Anche lo sport spagnolo fabbrica mascherine. Gli atleti e le atlete in corsia

lo sport e il Covid-19
Anche lo sport spagnolo fabbrica mascherine

 

    La mobilitazioneNacho Narváez, giocatore di rugby del Majadahonda e direttore dell’area ingegneristica del gruppo sanitario Vithas, ha progettato un dispositivo che raddoppia il numero di pazienti in grado di ricevere ossigeno contemporaneamente da una stessa postazione in modo “veloce, sicuro, efficiente e con i mezzi disponibili in un ospedale”. Il prototipo è già in diversi ospedali.
NZI, un’azienda murciana di caschi, ha riadattato la sua produzione e sta fabbricando visiere protettive. Le prime 300 andranno ai servizi locali.
Roi Rodríguez, 25 anni, di Vigo, canoista, solo due settimane fa gareggiava nelle Asturie. Oltre ad allenarsi con un simulatore, sta mettendo a frutto i suoi studi: “Sono un ingegnere informatico e ho capito che avrei potuto usare le mie conoscenze collaborando con un’associazione che iniziava a lavorare per il rifornimento di maschere”.  Roi possiede una stampante 3D. Dice: “È costantemente accesa, ne consegna circa sette al giorno perché ci vogliono quasi tre ore per ognuna. Moltiplicate per il numero di collaboratori sono più di mille al giorno. Vengono raccolte, si monta la visiera e si consegnano nei luoghi in cui sono necessarie”.
È cambiata l’attività presso il “Motor & Sport Institute” di Alcorcón. Ora l’intero team è focalizzato sulla produzione di componenti per servizi sanitari. Anche loro lavorano con stampanti 3D. Ospitano in sede persone indigenti e distribuiscono cibo a enti di beneficenza.
Poi ci sono le aziende spagnole di abbigliamento sportivo. Joma produce mascherine e ha donato camici e pantofole al personale sanitario. Luanvi realizza maschere per la polizia. Decathlon ha bloccato la vendita delle maschere da sub e la ha donate quando ha appreso che possono essere adattate e usate come respiratori. 
Omar Tayara, triatleta, proprietario di Taymory, marchio tessile leader nel settore, ha lanciato una campagna di solidarietà mobilitando diverse aziende per la produzione di migliaia di mascherine, camici e anche materassi per ospedali da campo. Alla raccolta fondi hanno collaborato i detenuti nei penitenziari.  
Anche la giocatrice di basket del Girona, Marta Xargay, con la sua azienda di abbigliamento specializzata in camicette estive, la Unaunica, si è data alla produzione di mascherine. Le dà una mano sua madre, sarta, che perse il lavoro durante le crisi del 2008. “Abbiamo tessuti inutilizzati a casa dei miei genitori e ci è venuto in mente di usarli così”. 
Iker Martínez è un velista oro ad Atene e argento a Pechino nella classe 49er, oltre che tre volte campione del mondo. A 42 anni, in isolamento a Palma, produce mascherine con i suoi tre figli. Hanno recuperato una vecchia macchina per cucire dal garage di suo padre. Sua madre faceva la tappezziera e lui da bambino la aiutava a spillare le stoffe. Prima che scoppiasse l’epidemia stava studiando il meteo e si preparava al Giro di Maiorca in catamarano. Dodicimila mascherine in 24 ore sono state fabbricate dal Rayo Vallecano attraverso la sua fondazione e l’impresa familiare del presidente, Martín Presa: sono destinate a 30 ospedali. | storie tratte da Diario AS

 

