I flash del 2022 che non dimenticheremo

 

Cosa si deve inventare per poter riderci sopra

per continuare a sperare

Lucio Dalla

GENNAIO

Un affascinante mistero di nome Nadal

 

  Al rintocco delle 2 ore e 14 minuti di una partita che sarebbe arrivata fino a cinque e 24, Daniil Medvedev ha sentito giungere dall’altra parte della rete una voce che diceva Vamos. Rafa Nadal lo aveva appena costretto a sbagliare un rovescio e si era preso il primo punto del terzo set. Gli stava mandando a dire di non illudersi, che non era finita, neppure adesso che era sotto di due set. Neppure adesso che ci pareva di essere prossimi a consegnare il numero 1 del tennis a questo tipo senza le physique du rôle, vestito di una magliettina color verde mestizia e con una faccia convenzionale come quella di un cameriere di Anacapri (cit.).

Un russo dal tennis tutto accartocciato e con la narice sempre increspata lungo il lato destro (forse un omaggio al naso di Gogol), uno che pare non arrivi mai sulla palla e invece arriva sempre, uno spettacolare difensore con una essenzialità assai contemporanea (servizio e dritto), una specie di pedalatore da ping-pong, ma su un tavolo più grande, e stavolta di cemento. 

Invece al 134 esimo minuto dei 324 complessivi, non avevamo visto ancora niente [continua qui]

 

leggi anche Come funziona la Macchina Nadal | Slalom 1 febbraio 2022

 

[S] altri titoli del mese | Il campo e il tribunale, il doppio Court di Djokovic Il primo slalom compie 100 anni: cosa c’entrano James Bond e il Signore degli anelli A che punto sono Larissa Iapichino e gli altri teenager italiani Balotelli Verstappen e Kyrgios, il momento migliore per essere antipatici 

 

addii | Bob Falkenburg, che vinse Wimbledon nel 1948 e aprì in Brasile una catena di fast food

 

 

Il razzismo strisciante sulla Coppa d’Africa

 

DI GIGI RIVA

Bisogna alfine avere il coraggio di dirlo: c’è stato un razzismo strisciante dietro le numerose prese di posizione contro lo svolgimento della Coppa d’Africa, ammantato da farisaici buoni propositi o giustificato dal principio che tutto regola: il business.

I buoni propositi. Non andiamo in Africa perché una competizione sportiva di così forte richiamo aumenterebbe il rischio di contagi. Sottotesto: poveretti non hanno sistemi sanitari adeguati, al contrario di noi del Primo mondo e non sono in grado di contrastare il Covid 19. Vero che i sistemi sanitari sono quello che sono. E nonostante questo l’Africa intera ha, al momento del suo massimo picco, gli stessi contagiati, grosso modo, di Francia e Inghilterra dove ci si affanna a garantire il regolare svolgimento di Premier e Ligue 1. Come naturalmente in tutto il resto d’Europa si mira alla salvaguardia dei campionati nazionali nonostante l’imperversare della variante omicron. E ancora: noi abbiamo i vaccini, l’Africa no. Ed è questo il risultato della miopia autolesionista di chi si ostina a impedire la gratuità dei brevetti. Non usciremo dalla pandemia se non si vaccina tutto il pianeta. Nel mondo globalizzato il virus è impossibile da arrestare alle frontiere.

 

 

FEBBRAIO

La luce di Lizzie Deignan nelle ore d’angoscia per l’Ucraina

 

DI ALESSANDRA GIARDINI

Lizzie Deignan ce l’avete presente. Ai primi di ottobre entrò nella storia alzando le mani insanguinate sul traguardo del velodromo più famoso del mondo: aveva vinto la prima Parigi-Roubaix dopo una fuga solitaria di ottanta chilometri, e tutti si accorsero delle piaghe. «Non ho usato i guanti, volevo sentire il pavé». Trentadue anni compiuti a dicembre, inglese di Otley, sì, come Tom Pidcock, Lizzie aveva vinto parecchio anche col cognome di prima, il suo: Armitstead. Un argento olimpico ai Giochi di Londra, due coppe del mondo e un Mondiale, oltre a tutto il resto. Nel 2016 ha sposato Philip Deignan, un corridore irlandese che non aveva mai vinto molto ma in compenso le ha dato il nome e adesso appare nell’albo d’oro di diverse corse femminili, compresa la Roubaix. Dietro una grande donna qualche volta c’è un grande uomo: quando Lizzie è diventata mamma, nel settembre del 2018, mister Deignan ha deciso di lasciare il professionismo e di rimanere a casa con la piccola Orla. [continua qui]

 

[S] altri titoli del mese | I 100 anni dell’Ulisse nella settimana del Sei Nazioni: storia della passione di James Joyce per il rugby Pechino, conquistaci. La seconda Olimpiade nell’età del covid L’oro del curling italiano e il calcio di Sorrentino agli Oscar Lo strazio di Kamila Valieva e il record del mondo di Ingebrigtsen La Premier compie trent’anni. Ma dove sta andando?

