Il calcio sostituisce
ciò che un tempo
erano le bandiere,
l’inno, l’esercito,
il melodramma,
l’orgoglio della patria
Bruno Barba
> Calciologia (Mimesis, 2016)
Gruppo A
PSG
È una delle squadre europee che ha visto mutare più nel profondo la composizione sociale del proprio seguito, soprattutto allo stadio, negli ultimi tempi. Nel febbraio del 2015 John Lichfield su Independent riferiva come significativo l’intervento di un blogger, Theophil, un ex ultrà: “In tre anni il pubblico al Parco dei Principi si è gradualmente trasformato da popolare, appassionato, esperto in uno più ricco, meno impegnato, stupido e senza carattere. Il parco ora assomiglia a un altro parco a est di Parigi – Disneyland”.
Cosa era successo. Dinanzi alle ripetute violenze razziste dei gruppi di estrema destra nel periodo 2000-2010, la proprietà dell’epoca e successivamente gli sceicchi che sono subentrati, hanno di fatto smantellato il tifo organizzato: negando la possibilità di scegliersi blocchi di posti vicini e impedendo l’ingresso allo stadio dei tamburi. L’antropologo
Mentre si accendeva il dibattito intorno alle libertà personali e agli eventuali limiti che sia lecito porre, la composizione del tifo è gradualmente mutata. Complice l’allestimento di una squadra di campioni, lo stadio a Parigi è diventato anche meta dei turisti. Hermann Ebongué, vice presidente del gruppo SOS Racisme intervenne: “Questa gente non ha il monopolio sull’atmosfera. Se la vecchia atmosfera sia accompagnava a razzismo e violenza, io preferisco quella nuova”.
Real Madrid
È nell’immaginario collettivo la squadra del Potere. Nella serie anni 90 Lleno por favor, uno dei personaggi – Don Pepe – dice: “Io credo solo in Dio, in Franco e in Santiago Bernabéu”. Ha scritto Ignacio Pato sul magazine Playground che “secondo un cliché politico-sportivo i madridisti sono di destra” facendo notare però la tradizione repubblicana della città durante la guerra. Il regime politico di Francisco Franco (1939-1973) si è sovrapposto a lungo alla guida di Bernabéu al Real (1943-1977): il Real delle cinque Coppe dei Campioni di fila dal ’56 al ’60, la sesta sarebbe arrivata nel ’66. Ha scritto Daniel Gómez Amat in La patria del gol: “La percezione popolare che il Real Madrid sia la squadra del regime nasce con le vittorie europee, debitamente utilizzate da Franco, incollato al televisore ogni volta che giocano los Blancos. Grazie ai gol del Real, la Spagna migliora la sua immagine internazionale e il Real si converte in un super ambasciatore al servizio della diplomazia franchista”. È il cosiddetto nacionalfutbolismo. Gómez Amat riporta un discorso attribuito al ministro José Solís Ruiz, uomo noto come “il sorriso del regime”. Nel ’59 Solís Ruiz dice ai calciatori del Real: “Avete fatto molto. Gente che ci odiava, grazie a voi, ora ci comprende, grazie a voi: avete rotto molti muri”.
Essendo squadra del potere, il Real è molto odiato. Ha scritto Jorge Bustos su El Mundo: “Il bravo tifoso non capisce perché il madridismo festeggi certe vittorie su Betis o Legia Varsavia”.
Galatasaray
Rappresenta storicamente la borghesia e la parte agiata di una città povera. È la squadra della sponda europea di Istanbul opposta al Fenerbahçe, che sulla riva asiatica raduna il favore popolare. Quando si è compiuto il sorpasso in termini di disponibilità economiche, i tifosi del Galatasaray hanno dovuto salvare il club donando 3 milioni. Liam Newman di These Football Times si è chiesto: “Com’è possibile se l’80% della popolazione di Istanbul vive sotto la soglia della povertà?”. Risposta: perché il calcio è una tribuna da cui far sentire la propria voce.
