Che cosa ci lascia Kobe Bryant

a morte del campione
Che cosa ci lascia Kobe Bryant

 

    Quattro minuti prima delle 5 del mattino italiane i Los Angeles Lakers hanno interrotto il loro silenzio social. “Siamo devastati e per sempre cambiati dall’improvvisa perdita di Kobe Bryant e di sua figlia Gianna. Mandiamo il nostro amore a Vanessa, alla famiglia Bryant e alle famiglie degli altri passeggeri. Le parole non riescono a esprimere ciò che Kobe significa per i Los Angeles Lakers, i nostri tifosi e la nostra città. Più che un giocatore di basket, era un padre amato, un marito e un compagno di squadra. Il loro amore e la loro luce rimarranno nei nostri cuori per sempre. La Mamba Sports Foundation ha istituito il MambaOnThree Fund per sostenere le famiglie colpite da questa tragedia. Per assistenza, visitate il sito MambaOnThree. Per coloro che sono sentono ispirati a continuare l’eredità di Kobe e Gianna negli sport giovanili, visitate il sito MambaSportsFoundation”.

 

La Academy. Dopo il ritiro, la nostalgia, i ci mancherai e i mi mancherete, l’immenso cordoglio, le lacrime e la commozione, Kobe Bryant si accorge di un terribile dato di fatto: il basket sarebbe continuato anche senza di lui. Lo sport sopravvive a tutto, anche alle sue leggende. Come tutti gli altri, Bryant si sente un campione di passaggio, la sua carriera ventennale troppo breve per farsela bastare. Vuole continuare a essere Kobe oltre il parquet, ha capito che nella vita esistono anche gli altri, con loro vuole condividere il suo talento, l’esperienza e il sudore che lo hanno reso un campione. Per questo fonda la Mamba Sport Academy, un complesso di novemila metri quadrati a Thousand Oaks, California in cui tutti, bambine e bambini, adolescenti, adulti possono imparare a giocare a basket, football, pallavolo. Senza manifesti, dichiarazioni di intenti, hashtag, strategie di comunicazione e inutili slogan, ha sempre sostenuto in concreto la parità di genere, la Mamba mentality, la fiducia in se stessi. Prima che al resto del mondo, voleva tramandare il bryantismo al sangue del suo sangue. A Gianna, che aveva tredici anni. | Giorgia Mecca, il Foglio

 

L’attenzione allo sport femminile. L’obiettivo della sua seconda vita era creare, sui libri e poi sul grande schermo, un mondo che fosse un mix di sport, fantasia e magia. Lui stesso lo descriveva così: “È come se le Olimpiadi e Harry Potter avessero avuto un bambino”. Era già in fibrillazione per la pubblicazione del suo quarto libro come editore: “The Wizenard Series, prima stagione” di Wesley King la cui uscita è prevista il prossimo 31 marzo. …  Gigi gli dava soddisfazione, lo coinvolgeva, il loro rapporto simbiotico era sotto gli occhi di tutti, coinvolgente ai massimi livelli. Forse Kobe dentro di sé, con molta malinconia, pensava che una simile intesa lui l’avrebbe tanto voluta con il padre Joe, troppo distratto o scostante, e nessuno al mondo poteva sapere quanto gli fosse mancata. … Per amore della figlia Kobe aveva deciso di sposare la causa del basket femminile, voleva incrementare l’interesse per la WNBA e il college basket, aveva studiato le cifre economiche con l’obiettivo di attrarre sponsor, incoraggiava le atlete a migliorare la disciplina, le abitudini e la pratica, a farsi rispettare di più con l’obiettivo di aumentare il potere contrattuale. … Allo sport femminile mancherà soprattutto la sua voce: negli ultimi due anni nessun uomo ha usato un megafono così potente per chiedere (e ottenere) attenzione per le donne sportive. | Lia Capizzi, Sky Sport online

 

  Un altro anello. Kobe Bryant, l’uomo che aveva tutto, non pensava di avere tutto. C’era un ultimo applauso che pensava mancasse al suo curriculum, un desiderio rimasto inappagato, un sogno che aveva inseguito fino alla fine. Ne parlava pur senza dirlo, lavorando instancabilmente verso per raggiungerlo e alla fine sacrificandogli la carriera. Nel 2012-2013, all’età di 34 anni, Bryant ha giocato quasi 40 minuti una partita trascinando i mediocri Lakers ai playoff prima di strapparsi il tendine di Achille negli ultimi giorni e sostanzialmente chiudere il suo tempo da superstar della NBA. Tutto per un sesto anello. Lo voleva disperatamente. Voleva raggiungere Michael Jordan. Voleva superare Magic Johnson. Voleva essere considerato il campione finale. L’anello del sesto campionato era l’unico gioiello che desiderava ed era l’unica cosa che non avrebbe mai potuto indossare. I Lakers sanno che cosa devono fare. Chiamatelo il mandato del Mamba. | Bill Plaschke, Los Angeles Times

 

