Le altre scarpe del maratoneta, seduto in pandemia

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#204  Un maratoneta è un samurai senza spada. Questa è di Mauro Covacich. Ma un maratoneta senza maratona chi è? Bikila Abebe era una guardia del corpo dell’imperatore d’Etiopia. Spyridōn Louīs un pastore. Dorando Pietri un garzone di pasticceria. Ma Paul Tergat niente, niente Haile Gebrselassie, niente Eliud Kipchoge. La contemporaneità esige maratoneti che lo siano anche senza una maratona. Perciò colpisce due volte quello che se ne sta seduto, in posa, davanti all’obiettivo di una tra le giovani fotografe più apprezzate, Fanny Latour-Lambert, prima reflex tra le mani a 15 anni e tecnica imparata googlando domande su internet. «Quello che preferisco – ha detto – sono le immagini senza tempo. Quelle che potrebbero essere state scattate oggi come negli anni passati». 

Ma il Kipchoge che la guarda dritto, seduto su una sedia di quei bar che si trovano d’estate in villeggiatura, ha un tempo solo, questo, il tempo dell’assenza, del vuoto e della fissità. L’uomo che per primo ha corso una maratona sotto le due ore, sta. Riposa. Non ha i piedi nudi di Bikila e non ha neppure le scarpe magiche che la Nike ha creato perché volasse. Come un anti-eroe pasoliniano all’improvviso fuori ruolo, calza un modello di lusso da 900 e passa euro mentre a Knox Robinson, scrittore e runner americano che per GQ è andato a trovarlo in Kenya, dice che “per correre velocemente a un atleta si chiede soprattutto una cosa: coerenza”. La dedizione per diventare grandi, scrive GQ

Tra una ventina di giorni Kipchoge avrebbe dovuto sfidare Kenenisa Bekele a Londra, una cosa equivalente ad Ali contro Frazier nella boxeazzarda Robinson. Forse perché furono due che a Manila se le diedero. Kipchoge dice: «Voglio che tutti in questo mondo trattino la corsa come uno stile di vita. Voglio che la gente pensi che alle cinque deve correre per 30 minuti. Se ci arrivo, allora sarò un uomo soddisfatto». Solo che adesso deve dirlo da una sedia.

 

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