Bruges
Contrariamente al Genk (ne abbiamo parlato ieri), questa è la squadra con la più forte capacità di penetrazione nella comunità vallone, ed è in sostanza squadra dal seguito nazionale. Trasversale. È una di quelle società che ha ceduto alla moda di ritirare il numero 12 in omaggio al pubblico. Il famoso dodicesimo uomo in campo. Quattro anni fa i media di tutta Europa rilanciarono la notizia che uno di loro, il 41enne Lorenzo Schoonbaert, malato terminale di cancro, aveva rimandato l’eutanasia per poter vedere un’ultima volta il Bruges allo stadio con sua figlia.
Gruppo B
Bayern
Nell’angolo di calcio europeo meno legato al principio della commercializzazione di sé, resiste forte il legame identitario con il passato. I passaggi a Monaco di Baviera di Guardiola e di Ancelotti sono stati visti da una grossa fetta di tifosi come un’insidia alla propria concezione del calcio. Guardiola dovette rassicurare il pubblico sul fatto il Bayern sarebbe rimasto lo stesso. Dinanzi a una campagna acquisti che puntava a stelle internazionali, i tifosi presero a chiamare con ironia la propria squadra FC Hollywood. Il referente in società dell’ortodossia è Uli Hoeness. È la squadra di tutta la Baviera. All’Oktoberfest i suoi stand sono un richiamo. Un vantaggio rispetto al Borussia Dortmund, che deve contendere fan e sponsor agli altri club della Ruhr.
Stella Rossa Belgrado
Il calcio nella ex Jugoslavia, molto più che altrove, non è mai stato solo calcio. Che cosa è stata la Stella Rossa di Belgrado, e per chi? Lo ha spiegato su Repubblica un anno fa Gigi Riva, ex inviato di guerra nei Balcani, autore del bellissimo libro L’ultimo rigore di Faruk (Sellerio). “La squadra della polizia è l’emblema del potere, orgoglio per i successi (anche una Coppa Campioni e un’Intercontinentale) e contemporaneamente vergogna per gli eccessi, coi suoi hooligan trasformati in miliziani della pulizia etnica durante le guerre degli Anni 90 agli ordini del criminale Arkan, il club strumento di propaganda per il nazionalsocialista Slobodan Milosevic”.
Olympiakos
È storicamente la squadra della classe operaia che gravita intorno alla zona portuale del Pireo. Le vittorie nel calcio sono state spesso vissute dai tifosi dell’Olympiacos con un senso di riscatto, una sorta di rivincita verso gli strati agiati della popolazione, tradizionalmente più vicini ai rivali del Panathinaikos.
Tottenham
Otto milioni di abitanti, venti compresi i sobborghi. Questa è Londra. Ogni squadra di calcio ha per forza una sua identità, come spiegava otto anni fa il corrispondente Enrico Franceschini su Repubblica. “Semplificando: il Chelsea è – almeno lo è diventato oggi – il club chic, alla moda, un po’ fighetto, come il quartiere vicino al suo stadio; l’Arsenal è quello della middle-class e degli intellettuali di sinistra, come il suo grande tifoso Nick Hornby; e il Tottenham è la squadra della classe operaia, del cockney, dell’East End”. Lo stadio è nel quartiere ebraico della capitale inglese. “La cosa non significa che i tifosi degli Spurs siano in maggioranza ebrei, tutt’altro” spiegò Filippo Maria Ricci sulla Gazzetta nei giorni in cui l’Ajax – come raccontato ieri – invitava i suoi tifosi a non esporre più bandiere israeliane né stelle di David. “Ma la storia, i dirigenti, l’elemento geografico e la percezione degli avversari, hanno creato un’immagine e una prossimità al mondo ebraico che oggi nessuno si sente in dovere di smantellare o sbiadire”. È ebreo il presidente del Tottenham Daniel Levy.
Gruppo C
Manchester City
“Nei prossimi quattro mesi rinforzeremo il City in modo tale da renderlo irriconoscibile”. Si presentò così la proprietà araba quando decise con i suoi investimenti di trasformare una realtà locale in una azienda di respiro globale. Spiazzando molti dei suoi tifosi. Uno dei più celebri, lo scrittore Colin Shindler, autore di La mia vita rovinata dal Manchester United, si è fatto più volte portavoce di questo disagio: scoprirsi all’improvviso come uno di quelli che detestavi.
