La corsa dei belgi che i belgi non vincono da tanto

Sono calmi, misurati, freddi, flemmatici, in una parola fiamminghi

Jules Verne

 

È la corsa-religione per i fiamminghi. Ma nel Giro delle Fiandre i corridori belgi hanno vinto una sola volta negli ultimi 10 anni, con Philippe Gilbert, che appartiene alla porzione vallone del paese. Domani ci riprova Wout van Aert, reduce dal primo posto nella corsa di preparazione in Harelbeke, ma nervoso e alle prese con il malcontento della stampa nazionale, per aver regalato la Gand-Wevelgem al compagno francese Christophe Laporte.

L’Équipe lo chiama allora il paradosso di Van Aert. È nato per vincere corse del genere, ma non ha ancora nel suo carniere né un Fiandre né una Parigi-Roubaix. A 28 anni è a un punto di svolta nella sua carriera. Quando ha passato la linea del traguardo una settimana fa ad Harelbeke, davanti alle telecamere ha gridato: Ik moet just niks. Traduzione: Non devo niente a nessuno. Un grido di rabbia anziché di felicità, lui che è sempre placido, misurato, freddo – come dice Verne nella citazione iniziale lassù – in una parola lui che è sempre così fiammingo. 

Gaétan Scherrer scrive su L’Équipe che ha ancora qualche demone da scacciare.

Wout van Aert si trova in una scomoda situazione geopolitica, capitano della squadra Jumbo-Visma, la cui colpa è quella di sventolare la bandiera olandese. Una rivalità ancestrale tra i due paesi vicini che rinasce a ogni graffio

L’ultimo è arrivato dal direttore sportivo Merijn Zeeman, dopo le reazioni dei media belgi e di ex campioni come Eddy Merckx e Tom Boonen, che poco hanno apprezzato il regalo di van Aert a Christophe Laporte alla Gand-Wevelgem. 

«I belgi dovrebbero essere più attenti con i loro campioni – ha detto Zeeman in modo provocatorio – È strano come li trattano, non solo Wout, ma anche la nazionale di calcio. Anche Remco Evenepoel è più rispettato all’estero che nel suo Paese. Imparino a gestire i loro campioni, prima di criticare la nostra filosofia».

 

 

LA TENSIONE | L’Équipe la definisce un’affermazione molto trash che non mette di buon umore van Aert, in un contesto nel quale il peso dei media nel ciclismo del Belgio, soprattutto quello dei fiamminghi, è alto. Il fuoriclasse belga – si legge sul quotidiano francese – sa di non potersi permettere di alimentare questo tipo di battibecco di quartiere” 

Ha vinto quattro corse nelle Fiandre [1 Wevelgem, 2 Harelbeke, 1 Nieuwsblad] ma non il Fiandre. Le tappe al Tour de France sono state nove, ma nell’opinione pubblica sta montando la nostalgia per i giorni in cui Boonen o Museeuw vincevano la corsa-religione. 

«Non per togliere nulla alle qualità di Wout, uno dei più grandi campioni che abbiamo avuto – dice Walter Godefroot, l’ex grande rivale di Eddy Merckx – ma anche Tom Boonen vinceva tappe al Tour de France e questo non gli ha impedito di vincere anche le Classiche. Sono le corse che lo hanno reso popolare».

L’Équipe ricorda che Wout van Aert non è espansivo, non ama i riflettori o le interviste, durante le quali allevia la pressione mangiando cereali o carote grattugiate tra una domanda e l’altra. Preferisce vivere la sua vita lontano da occhi indiscreti, nella sua casa vicino a Herentals, nel nord del paese, lontano dal centro nevralgico della regione. Cerca il più possibile di stare alla larga dalle polemiche, sia quelle che lo riguardano direttamente [con Mathieu van der Poel] ma anche dalla rivalità con Remco Evenepoel. Ogni tanto, a van Aert slitta la frizione del controllo dei nervi e allora attacca. Oppure grida rabbioso in faccia ai maligni e ai superbi. 

La vittoria di venerdì scorso ad Harelbeke in volata contro van der Poel potrebbe essere stata l’annuncio di come andrà domani, intanto in termini di risultati e quindi in termini di tenuta psicologica, è ancora dietro e potrebbe farsene un complesso, dice L’Équipe.

Marc Sergeant, il suo ex ds alla Lotto, dice che vi state ingannando. Perché van Aert è forse l’unico che sa leggere bene le gare, quando insegue van der Poel. È l’unico in grado di pedalare anche a dieci secondi di distacco senza farsi prendere dal panico, inseguire, raggiungerlo, portarlo allo sprint e batterlo. È la trama pensata per domani. Ma domani le trame pensate non contano. 

