli ex calciatori. Nemmeno tutti fuoriclasse come Omar Sívori, che alla Domenica Sportiva sovvertì la grammatica della moviola di Sassi e Vitaletti, fino al suo arrivo un flusso di “come potete vedere” e invece diventata con lui giudizi, giudizi, giudizi, anche battaglie, come quella per punire sempre il fallo di mani. Massimo De Luca e Pino Frisoli in Sport in tv, ricordano che già ai Mondiali del ‘54 la Rai partì con le telecronache di coppia: Carlo Bacarelli e Vittorio Veltroni. Abbiamo avuto Gigi Radice agli Europei del ‘76, Fabio Capello esordiente su Tele Montecarlo, Sandro Mazzola al Mundial 82 per Tmc e per la RAI a Berlino 2006. Eraldo Pecci esercitava con ironia. Diceva ai telespettatori di mettersi davanti alla tv alle 20 e 30 «perché dietro non si vede nulla». Una sera chiese a Bruno Pizzul:«Sai perché i portieri turchi sono i migliori? Perché sono ottomani». In telecronaca gridò a Kluivert: «Cosa diavolo tiri che stiamo parlando?».
La figura di spicco è Daniele Adani, mamma che fu operaia, padre ebanista e comunista ortodosso, berlingueriano d’Emilia. Dopo averlo incontrato Giancarlo Dotto ha scritto di lui su Corriere dello sport-Stadio (26 novembre 2018): “In realtà non parla, trabocca. È incandescenza pura. Febbrile e lucido allo stesso tempo. Lo riconosci subito anche se non lo conosci, nel mucchio dei colleghi, che ancora devono decidere se ammirarlo o temerlo. Dallo sguardo morboso. Ha una luce addosso. È il più acceso di tutti. Una meravigliosa anomalia nella chiacchiera televisiva da pallone. Potrebbe essere uscito da una tela mistica del Prado, da una pagina o da una notte bianca di Fiodor Dostoevskij, uno di quei monaci dei romanzi gotici di Lewis. Il demone è lo stesso. La passione lo brucia. La parola lo divora. E lui si lascia divorare. Fosse per lui, parlerebbe un’ora e mezzo di una diagonale della Carrarese del suo amico Silvio Baldini o delle imprese di Adolfo Pedernera e di quel River lì. Un ossesso. Non ho dubbi, è posseduto. Non parla, è parlato”. Alla Carmelo Bene.
Adani vi racconterà che la scuola non gli piaceva ma quando ha lasciato il calcio si è messo a studiare le idee che girano, le filosofie, gli stili. Disse al Venerdì: «Il calcio è come il denaro: non dorme mai. A volte di notte resto sveglio per guardare le partite in Sudamerica, la curiosità mi spinge a cercare un calciatore che non ho mai visto, farmi affascinare, sentire un brivido nella pancia, fremere nell’attesa di poterlo rivedere presto».
Ha inventato una terminologia, se non vogliamo dire un lessico. Viene deriso per questo, come a scuola succedeva al capoclasse. Alla fine sarà la frequenza d’uso dei suoi neologismi (su tutti: i quinti – per dire gli esterni del centrocampo a 5) a dire nel tempo se avrà avuto ragione lui. Anche il libero in fondo non c’era nel vocabolario. «Chi paga – dice – non vuole ascoltare banalità. Lo spettatore deve sapere che c’è uno studio dietro una sentenza. Il calcio è in continuo cambiamento. Aver giocato aiuta a leggere il calcio, ma il credito non è eterno. Se devi parlare del Genk, non conta aver giocato, conta averlo studiato».
Il Sudamerica
È ormai una storica firma per Folha de São Paulo il brasiliano Tostão, uno dei famosi cinque numeri 10 schierati tutti insieme nel Brasile del 1970, quando – padroni di non crederci – la stampa brasiliana si domandava se il più forte della nazionale fosse lui o Rivelino. Lui o Rivelino. Tostão scrive ogni mercoledì e domenica.
L’analista più acuto fra gli ex in Sudamerica è l’argentino Diego Latorre, visto per due partite nella Fiorentina dopo una Coppa América vinta. Scrive per il quotidiano sportivo Olé. Di lui la rivista spagnola Líbero ha scritto che è “il rinnovamento comunicativo del calcio in Argentina”. Latorre dice che i suoi modelli sono Gay Talese, Ramón Besa e Martí Perarnau. Ha una visione, ovviamente, che ispira i suoi giudizi. «Il calcio è immaginazione. La creatività è affascinante, io me vado pazzo. Il calcio è mosso dal sentimento. Non è mai stato tanto sofisticato come ora. Quando giocavo, le indicazioni che avevo dagli allenatori erano da ridere. Oggi il calcio punisce i bradipi, lentamente ci siamo allontanati dalle chiacchiere del barrio o del caffè. La società è complessa, chi non ne sa interpretare i cambiamenti viene divorato. Questo è cambiato: la relazione che esiste tra gli altri mondi e il calcio. Il 20% degli allenatori sanno, gli altri conoscono».
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto e Massimiliano Gallo.
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