A Saverio Intorcia di Repubblica nel 2014 disse: “Non è difficile tifare City per il 99 per cento dei supporters. Poiché io ho delle forti convinzioni etiche sulla politica degli attuali proprietari, trovo duro amare la squadra per cui tifo da sessant’anni. Se garantissero più democrazia al popolo di Abu Dhabi e ai loro docenti universitari, se trattassero le donne con un minimo di decenza, se la smettessero di finanziare Hamas…”.
Ancora un anno fa non aveva cambiato idea. Disse a Matteo Cruccu del Corriere della sera: “Io sono cresciuto nel vecchio impianto di Maine Road che si trovava in mezzo ai palazzi e che ha accompagnato tutte le fasi della mia vita finché non è stato demolito. L’Etihad sembra una cattedrale nel deserto e potrebbe trovarsi in qualunque luogo del mondo. È come se andassi in casa d’altri. Io penso che la vecchia generazione di tifosi del City senta un distacco emozionale con la proprietà araba, come se avessero reciso i nostri legami con questo club. Imbattibile certo, ma come se vincesse la squadra di un altro”.
Shakhtar
Nata come squadra dei minatori locali (questo è il significato della parola Shakhtar), oggi si dichiara ambasciatrice del calcio ucraino nel mondo e del calcio internazionale in Ucraina. Una scelta quasi obbligata per un club costretto in questi anni dalla guerra a cercarsi per un periodo un’altra casa (a Kharkiv) e un’altra comunità di riferimento. Il club ha ridisegnato anche l’identità visiva (in sostanza il logo). I colori originari dei minatori – l’arancione e il nero che richiamano il contrasto tra la luce e il buio – sono stati conservati. Nella parte alta la fiamma della passione e un sole che indica l’alba di una nuova era.
Dinamo Zagabria
L’altra faccia dell’identità di cui si parlava per la Stella Rossa. La partita del 13 maggio 1990 contro la squadra di Belgrado, cinque giorni dopo le elezioni vinte in Croazia dal nazionalista Tudjman, è considerata come la prova generale della guerra che fece implodere la Jugoslavia. “Ai tifosi della Dinamo che hanno iniziato la guerra il 13 maggio 1990 allo stadio Maksimir. Fuori dallo stadio di Zagabria un’epigrafe lo dice meglio di ogni trattato storico e ogni analisi sociale” ha raccontato sabato scorso Fulvio Paglialunga sul Foglio Sportivo.
Atalanta
La sua identità calcistica e aziendale è così delineata e chiara da spingere un milanista come Diego Abatantuono a dichiarare: “Da oggi tifo Atalanta: fanno delle cose e si capisce perché le fanno”. È la squadra di “un popolo terragno, concreto e razionale” (sempre Gigi Riva) ma si porta ancora dietro la malafama dei comportamenti dei suoi ultrà. Matt Barker sull’ultimo numero di Four Four Two ha scritto: “Ha anche introdotto nuovi e più alti prezzi dei biglietti per andare allo stadio e i fan non sono felici. Hmm. Champions League o no, Percassi sicuramente sa che deve camminare con attenzione. Dopotutto, se quegli ultras riescono a prendere un carrarmato con tale apparente facilità, probabilmente paga rimanere buoni dalla loro parte”.
Gruppo D
Juventus
La squadra più trasversale al mondo. Ha tenuto unite l’aristocrazia sabauda e gli immigrati meridionali, i nostalgici della monarchia e gli uomini della sinistra. Quasi la squadra di tutti. Quasi. Gianni Brera in Storia critica del calcio italiano provò a individuarne le ragioni: “Agli italiani piace parteggiare per chi vince. La Juventus gioca bene, vince sempre e non è né lombarda né emiliana né veneta né toscana: appartiene a una regione che ha innervato l’esercito e la burocrazia nazionali: di quella regione, il capoluogo è stato anche capitale d’Italia. Nel Medio Evo non esisteva se non come povero villaggio. Nessuna città periferica aveva contratto odii nei suoi confronti, all’epoca dei Comuni. Essa batteva ormai le decadenti squadre del Quadrilatero e offriva agli altri italiani la soddisfazione di umiliare le città che nel Medio Evo avevano spadroneggiato: i romagnoli andavano in visibilio quando Bologna veniva mortificata dalla Juventus, così i lombardi di parte ghibellina come pavesi e comaschi quando le milanesi venivano battute in breccia, e ancora i lombardi che avevano squadre proprie, come bergamaschi, bresciani e cremonesi, e le vedevano puntualmente vendicate dalla Juventus”.