Gli atleti e le atlete in corsia
  Il sito Olympic Channel dedica un lungo approfondimento ai campioni senza sport e ne celebra l’impegno in prima linea contro il virus. Paula Pareto, la prima donna argentina ad aver vinto un oro nella storia dei Giochi (judo, categoria 48 kg) è stata tre settimane in autoisolamento dopo il torneo di Ekaterinburg, poi è tornata all’ospedale di San Isidro, a nord di Buenos Aires, dove lavora come medico ortopedico. L’ex portiere olandese di hockey su prato, Joyce Sombroek, oro a Londra 2012 e argento a Rio 2016, ha una laurea in medicina conseguita alla Vrjie Universiteit di Amsterdam e ha lavorato al Pronto Soccorso prima di iniziare un percorso come medico di base. Jo Brigden-Jones è una canoista australiana, con una partecipazione olimpica a Londra. Ha sospeso gli allenamenti per le qualificazioni ed è tornata a lavorare come paramedico in ambulanza a Sydney. 
Vicky Wright, scozzese, in preparazione per i Mondiali di curling con la nazionale della Gran Bretagna (bronzo a Sochi 2014) ha ripreso il suo lavoro part-time da infermiera al Forth Valley Royal Hospital vicino Falkirk. «Sia il servizio sanitario nazionale che la federazione di curling mi hanno permesso di fare un turno a settimana. Questa cosa non mi fa perdere contatto con ciò che è importante».
Kim Daybell, due volte campione paralimpico nel tennis tavolo, si è laureato in Medicina due anni fa all’Università di Leeds e lavora part-time al Whittington Hospital di Londra. Sta completando un’esperienza in chirurgia e sarà trasferito nei prossimi giorni in prima linea per le cure ai contagiati dal Covid-19. «Una delle cose contro cui le persone sembrano lottare in questo momento è una sensazione di impotenza. Io invece sono fortunato ad avere le competenze per stare sul campo e combattere». 
La vice capitana dell’Atlético Madrid di calcio Silvia Meseguer, opera come volontaria in un ospedale di campo a Madrid. È iscritta all’ultimo anno di Medicina.  Hayley Wickenheiser, 41 anni, quattro volte oro olimpico nell’hockey su ghiaccio, frequenta l’ultimo anno di Medicina all’Università di Calgary. Da gennaio fa tirocinio in terapia intensiva a Toronto. 
Jana Pittman, australiana, due volte campionessa del mondo sui 400 ostacoli, in gara anche nel bob a Sochi nel 2014. Si è laureata in Medicina da poco e ha cominciato a lavorare a gennaio. Con sua figlia Emily via Instagram ha pregato i cittadini australiani di restare a casa.

 

  Rimpianti baltici – Il magazine iVolley riferisce una dichiarazione del primo ministro dell’Estonia, Juri Ratas, rilasciata ai media nazionali a proposito della partita internazionale di Challenge Cup del 4 marzo tra il Saaremaa e l’Allianz Milano, dopo la quale sono stati registrati tre contagi nello staff del club. “Non abbiamo l’opportunità di tornare indietro nel tempo, ma se fosse possibile tornare a cinque minuti prima che Milano attraversasse il confine dell’Estonia, faremmo di tutto per impedire che accadesse”.

 

In memoria

 

L’ex presidente della SangiovanneseIvo Giorgi, di anni 95. Presidentissimo: non eri Boniperti o Berlusconi, non eri Moratti e neanche Santiago Bernabeu, ma per la Sangiovannese eri di più. Una squadra di calcio è l’anima del paese, in questo caso San Giovanni Valdarno, Arezzo, e Ivo era l’anima di quell’anima. Fu il presidente per molti e lunghi anni, dal 1969 al 1983, in pratica un pontificato. In quasi tre lustri arrivò anche il miglior risultato della storia, il quarto posto in serie C nell’ormai remota stagione 1974/75. Ivo, quasi centenario, adesso era alla casa di riposo “Fabbri Bicoli” di Bucine, dove ancora andava a trovarlo qualche suo vecchio ragazzo. Tutti gli ricordavano quando, al calciomercato, Ivo prenotava le stanze all’Hotel Gallia come il Milan e la Juve. Gli anni bellissimi. | Maurizio Crosetti, la Repubblica

 

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