 

finzioni Orson Welles intervista Sofia Goggia

 ➣  Lei com’è?

«Ho lo spirito montanaro, con una vena letteraria. Un po’ nostalgica, come le storie alla Thomas Hardy, quelle che non si concretizzano. E melanconica. Mi piace tanto rileggere i classici, vado matta per la letteratura romantica inglese di fine Ottocento. Thomas Hardy e John Keats sono una cosa incredibile. Quando sono stata a Roma nel 2011, sono andata subito sulla tomba di Keats a leggergli una sua poesia che amavo dai tempi del liceo. Ma vado pure a ritroso per gustarmi Shakespeare. Quando leggo, entro in un’altra dimensione».

 ➣ Dio mio, e Conrad no? Conrad non le piace? Mi stia a sentire, ogni storia di Conrad è un film. Non c’è mai stato un film vero da Conrad, per la semplice ragione che nessuno l’ha mai fatto com’è scritto. Lei non ha mai sentito di avere un cuore di tenebra? [continua qui]

 

  Corriere della sera: Sofia Goggia, quel lato inedito della campionessa olimpica” – Aldo Grasso scrive stamattina: Questo sì che è un documentario: è la scoperta di una donna, le cui imprese sportive, pur straordinarie, rappresentavano soltanto la metà del racconto. 23 giorni. Il miracolo di Sofia Goggia è una produzione di Sky Sport, ideata dal direttore Federico Ferri e curata da Sara Cometti, che ricostruisce l’indimenticabile impresa olimpica della sciatrice azzurra. Sofia parla di sé, della coscienza che ha dei suoi limiti e della sua determinazione, delle sue paure con una sorprendente capacità d’introspezione. Spiega la differenza che esiste tra fidarsi delle persone e affidarsi alle persone (che fantastica persona il dott. Herbert Schoenhuber), descrive la difficoltà di superare la paura di sciare per gli altri e non per sé stessa, confessa lo sforzo fisico profuso per affrontare anche un innato senso di inadeguatezza, parla della velocità come una condizione esistenziale

 

addii | Tito Stagno, il rivoluzionario della Domenica Sportiva – Maurizio Zamparini, il mangia-allenatori Monica Vitti, l’anti-diva del cinema che giocò a basket, si innamorò del Mundial ma aveva paura degli stadi Bepi Ros, la roccia di bronzo di Tokyo 64 Pierluigi Frosio, capitano del Perugia di un quasi scudetto

 

 

MARZO

La Nazionale senza Mondiali, tradita da tutto il calcio italiano

 

La Nazionale battuta a Palermo dalla Macedonia del Nord – 67esima formazione del ranking FIFA, 61 posti più in giù di noi – era per otto undicesimi uguale a quella che in estate usciva carica di gloria da appuntamenti non meno tremebondi in Wembley, e contro avversarie più forti. Un nono giocatore di quegli undici, il capitano, è entrato un attimo prima di prendere il gol decisivo da Aleksandar Trajkovski, un ex del Palermo, con un figlio nato a Palermo.

Questo allora bisogna chiedersi stamattina, prima d’ogni altra cosa. Com’è possibile passare con gli stessi uomini, lo stesso stile di gioco, lo stesso bravo allenatore, da un successo così grande a una delusione così amara? Boh.

 

[S] altri titoli del mese | Come a Barcellona nei giorni di Sarajevo. Le Paralimpiadi di Pechino con una guerra in Europa Numero 11: Pier Paolo Pasolini Il record del mondo di salto con l’asta di Duplantis, più su di quanto calcolato da un ex ingegnere della NASA – 

L’isolamento di Tonga, senza nemmeno un pallone per giocare con il mondo La prima Africa che ha domato le Fiandre Gli Oscar di Hollywood per il tennis e il basket

 

addii | Pino Wilson, capitano burrascoso Dana Ingrová, che fu signora Zatopek – 

 

personaggio dell’anno

Lia Thomas

 

Sports Illustrated ne ricostruisce la storia. Una parte di lei – leggiamo – voleva che le persone conoscessero il suo percorso fino a questo momento, che sapessero cosa si prova ad abitare in un corpo senza sentire di appartenergli. Voleva che le persone sapessero com’è finalmente una vita autentica, cosa significa per lei finire una gara, guardare un tabellone dei tempi e vedere scritto il nome Lia Thomas accanto ai nomi di altre donne. Cosa significava per lei salire su un podio con altre donne, essere considerata alla pari

«Mi sentivo disconnessa con il mio corpo», spiega. Provava sensazioni a cui non sapeva dare una risposta, sempre più forti mentre gareggiava nella sua prima stagione universitaria. 