Nell’Italia di mezzo secolo fa era la squadra dei padroni. Ma in tanti tifavano Juventus pure in fabbrica e persino tra i quadri del PCI. “Tu pretendi di fare la rivoluzione senza sapere il risultato della Juve?” disse un giorno Palmiro Togliatti a Piero Secchia.
Atlético Madrid
Chissà di che cosa si occupa oggi Miguel García Vizcaíno, pubblicitario dell’agenzia Señora Rushmore che ha inventato tutte le campagne marketing del club. Il primo spot è pure il più famoso. Un papà in auto, fermo al semaforo, si sente chiedere da suo figlio: “Papà, perché siamo dell’Atletico?”. Risposta in sovrimpressione: non è facile da spiegare, ma è qualcosa di molto, molto grande.
Erano anni bui. Era un tormento vivere nella stessa città del Real. Miguel raccontò che fu sua figlia Ana a fare davvero quella domanda. “Per la seconda stagione di fila giocavamo in serie B. Per un bimbo di sette anni era complicato andare a scuola e sopportare i madridisti”.
I colchoneros. I materassai. Forse è roba diventata nel frattempo antica. Ha accennato al discorso lo stesso Diego Simeone, dubbioso sul fatto che con una proprietà cinese in grado di pagare 120 milioni un giocatore e con uno stadio di proprietà, ci si possa ancora ritrarre come dei Calimero. Il cholismo d’altra parte era venuto proprio per ribaltare mondi, con il suo coraggio di pensare in grande, di illudersi, di sentirsi in grado di vincere tutto, finanche – ora – di demolire una identità, costruita sull’idea di un club magnifico e perdente.
Bayer Leverkusen
Una squadra con un brand legato all’azienda farmaceutica e una vocazione alla globalizzazione. I tifosi si percepiscono con una punta di snobismo migliori della media di quelli che sostengono gli altri club tedeschi. Una squadra per famiglie, secondo il cliché. Ben disposti all’autoironia quando sentono chiamare la loro squadra Neverkusen, per una certa vocazione a restare sempre lì dov’è.
Lokomotiv Mosca
Nella tradizione del calcio ex sovietico, la Lokomotiv è la squadra del mondo ferroviario. I suoi ultrà sono fra i più temuti in Russia in questi ultimi anni. Tre anni fa, per omaggiare i suoi tifosi, il club ha inserito la riproduzione in miniatura dei volti di alcuni di loro sulla maglia, all’interno dei numeri. Le maglie, realizzate furono indossate nella partita contro il Krylya Sovetov.
Gruppo E
Liverpool
Non esiste squadra al mondo capace di proclamare più del Liverpool la totale coincidenza fra il club e il suo popolo. Che cos’è il rito di You’ll never walk alone se non questo? Una professione di fede assoluta. Rafa Benítez, qui tuttora amatissimo, traduce questo mood nel motto: “Spalla a spalla”.
Presso il dipartimento della York University di Toronto, il Liverpool è oggetto di studi e conferenze. Daniel Evans lo considera “il club della gente” nel suo intervento Global Game, Local Identity. La tesi sostiene che il Liverpool ha costruito con il calcio una sorta di spazio sociale urbano, capace di attrarre anche chi di Liverpool non è. Uno studio statistico mostra che un terzo degli ospiti negli hotel a 4 stelle di Liverpool e del Merseyside durante il week-end sono in relazione al calcio.
Gli spettatori locali, si legge, hanno a lungo considerato che andare allo stadio facesse parte di un pacchetto d’attività legate all’appartenenza alla working class.
