L’intervista che Federica Brignone non ha fatto
Cosa sarebbe stato bello sentirle dire
➣ Federica, com’è fatto un sogno che si realizza?
“Sono ancora scossa, onestamente non me lo aspettavo, certo non così, con altre tre gare cancellate. È un epilogo che toglie a me la gioia di avere una foto con la Coppa, a Petra la chance di provare a soffiarmela anche senza le finali di Cortina e soprattutto toglie luce a Mikaela, che ha avuto la forza di prepararsi una valigia, salire su un aereo, sfidare e vincere il suo dolore, la sua inerzia, non so come altro chiamarla – perché nessuno di noi conosce e può permettersi di giudicare quello che sta vivendo – e di venire comunque qui”.
➣ Non si aspettava di rivederla in gara?
“Non lo so. Io non ho il diritto di entrare nel cuore di Mikaela. Ci ho pensato molto in questi giorni. Succede spesso che una di noi stia fuori a lungo per un infortunio e la sua stagione ne sia segnata. Guarda Sofia. Ma questa cosa terribile che è capitata a Mikaela non è come una caviglia che si distorce e neppure come un legamento che si rompe. Ho fatto un pensiero buffo in queste ore. Te lo dico?”.
➣ Che Mikaela voleva dimostrare di poter vincere anche così?
“Al contrario. Mi piace credere che Mikaela sia venuta in Svezia per rendere più nobile la mia vittoria. Sai un po’ come? Come quando un tennista si fa male e resta in campo, preferendo perdere 6-0 all’ultimo set ma non si ritira. Magari Mikaela stava benissimo, mi avrebbe dato 2 secondi a gara e recuperato tutto lo svantaggio, ma è anche probabile di no dopo un mese di stop, senza allenarsi, con una tempesta emotiva ancora presente in cuor suo. Ecco. Mi sono allora detta che se veniva, veniva per scuotersi ma veniva anche un po’ per chi vinceva, per rispettarne il trionfo. Il minimo che io possa fare è dire che questa Coppa è anche sua. Dentro di me la gioia è grande, non voglio fare l’ipocrita. Dentro di me infatti me la faccio bastare. Ma sento il dovere di chiedere in pubblico alla federazione internazionale se è stato giusto chiudere così”.
➣ Cosí come?
“Facendo finta che sia normale annullare le ultime 10 gare di una stagione. Dieci non sono una o due. Guarda il povero Pinturault. Era chiaro che al 99% avrebbe vinto lui. Che avrei fatto io al posto suo? Vuoi un altro esempio? Ora leggo cosa accade nel calcio. Ho visto che esiste l’ipotesi sia in Italia sia in Germania di assegnare lo scudetto a chi è in testa alla classifica e immagino le polemiche che si scatenerebbero”.
➣ È la stessa cosa?
“Non lo è. Lo sci ha una tradizione di gare annullate dal meteo e di classifiche che vengono nonostante ciò ritenute legittime. Ma dieci gare su dieci a fine calendario non sono la stessa cosa di una nevicata che te ne fa perdere una, al massimo un paio. Io volevo essere la prima italiana a vincere la Coppa del mondo senza essere la prima donna che la vince con 10 gare in meno”.
➣ Con 10 gare in più come sarebbe finita?
“Io penso che avrei potuto vincerla lo stesso, silenziosamente e con mille scaramanzie me ne stavo convincendo. Ma non conta. Conta di più quello che pensano le ragazze che l’hanno persa. Conta che prima della morte del papà di Mikaela, tutti stavate scrivendo che la Coppa era finita. Io non posso tacermelo. A me non piace quella frase secondo cui i vincitori festeggiano e i perdenti spiegano. Intanto perché alla parola perdenti preferisco la parola sconfitti. Considera un’altra cosa. Se fosse arrivata all’improvviso da Marte una ragazza in grado di partecipare a queste ultime 10 gare e vincerle tutte, si sarebbe piazzata al quarto posto in classifica. Quarta, capisci, senza aver mai corso le altre 30 volte. Ti rendi conto il peso dei punti tolti dal tavolo?”.
➣ Federica, ma che cosa si poteva fare?
“A me va bene così, intendiamoci. Credo che la mia sia stata una vittoria limpida ma è come se alla parola limpida avessero sbianchettato l’ultima sillaba. Se posso essere egoista per cinque secondi, dico che non lo meritavo nemmeno io. Ho fatto una grande stagione. Nessuna italiana aveva mai messo insieme tanti punti. Ma non posso fingere che sia stato normale solo perché mi sentivo forte. Lo staff di Petra Vlhova aveva proposto di recuperare le finali in Slovenia, ma era prima che ci fossero restrizioni anche lì. Voglio dire che non spetta a me individuare soluzioni, soprattutto in un momento drammatico nel quale le priorità sono altre. Ma se le priorità sono altre, se si fermano tutti gli altri sport senza avere certezze sul futuro e sui verdetti, perché preoccuparsi di finire a tutti i costi la Coppa del mondo di sci, esponendo la nostra salute a dei rischi? Forse si poteva immaginare una cosa nuova, tipo congelare la classifica fino a ottobre e usare le prime 10 gare della prossima stagione per assegnare punti sia alla vecchia classifica sia alla nuova”.
➣ Tutto questo le fa onore.
“Ho avuto tante settimane per pensare come sarei stata io, come avrei reagito, se fosse successo a me di trovarmi seconda o terza e vedermi sottratta la chance di dare un senso ai miei sacrifici. Tutto questo, aggiungo, mentre Mikaela era fuori, era fragile, forse s’aspettava qualche telefonata in più da noi, o un messaggio pubblico dopo una gara, una dedica, un pensiero, un segno di vicinanza, non lo so, me lo sto chiedendo adesso mentre ne parlo. Ma hai presente il finale del film Salvate il soldato Ryan? L’ultima frase. Mi suona dentro da giorni. Mentre ci sono mille morti nel mio Paese, mentre ci sono milioni di persone chiuse in casa, distanti dai loro affetti, lontane da un genitore ricoverato in ospedale o da un figlio che non possono vedere, mentre saltano matrimoni e non si possono celebrare funerali, mentre le attività produttive sono ferme e molti temono di perdere il lavoro, a me è stato concesso il privilegio della normalità. Prendere un aereo, spostarmi, allenarmi sulla neve, gareggiare. Come se nulla fosse. Per inseguire un mio sogno. Mio, mio e basta. Io, un’eccezione tra i cittadini italiani e un’eccezione tra gli atleti nel mondo. Capisci perché come Tom Hanks con il soldato Ryan, adesso mi dico: Federica, quello che è successo, te lo devi meritare. Questa Coppa è mia, e ne difenderò per sempre la piena legittimità, ma proprio per questo non è soltanto mia. Quando potremo festeggiare e fare una foto, vicino a me vorrò Mikaela. Potevo perdere e col tempo me lo sarei perdonato. Quello che non potrei mai perdonarmi è vincere senza pensare a lei”.