Le parole di sua moglie Vanessa. Io e le mie ragazze vogliamo ringraziare le persone che a milioni hanno mostrato sostegno e amore durante questo periodo orribile. Grazie per tutte le preghiere. Ne abbiamo sicuramente bisogno. Siamo completamente devastati dall’improvvisa perdita del mio adorato Kobe, il meraviglioso padre dei nostri figli, e della mia bella, dolce Gianna – una figlia amorevole, premurosa e meravigliosa, sorella straordinaria di Natalia, Bianka e Capri. Mi conforto nel sapere che Kobe e Gigi sapevano entrambi di essere così profondamente amati. Siamo stati incredibilmente fortunati ad averli nella nostra vita. Vorrei che fossero qui con noi per sempre. Erano le nostre meravigliose benedizioni troppo presto portate via da noi. Non sono sicura di cosa ci riservi la vita da oggi, ed è impossibile immaginare la vita senza di loro. Ma ci sveglieremo ogni giorno, cercando di continuare a spingere perché Kobe e la nostra bambina, Gigi, brillino per illuminare la strada. Il nostro amore per loro è infinito, incommensurabile. Vorrei solo poterli abbracciare, baciarli e benedirli. Li avremo qui con noi, per sempre. Vi chiediamo di garantirci il rispetto e la privacy di cui avremo bisogno per navigare in questa nuova realtà. | Instagram

 

  Il primo allenamento. Le luci della palestra illuminano due dei due numeri bianchi su fondo nero che fanno angolo sulla porta d’entrata. Sono l’8 e il 24, i numeri di Kobe Bryant. Per i Lakers è impossibile andare avanti, anche se la stagione Nba lo richiede: c’è da preparare la partita contro Portland, che domani sarà la prima per i gialloviola dopo la scomparsa dell’ uomo che per 20 anni è stata la loro leggenda. «Nel resto della stagione vogliamo rappresentare quei valori che Kobe ha portato avanti nella sua carriera. È il nostro obiettivo da tutto l’anno, lo è ancora di più adesso». Frank Vogel, il coach dei Lakers, è l’unico a parlare. «Quando abbiamo avuto conferma, mi sono assicurato che tutti i giocatori lo sapessero – racconta Vogel, faticando a controllare le emozioni -. Alcuni l’avevano già visto, altri non lo sapevano». Per due giorni i Lakers sono rimasti lontani gli uni dagli altri, impegnati a elaborare il dolore. «Poi abbiamo pranzato tutti insieme e abbiamo elaborato come una famiglia quello che era successo». LeBron è stato il primo a parlare, a raccontare la sua storia legata a Kobe, poi a turno lo hanno fatto tutti gli altri. | Davide Chinellato, la Gazzetta dello sport

 

La preferenza per Anthony Davis. Durante la sua carriera da giocatore, non ci sono stati molti giovani cui Kobe Bryant abbia fatto da mentore. Un’eccezione però è stata Anthony Davis. “Anthony era diverso per la sua curiosità e per il gioco”, ha detto Bryant in un’intervista lo scorso autunno. “Il suo potenziale. La sua abilità. La sua natura curiosa”. La loro relazione iniziò durante le Olimpiadi del 2012 quando Davis divenne l’ombra di Bryant. Avrebbero pranzato insieme, sarebbero stati insieme agli allenamenti. Bryant apprezzava la sua intraprendenza. I due sono rimasti in contatto negli anni e Bryant ha sviluppato una relazione con la famiglia di Davis. Quando i Lakers giocavano a New Orleans, si assicurava di ritagliarsi 30 o 40 minuti da trascorrere con la famiglia di Davis. Il gruppo di solito includeva i genitori di Anthony e una o entrambe le sue sorelle. Una cosa che Bryant non avrebbe fatto era portare Davis ai Lakers o qualsiasi altro giocatore. Quando l’anno scorso Davis aspettava di vedere se i Pelicans lo avrebbero scambiato con i Lakers, la sua destinazione preferita, Bryant non si è fatto coinvolgere. “Non voglio entrarci” disse. | Tania Ganguli, Los Angeles Times
Felicia Sonmez reintegrata. Il Washington Post ha riammesso al lavoro Felicia Sonmez, la giornalista che era stata sospesa per aver postato su Twitter un link a un articolo sulle accuse di stupro contro Kobe Bryant, poco dopo la morte del campione di basket americano. La sospensione “amministrativa” imposta a Sonmez dal vertice aziendale, e le critiche del direttore Marty Baron, avevano provocato la dura protesta della redazione, con una lettera firmata da 300 colleghi e il sindacato interno aveva chiesto la revoca del provvedimento. Il direttore responsabile, Tracy Grant, ha definito il tweet “intempestivo” ma ha ammesso che non viola le linee guida sull’uso dei social dettate dalla testata. “Invitiamo alla prudenza, specialmente importante quando ci sono morti tragiche”, ha aggiunto esprimendo rammarico per aver reso pubblica una vicenda personale. La direzione del Post ha anche annunciato una revisione del regolamento interno sull’uso dei social, che risale al 2011 e “ha bisogno di un aggiornamento”. | Raffaella Menichini, la Repubblica

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