Red Bull Salisburgo
Qui siamo dinanzi a uno dei casi di trasformazione del panorama locale legato al calcio. Quando nel 2005 la Red Bull ha rilevato la proprietà del vecchio Salisburgo, si è trovata di fronte a quel sentimento molto diffuso di resistenza alle novità. I tifosi si sono sentiti spiazzati dall’adozione di un nuovo colore sociale – il rosso – al posto del vecchio viola, e offesi dalla controproposta di conservarlo per i calzettoni del portiere nelle partite in trasferta. I più conservatori si sono affrettati a fondare un altro club.
“Ma l’enfasi posta sullo sviluppo di una cultura interna unificata”, ha scritto Edd Norval su These Football Times, “ha reso in realtà la nuova proprietà come l’antitesi alle accuse mosse contro di loro”. La Red Bull ha elaborato nel 2012 una Carta del Tifoso, scritta insieme con i fan più attivi per creare una cultura condivisa e per regolare le relazioni tra club e spettatori, con riferimenti specifici al comportamento da tenere dentro e intorno allo stadio. Tutte le variazioni alla Carta vanno scritte di comune accordo.
Genk
In un paese bilingue, dove la divisione è il riflesso di una serie di conflitti e di rivendicazioni tra due comunità – i fiamminghi di lingua olandese e i valloni di lingua francese – le vicende identitarie e calcistiche del Genk finiscono dritte sulla traiettoria delle tensioni. Nonostante i buoni risultati degli ultimi anni, il club fatica a penetrare dentro la comunità vallone, malgrado le similitudini economiche e sociali con lo Standard e lo Charleroi (industria pesante, miniere, la presenza di una comunità italiana). In una intervista rilasciata a luglio a Edy Brouzkis per il sito di Rtbf, la televisione di lingua francese, il presidente Peter Croonen ha dichiarato di “non voler forzare le cose”.
Allo stadio si ascoltano spesso cori anti-valloni da parte dei tifosi. Dice Croonen: “Abbiamo sempre cercato di creare un’atmosfera sportiva. Io non apprezzo questi canti anche se spesso non sono cattivi. C’è un po’ di folklore. È importante per noi dimostrare di avere rispetto per la comunità francofona. Il nostro allenatore e il nostro capitano sono valloni”. Il capitano è Sébastien Dewaest. L’allenatore è figlio di un calabrese, si chiama Felice Mazzu, ed è arrivato quest’estate da Charleroi.
Lo avete preso per aprirvi a un nuovo pubblico?
“Era la migliore scelta possibile. Poi, certo, avrà un effetto indiretto sulla visibilità della squadra in Vallonia. Abbiamo preso due piccioni con una fava”.
Napoli
Nell’universo calcistico, e non soltanto in quello, Napoli è Diego Armando Maradona. In lui si vede incarnato un po’ per luogo comune e un po’ per adesione al vero, il ribellismo della città. Non potrebbe essere altrimenti per un club che non ha vinto nulla di significativo né prima né dopo l’avvento del fuoriclasse argentino. È in questi giorni in programmazione il film-documentario di Kapadia sul rapporto tra Maradona e Napoli. Pellicola presentata a Cannes. Raramente i media stranieri si occupano del Napoli soffermandosi sull’attualità. Lo sguardo è sempre rivolto al passato.
Accompagnato dall’arsenale retorico del riscatto nei confronti del nord, Maradona rappresenta pure una piccola condanna. Secondo il sociologo Bromberger, l’identificazione della città con l’argentino è più forte che con il sentimento nazionale.
Il Napoli è una di quelle squadre per le quali vale il concetto sociologico di “municipalismo esteso”. Che il tifoso viva o no in città, vedrà i colori della squadra come simbolo della sua appartenenza a una comunità. Il presente racconta di una squadra in seconda fascia di Champions, che bascula tra il secondo e il terzo posto in campionato, con i conti in ordine, un fuoriclasse come Ancelotti in panchina e ottimi giocatori. Il presidente De Laurentiis è un uomo spesso sopra le righe ma ha regalato al Napoli una continuità mai avuta ad alti livelli. Il Napoli è stato il primo club calcistico ad aprire uno store su Amazon. Lo stadio San Paolo, recentemente rinnovato, figura in un bel romanzo di Roberto Fontanarrosa (L’area 18, tradotto da 66thand2nd) come luogo di clima infernale, ma è accompagnato da una fama superiore alla realtà.