 

L’ultimo belga che ha vinto

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Giovanni Battistuzzi sul Foglio sportivo recupera una descrizione di un secolo fa fatta da Henri Pélissier su L’Auto, per la sua prima esperienza al Giro delle Fiandre. Il Belgio gli pareva un paese nel quale le strade erano lastre di terra dure come il marmo se è asciutto, ma se piove ci si trova a pedalare su un dito di melma. E peggio ancora quando queste sono coperte dalle pietre: ci sono voragini profonde anche cinque dita tra loro. E ripidissime, puntano al cielo. Quando si corre lì l’obbiettivo non è vincere, è tornare a casa

L’esperienza lo sconvolse. Disse: Il Giro delle Fiandre non è una corsa, è un massacro. Solo i fiamminghi possono pedalare lì, perché ci sono abituati. Nessuno straniero vincerà mai lassù. Nemmeno un vallone

Ebbe per un po ‘ ragione. Perché il primo vallone a vincere, racconta Battistuzzi sul Foglio, fu Claude Criquielion nel 1987. Dopo è venuto Philippe Gilbert nel 2017. E nessun altro belga dopo. Gilbert ha parlato con il Foglio sportivo

La realizzazione di un sogno, ha spiegato, lui che è stato soprattutto l’uomo capace di abbattere un pregiudizio che s’era iniziato a diffondere, scioccamente, nel ciclismo verso la fine degli anni Ottanta. Quello per il quale serviva specializzarsi e chi andava forte in salita non poteva ambire a vincere sulle pietre.

Dice Gilbert: «Forse davvero sono stato il primo, dopo molti anni, a dire che era possibile essere competitivo in tutte le Classiche. Era da anni che non accadeva, ma questo non voleva dire che fosse impossibile, pensai. Perché c’erano riusciti van Looy, de Vlaeminck, Merckx. Erano campioni, certo, ma perché doveva essere diventato impossibile? Il mio sogno era vincere tutte le Classiche monumento, ho lavorato molto per farlo avverare. E adesso sono felice di vedere che altri corridori, come van der Poel, Pogacar, van Aert, vogliono provare a fare lo stesso».

 

Van Aert e vdP: come stanno in bici

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Francesco Pirro su Bicisport racconta che Wout e Mathieu condividono alcune scelte, come quella di pedalare molto avanzati, e differiscono per quel che riguarda il telaio. Numeri alla mano, il telaio del belga è 15 millimetri più basso e 9 millimetri più corto, con gli angoli di sterzo e piantone che sono invece molto simili per entrambi: 73,25 gradi per la Canyon di Van der Poel e 73 gradi per la Cervélo di Van Aert. Il carro posteriore e l’interasse sono rispettivamente più corti di 5 e 10 millimetri nella bici del corridore della Jumbo-Visma. Lo slooping del telaio del mezzo di quest’ultimo è un altro fattore che testimonia che il frame sia più piccolo. Van Aert utilizza un telaio taglia 56 mentre Van der Poel un 57, in combinazione per entrambi, specialmente per l’olandese, con ruote quasi sempre ad alto profilo. Entrambi pedalano abbastanza avanti, con Wout sicuramente più avanzato e più alto in sella, con una posizione complessivamente più raccolta rispetto a Mathieu. Osservandoli in molte immagini abbiamo notato come Van der Poel sia solito pedalare in presa alta molto più spesso di Van Aert, probabilmente a causa della pratica di discipline come il ciclocross o la mountain bike, dove l’impugnatura è quasi sempre nella parte alta del manubrio.

L’olandese, per compensare la posizione più elevata, lavora molto con i gomiti piegati,   l’altezza delle leve del freno è corretta: Van der Poel le ha leggermente ruotate verso l’interno, mentre Van Aert le preferisce allineate

 

Freddy Maertens faceva il custode al Museo

«Sono stato per diversi anni il custode del Museo di Oudenaarde, a poche centinaia di metri dal traguardo della Ronde, dedicato alla corsa. Ora non lo sono più. Ma la gara verrò a vederla dal vivo con un amico. E sapete cosa vi dico? Per me sarà Van Aert a vincere». 

Che momento storico è per il suo sport?

«Mi sembra che sia tornato un po’ lo spirito che c’era quando io ero in gruppo: i campioni cercano di conquistare ogni corsa a cui partecipano, non si allenano in gara e basta. Poi, certo: se ai tempi c’era Merckx, in certi anni vinceva quasi solo lui…». – intervista di ciro scognamiglio, la Gazzetta dello sport

 

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