In 50mila a Città del Capo per Federer-Nadal

 

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I cinquantamila di Città del Capo per Federer e Nadal 

 

  Che cosa fanno le due Fondazioni dei campioni. I biglietti, al prezzo popolare di circa 10 euro per permettere a tutti di assistere alla partita, sono stati venduti in poche ore e la partecipazione stimata è di 50mila persone. Una rivalità, quella tra i due fenomeni, che non si è mai trasformata in antipatia. I due sono sempre sembrati molto complici. Sia Federer sia Nadal hanno creato una fondazione grazie agli immensi guadagni della carriera. Se quella di Roger è molto attiva sul fronte dei programmi di sviluppo scolastico in Africa (per i quali ha distribuito circa 50 milioni di euro), i progetti seguiti dalla fondazione di Rafa sono attivi in tutto il mondo e si occupano di diversi temi: dall’educazione all’avviamento allo sport e alla disabilità.
Ieri Federer è arrivato a Città del Capo e ha subito voluto vedere il campo. Ha fatto un video con lo smartphone e l’ha postato sui social per mostrare l’anteprima a tutti i suoi seguaci: «Ciao a tutti, sono al campo… o meglio allo stadio – spiega dalla pancia del gigantesco Cape Town Stadium, costruito per i Mondiali di calcio del 2010 -. È stupendo, abbiamo un bellissimo campo arancione, così Rafa si sentirà a casa come se stesse giocando sulla terra, e invece siamo sul veloce…». | Federica Cocchi, la Gazzetta dello sport

 

Roger Federer e il Sudafrica. «Da bambino passavo in Sudafrica due mesi all’anno. Tutta la famiglia era lì, compresa mia sorella, ovviamente. Abbiamo sempre trascorso le vacanze estive in Sudafrica, visitato i membri della famiglia in tutto il paese, visitato il Kruger National Park. Ho il passaporto sudafricano, ma è scaduto. Sono felice come un bambino quando il Sudafrica vince la Coppa del mondo di rugby. Perché so cosa significa per un paese a cui mi sento molto legato. Cerchiamo di rimanere in un posto con la famiglia il più a lungo possibile. Ecco perché ho saltato l’ATP Cup. Discuto costantemente con Mirka su come possiamo trovare la soluzione più semplice per i bambini. Dopo il ritiro farò di più per la fondazione perché mi piace essere coinvolto, avrò più tempo».

 

  La 95enne che non aveva il biglietto. Mama Lila, fan di 95 anni di Rafael Nadal è rimasta a “mani vuote” e non è riuscita a trovare i biglietti per l’incontro: suo genero non si è perso d’animo ed ha scritto alla Roger Federer Foundation, che, prontamente, ha dato due biglietti all’anziana signora. Questa fan avrà così una grandissima opportunità ed ha commentato la vicenda: “Sono molto emozionata, non vedo l’ora di assistere all’incontro. Spero che Nadal vinca e vorrei fare una foto con lui” | Mario Tramo, Tennis World Italia

 

Le pietre miliari dello sport in Africa
  [1974] Rumble in the Jungle: Ali vs Foreman, Zaire. Kinshasa è gonfia di nuvole, i temporali della prima estate esplodono con furia per placarsi poi in un clima afoso. Ma Ali Muhamad, sdraiato sull’erba nel suo “quartiere” di N’Sele, ride e chiacchiera con i prediletti esponenti della stampa americana. Costoro lo stuzzicano, l’invitano alla polemica. E il pugile nero accetta, giocando di fino. Definisce il suo avversario Foreman un “fratello ridotto dalle circostanze a lavorare per il sistema dei bianchi“, non tralascia qualche piccola frecciatina verso il presidente Mobutu che troneggia dai manifesti. Poi, con un sorriso all’immagine dell’uomo politico, fa: “Scusami”. E seguita a parlare dei problemi dei neri. | Giovanni Arpino, la Stampa, 29 ottobre 1974

 

  [1995] I Mondiali di rugby in Sudafrica. Se vi ha retto il cuore nel vedere Nelson Mandela presentarsi allo stadio indossando la maglia verdeoro degli Springboks, con tanto di cappelletto con gazzella e fiori di protea, e sulla schiena il numero 6, quello del capitano Francois Pienaar, avrete capito che cosa ha significato per il Sudafrica questo mondiale di rugby. È passato un mese di festa, che ha cambiato il modo dei sudafricani di sentire se stessi rispetto al paese e alle diverse etnie che lo abitano: può darsi che ci sia della retorica in queste affermazioni che loro stessi condividono, ma la commozione dei bianchi nel vedere le coreografie delle cerimonie di apertura e chiusura sono state sincere, hanno visto nelle danze zulu o nei costumi degli operai neri una storia nella quale si sentivano coinvolti anche loro. Analogamente è arrivata la scoperta del rugby nelle townships nere, all’interno di una comunità nera che si sente sempre più sicura, anche culturalmente, lo si vede pure nella tenacia con la quale è riuscita a far amare ai bianchi “Shosholoza“, il canto che è stato un po’  l’inno del Mondiale: un’invocazione alla lotta che era proprietà dei neri e che ora lo è diventato di tutta una nazione. | Corrado Sannucci, la Repubblica, 25 giugno 1995

 

  [2010] I Mondiali di calcio in Sudafrica. Non può affaticarsi, Madiba, che viaggia verso i 92 anni, di cui 27 trascorsi in carcere. Ha problemi a parlare, ma la testa è lucidissima e sa tutto sul suo Sudafrica. Un Paese che anche lui sognava diverso, dopo aver consumato la sua vita per migliorarlo. Il giorno del primo Mondiale africano potrebbe essere il Mandela day. Ed è giusto che sia così: Madiba è di gran lunga l’eroe migliore espresso da questo continente tribolato. Il Che Guevara dell’Africa, che però, rispetto al medico-guerrigliero argentino, è riuscito a portare a termine la sua missione. Se il Sudafrica ha abbattuto le leggi razziali ed è riuscito ad intraprendere una strada pacifica, lontano dagli scempi di paesi come il vicino Zimbabwe, il merito è di Madiba. Oggi il Sudafrica sarà il centro del mondo. | Stefano Boldrini, la Gazzetta dello sport, 11 giugno 2010

 

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