Girone F
Borussia Dortmund
Quelli del muro giallo. Quelli con lo stadio pieno anche quando la squadra era all’ultimo posto. Con lo stadio pieno e con uno striscione chiaro sul tipo di rapporto identitario. “Se tu cadi, io cadrò con te”. Il senso del tifo per il Borussia Dortmund è fatto di “responsabilità degli uni verso gli altri” spiegò qualche anno fa Jürgen Klopp quando lo allenava. Tifo, società, staff e squadra come una cosa sola, e non per slogan. Quando i ristoratori che hanno la loro attività all’interno dello stadio chiesero di portare il prezzo di un boccale di birra da 3,70 a 3,80 euro, il club li fermò. “Ci dicevano: tanto non fa differenza. Ma se non fa differenza: perché dovremmo aumentarlo? Per scontentare la gente?”. Hans-Joachim Watzke, amministratore delegato del Borussia, per lo stesso motivo non ha mai considerato di stravolgere la classicità della maglia. “Se un giorno arrivasse un petroliere arabo per comprare il Borussia, non avrei neppure venti secondi di imbarazzo. Gli risponderei: no, grazie. Perché sarebbero i tifosi a non volerlo. Diventerebbero dei clienti, la magia romantica del Borussia non esisterebbe più”.
Barcellona
Mès que un club, ed è già tutto chiaro senza troppe altre parole. Nel Barcellona non si tifa. Nel Barcellona si milita, e si milita occupando il campo intero del catalanismo. Compresa la politica. Una squadra-partito. Schierata apertamente per l’indipendenza della regione, quando serve, anche con i suoi uomini simbolo. «L’esercito simbolico e disarmato della Catalogna» per dirla con la celebre definizione di Vázquez Montalbán.
Ha scritto Ramón Miravitllas, autore del libro La función política del Barça: “Il calcio, spettacolo supremo delle identità, è metafora del catalanismo e della españolidad, una messa in scena atletica della storica contrapposizione tra la Castiglia e la Catalogna. Almeno due volte l’anno questo duello diventa carne universale nel Clásico, un megashow di una intensità capace di sintetizzare la rivalità folkloristica locale e regionale in rappresentazioni etniche e culturali, in un contesto politico”.
Slavia Praga
Ecco un’altra squadra dalla visione del mondo definita. “Anche se il sentimento originale si è affievolito nell’ultimo quarto di secolo, l’identità dello Slavia è plasmata dai tempi in cui il club subì il regime comunista cecoslovacco” ha scritto Tim Gosling su Blizzard. Lo Slavia per tradizione è la squadra cui andavano le simpatie dei liberali e degli anti-comunisti di Praga. La squadra cara ai dissidenti. “Essersi salvati dalla bancarotta grazie ai soldi di CEFC Energy Group, di proprietà cinese, con capitali comunisti, per molti è stato un duro colpo”, ha spiegato il giocatore di hockey Michal Petrak al portale iSport.cz. I tifosi non presero bene l’idea dei nuovi proprietari di aggiungere alle maglie della squadra il loro logo. Completo di stella rossa. Si chiama Slavia anche il locale che si vanta di aver servito il caffè a Franz Kafka e Václav Havel, successivamente diventato ritrovo dei militanti anti-comunisti.
Inter
Non c’è più nessuno a disposto a dare dei bauscia agli interisti. È stato lo stereotipo dell’età classica. L’Inter? La squadra della borghesia. Il cliché era stato appiccicato sui colori nerazzurri dai milanisti, a loro volta detti casciavit, cioè cacciaviti: operai, proletari. Due proprietà internazionali hanno probabilmente azzerato per sempre ogni distinzione su una semplice scala metropolitana. Sull’identità del tifoso nerazzurro ha scritto un bel manuale Nicola Mirenzi, si intitola #amala, ed è il più riuscito della serie di Fandango.
