Razzismo, bagarini e ricatti. La crisi morale  del calcio italiano

Dodici capi ultrà juventini sono stati sottoposti a misure cautelari per associazione a delinquere, estorsione aggravata, autoriciclaggio e violenza privata, su denuncia del club.
Ricattavano esponenti della Juventus per avere biglietti agevolati e gestire il bagarinaggio. Un opinionista di Telelombardia, Luciano Passirani, domenica durante la trasmissione «Qui studio a voi stadio» ha detto: «Per fermare Lukaku ci vogliono dieci banane». Della notizia s’è occupato anche il sito della BBC. Polemica sui buu a Kessie durante Verona-Milan.

 

L’inchiesta sulla curva della Juventus
I ricatti al club | Andrea Giambartolomei sul Fatto quotidiano ricostruisce come i cori contro i napoletani allo stadio servivano a danneggiare la Juventus e farla a scendere a patti con curva. E così anche i canti contro Leonardo Bonucci, tornato a Torino dopo un anno col Milan. Sarebbero tornati ai vecchi metodi, dice il Fatto, pur di avere agevolazioni per continuare gli affari: volevano 25 biglietti gratuiti per ogni partita e gli abbonamenti per i cosiddetti striscionisti. “Costringevano la Juventus – si legge nell’ordinanza della Procura di Torino – a concedere, quali agevolazioni non dovute, la possibilità di avere, fuori dai circuiti di vendita ufficiali”.
Le curve sono diventate delle aziende, quasi delle spa. Lo scrive Paolo Berizzi su Repubblica aggiungendo che le aziende e le spa si scalano. “E siccome i criminali hanno metodo, lo fanno meglio di chiunque altro. E non smettono. Ogni curva ha un amministratore delegato (il capo che comanda), un cda (il “direttivo” che ratifica), dei dirigenti (i colonnelli del leader). E i dipendenti: spesso inconsapevoli. Questi ultimi, gli ultrà “normali”, sono gli “operai”, la manovalanza”.
Massimiliano Peggio su La Stampa ricorda che Geraldo Mocciola detto Dino, leader dei Drughi bianconeri, il capo dei capi ultrà, ha una fedina penale fatta di “omicidio in concorso (di un carabiniere), tentato omicidio, rapina, detenzione illegale di armi e manutenzioni, furto, ricettazione, danneggiamento, introduzione clandestina in luoghi militari, rissa. Attualmente sottoposto a misura di prevenzione personale per la sua pericolosità, e quattro Daspo alle spalle che valgono quasi un ergastolo del tifo“.
Massimiliano Nerozzi sul Corriere della Sera aggiunge che “l’unico alieno, e non solo per talento, in questa terra di cori razzisti, estorsioni e prepotenze che era ormai diventato l’Allianz Stadium, sembra Cristiano Ronaldo. Alla fine di una delle prime partite a casa Juve, nel settembre 2018, CR7 offrì il pallone come cimelio, calciandolo in tribuna e non in curva sud, covo ultrà. Lesa maestà. Tanto che un paio di capi tifosi, intercettati, ci restarono malissimo: «Oh, ma quello non sa come funzionano le cose?»”.
Jacopo Ricca su Repubblica riferisce che la Procura ha riaperto il caso dell’ultrà juventino suicida. “Da istigazione al suicidio a omicidio. Il dubbio, la famiglia, non ha mai smesso di coltivarlo. E ora la procura di Cuneo lo fa proprio, modificando il reato su cui indaga per chiarire le circostanze della morte di Raffaello ‘Ciccio’ Bucci, il capo ultrà, collaboratore dei servizi segreti e della Juventus nella gestione dei rapporti con la curva, morto precipitando da un viadotto di Fossano (Cuneo) il 7 luglio 2016“.

 

Kessie e le banane di Lukaku in tv: altri due casi di razzismo

 

Tommaso Pellizzari sul Corriere della sera dice che è indefinibile il sentimento che si prova nel leggere quello che Luciano Passirani scriveva nel suo profilo Facebook (ovviamente poi chiuso) “su come dev’essere una discussione di calcio «alla nostra maniera: nostrana ma chiaramente elegante». Laddove «nostrana» è evidentemente la parola-chiave. Perché rende come meglio non si potrebbe l’idea del radicamento in Italia non tanto delle idee, quanto degli atteggiamenti razzisti“.

Per Stefano Mancini su La Stampa “essere antirazzisti significa anche dire «mi dispiace». Se una curva da stadio fischia o, meglio, fa «buu», il primo sospetto è che ce l’abbia con un giocatore nero. Se poi lo fa quando il giocatore nero riceve il pallone, il sospetto diventa certezza. Sminuire l’episodio non fa bene. Vedi Verona-Milan di domenica sera. Il pubblico del Bentegodi è furioso con l’arbitro e quando l’ivoriano Kessiè riceve la palla piovono i «buu». Il Verona calcio vede la punta del dito (la maleducazione), non la luna (il razzismo), e via social nega: «Noi abbiamo sentito fischi, inevitabili, per decisioni arbitrali che lasciano molto perplessi». Scusarsi sarebbe stato un bel gesto, anche ritenendo davvero che gli ultrà veronesi ce l’avessero solo con il direttore di gara. Tanto più che qualche coro offensivo verso il napoletano Donnarumma ha completato la serata“. Invece Matteo Brega sulla Gazzetta precisa che “nonostante più di qualche persona abbia riferito di singoli cori contro Kessie, non risultano segnalati né sul referto arbitrale né su quello della Procura federale“.

 

«Penso che il razzismo sia un problema più grande in Italia rispetto ad altri Paesi». | Edin Dzeko a Sky UK


“Il calcio italiano non ne esce”, titola così L’Équipe che in un articolo scrive del caso Kessie e soprattutto del silenzio dei dirigenti e delle istituzioni. Cita ovviamente la reazione del Verona che “su Twitter ha negato il problema”. Sottolinea che solo piccoli club come Perugia, Pro Vercelli, Pescara, hanno pubblicamente sostenuto il calciatore. Anche Luciano Passirani, grazie alle sue frasi su Lukaku e le banane, si è guadagnato una menzione sul prestigioso quotidiano sportivo francese.

 

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