“Abbiamo perso così tanto che alla fine abbiamo pensato che l’insuccesso fosse la nostra seconda pelle, il nostro destino. Abbiamo indossato lo scacco come un’alta uniforme. L’abbiamo portato con fierezza anziché con fastidio. E ci siamo così tanto abituati alla nostra immagine ammaccata che ci abbiamo costruito sopra una retorica melensa, un’etica patetica e una pedagogia della resa, spiegando ai bambini nerazzurri che perdere fa bene, è un allenamento alla vita, e altre sciocchezze di questo tenore. Ma la sconfitta non ha niente di eroico o nobile (non veniteci a raccontare storie). È utile solo se si fa lo sforzo di superarla”.
Non sapeva ancora che sarebbe arrivato Conte a buttar giù l’altro pilastro identitario. Quello dell’Inter #pazza.
Gruppo G
Benfica
La storia del club, dicono i suoi tifosi, è gloriosa perché incrocia la storia del paese. Il Benfica è nato nel 1904 in un angolo di Belém, in origine quartiere di moli e di cantieri navali, per l’iniziativa di un istituto per orfani. All’inizio della sua storia era sostenuto dalla classe operaia lisboeta. Ma molto si dibatte sul legame tra il club e il dittatore António de Oliveira Salazar, al potere negli anni d’oro della squadra. Durante la dittatura militare e il regime delle destre, l’Ufficio Censura proibiva ai tifosi di fare riferimento alla squadra come ai Vermelhos, i Rossi, affinché il Benfica non si confondesse con l’ideologia comunista. Venne autorizzato il nome di Encarnados, cioè il colore della carne – tuttora utilizzato.
Ma il capitano di quegli anni, Mário Coluna, era schierato con il Frelimo, il Fronte di Liberazione del Mozambico che si batteva per l’indipendenza del paese africano, colonia portoghese.
RB Lipsia
Come per il Salisburgo sopra descritto, la nuova proprietà ha ribaltato la scena calcistica in una città dove la gloria era lontana e apparteneva al Lokomotiv, tre scudetti e una finale di Coppa delle Coppe. I tifosi hanno dovuto fronteggiare un’ondata di ostilità in ogni angolo della Germania: sono stati definiti “un club di plastica”. Un paio di anni fa, sul Guardian, Jason Humphryes ha ricostruito la storia del calcio in città e gli effetti dell’arrivo della Red Bull sul vecchio Lokomotiv, “in lotta costante per competere con la RB nei cuori, nelle menti e nei corpi attraverso i tornelli. Ma i tifosi di calcio a Lipsia possono essere grati che il club esista”.
Zenit
Quando si accosta il concetto di identità al club russo e ai suoi tifosi, non può non tornare in mente la lettera aperta che gli ultrà del gruppo Landscrona diffusero nel dicembre del 2012. Una sorta di manifesto con il quale si opponevano alla presenza di calciatori “esponenti di minoranze sessuali” aggiungendo di vedere “l’assenza di giocatori neri nella nostra squadra come il perpetuarsi di un’importante tradizione”. Gli ultrà della squadra di San Pietroburgo aggiunsero di gradire solo calciatori provenienti “dai paesi nostri fratelli: Ucraina, Bielorussia, le repubbliche baltiche e la Scandinavia. Abbiamo la stessa mentalità e lo stesso background storico”.
Lione
Il presidente Aulas è stato spesso accusato di lassismo nei confronti delle violenze dei suoi ultrà. Uno di loro è stato bandito a vita dallo stadio dopo un saluto nazista all’Etihad di Manchester colto dalle telecamere e trasmesso in tv. Prima della partita con l’Olympique dello scorso anno, gli ultrà fecero circolare un documento in cui definivano Marsiglia “la città in cui regna l’AIDS”, dove ci sono “ultras presumibilmente anti-razzisti ma più sicuramente anti-francesi”.
Gruppo H
Ajax
È trascorsa una quindicina d’anni da quando uno dei soci onorari del club chiese di non esporre più la bandiera israeliana o la stella di David insieme agli striscioni. Motivò così: «L’ostentazione di essere un club ebreo è pericolosa e dolorosa e ci riporta indietro all’Olocausto». Il legame tra l’Ajax e l’ebraismo ha una sorta di testo sacro nel libro di Simon Kuper, giornalista, laureato in Storia a Oxford: Ajax, la squadra del ghetto.
Nella sua recensione su Corriere della sera, Tommaso Pellizzari scrisse che “il punto di partenza del libro è una confutazione del mito dell’Olanda come Paese tutto sommato tollerante nei confronti degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale”. Nel suo atteggiamento verso gli ebrei – scrive Kuper – l’Ajax “come qualsiasi altra istituzione olandese si contraddistinse per l’ambiguità e la codardia, e si continuò a inseguire un pallone qualunque cosa accadesse». Com’è nato il mito? Perché erano ebrei i primi investitori nel dopoguerra ma non gli venne consentito di diventare soci. “Cruijff per tutti gli ebrei di Amsterdam è ebreo anche se non è vero. Le identificazioni forti” scrisse Pellizzari “si costruiscono anche così”.
Valencia
Come il Barcellona in Catalogna, il Valencia è il guardiano dell’essenza regionale in opposizione al Levante. Javier Paniagua ha indagato nelle ragioni di così tante rivendicazioni sociali e politiche in Spagna attraverso il calcio. Ne ha individuato le radici nell’eredità e nell’influenza del franchismo. Scrive: “E che cosa rappresenta il Valencia? Voglio dire: se ha acquisito un significato di identità che lo distingue. In realtà, la sua spina dorsale e la base sociale appartengono a tutti i settori, popolare, imprese, funzionari pubblici, insegnanti, che dal 1919 si identificavano con il club di Cap i Casal e la cui influenza raggiungeva la provincia di Valencia e alcune regioni di Alicante e Castellón, ma non tutta la Comunità Valenciana (…). Molti leader del Valencia erano legati agli interessi agricoli delle esportazioni di agrumi, come Julio de Miguel, che è stato il suo presidente per diversi decenni”. Il Valencia ha eretto una statua nel proprio stadio, fila 15, posto 164, al tifoso Vicente Navarro Aparicio che lì seguì in vita tutte le partite della squadra.
Chelsea
La storia del Chelsea è fatta di molti cambi d’identità. Jim Weels su Vice ha raccontato come prima dell’età da nuovi ricchi, sono esistite due fasi. Una più antica “glamour, che attraeva tifosi vip come Raquel Welch a Stamford Bridge. All’epoca la King’s Road parlava di calcio, moda e rock’n roll, o quello che un tifoso ricorda come l’odore delle sigarette Woodbines che galleggiava nell’aria. Una seconda è stata più drammatica e piena di hooliganismi, razzismo contro calciatori neri, canti discriminatori che hanno allontanato dallo stadio molti tifosi. “Se il Chelsea fosse scomparso del tutto, qualcuno l’avrebbe considerata una benedizione”. Ricostruisce ancora Weeks. “Abramovich comprò “la mistica” di Raquel Welch, non “gli skinhead che distribuivano riviste di estrema destra”. E ancora: “L’arrivo di denaro e successo ha avuto una conseguenza inevitabile: la fanbase del Chelsea è stata gonfiata da una serie di nuovi tifosi il cui rapporto con il club non comprende hooligans. O considerando l’arrivo di Frank Sinclair come una svolta a sinistra”.
Lille
Secondo uno studio condotto sei anni fa sulla maniera in cui i tifosi di calcio occupano lo spazio urbano trasformando le città in oggetti della loro competizione simbolica, Bérangère Ginhoux ha individuato due filoni identitari nel tifo francese. Da una parte il polo delle città di medie dimensioni (Saint-Etienne e Lens) con i tipici valori della classe operaia (solidarietà, vicinanza), dall’altro un gruppo di città più grandi, più borghesi, individualiste e impersonali. Lille è in questa seconda fascia. La sua rivalità con Lens è proverbiale al punto da aver preoccupato pure Macron durante una campagna elettorale. Dopo un pensiero rivolto a Gervais Martel presidente del Lens che aveva incrociato in città, si affrettò a citare anche il Lille: “Non voglio problemi con i suoi tifosi”.