Ha cercato su Google – racconta Sports Illustrated – e ha letto storie personali di donne trans. Quando è stata affiancata da un tutor trans nel campus di Penn, per la prima volta ha potuto parlare con qualcuno che aveva sperimentato ciò che stava provando. Una rivelazione”

Lia Thomas lo ha definito «uno specchio di ciò che provavo. Tutto ha iniziato ad avere più senso». La disforia di genere è aumentata durante il secondo anno universitario, soprattutto durante la stagione del nuoto. [tutto qui]

 

albo | 2020 Marcus Rashford | 2021 Simone Biles | 2022 Lia Thomas

 

segnalazione dell’anno

Una vita da donna di Letizia Muratori (La Nave di Teseo, 2022)

 

DI PIERO VALESIO

 

  A volte bisogna “sentire” una vicenda umana vicino a noi per provare a capirla, a comprenderla. Finché le persone restano figurine, o giusto qualcosa di più, può diventare difficile scendere nella loro anima. Anche se si chiamano Lia Thomas o Emily Bridges, le due atlete transgender che da tempo sono sotto i riflettori dei media di tutto il pianeta e di cui Lo Slalom sta seguendo le vicende umane e sportive con capillare attenzione. Lo sapete: giusto qualche giorno fa la Federazione mondiale del ciclismo ha stabilito che la Thomas non potrà mai più gareggiare in competizioni femminili perché, secondo la NCAA, la biologia viene prima del genere e le atlete transgender potrebbero conservare, in buona sostanza, caratteristiche ormonali che le avvantaggiano anche se la loro transizione verso il genere femminile è completata. [continua qui]

 

 

APRILE

Il primo match femminile di boxe al Madison Square Garden

 

Nei 140 anni di vita dell’impianto, erano entrate come cameriere, come show girl o con Marilyn Monroe che canta Happy Birthday a John Fitzgerald Kennedy. Mai per combattere un match di boxe, sullo stesso ring dove fecero a pugni Joe Frazier e Muhammad Ali. Mai fino a dopodomani. Quando Amanda Serrano e Katie Taylor si sfideranno nel match più grande di sempre per il pugilato femminile. 

Era di maggio, sessant’anni fa. Marilyn vestiva pelle e perline, come disse il governatore dell’Illinois. S’accostò al microfono e davanti a 17 mila persone vi soffiò dentro una canzoncina che avrebbe impresso per sempre nella nostra coscienza collettiva. Happy Birthday Mister President, Happy Birthday To You. Sedevano in platea Maria Callas e Ella Fitzgerald. Lei e Kennedy si guardarono negli occhi. Tutt’intorno c’era il Madison Square Garden, il terzo dei quattro esistiti a New York, costruito nel 1925 sul lato ovest dell’Eighth Avenue, tra la 49esima e la 50esima Strada di Manhattan, lungo il cammino del tram. Ma questo – questo viene dopo.

 

[S] altri titoli del mese | Sbrighiamoci a far debuttare Banchero Lo sport e Sarajevo trent’anni dopo l’assedio Lo sport insegua il Nobel per la pace La Generazione Coliving che in Spagna ha prodotto Pedri e Alcaraz Novak Djoković e Kyrie Irving. Quanto ancora costa essere un no-vax Le tasche piene di sassi di Longo Borghini fino a Roubaix Che cosa c’entrano Machiavelli e Leonardo con Leclerc I demoni che affrontano i giocatori di biliardo

 

letture | Le bracciate nel sangue di Rūta Meilutytė

DI MARCO CIRIELLO

È probabile che Rūta Meilutytė non ci pensasse minimamente quando ha tinto di rosso il laghetto che sta davanti all’ambasciata russa a Vilnius, in Lituania, per protestare contro la guerra e le morti procurate dall’invasione russa. Ma quella pozza d’acqua è diventata un Nilo fermo, e gli ucraini un popolo di oppressi che vuole piegare un faraone. L’ex nuotatrice lituana – oro a 15 anni nei 100 rana ai Giochi di Londra 2012 – si è tuffata ed ha nuotato nel sangue, mentre sul ponte c’era la scritta “Putin the Hague is waiting for you”, ogni bracciata un passo verso una ipotetica e sempre più lontana pace. Rūta Meilutytė e il gruppo di artisti che l’ha aiutata nella performance – che incrocia Bill Viola e Marina Abramović – è probabile che non pensassero all’Esodo, ma se seguiamo la narrazione occidentale viene naturale leggere quell’acqua che diventa sangue come una prima piaga, con gli ucraini mai disposti a piegarsi al tavolo delle trattative con la Russia, a rifiutare qualsiasi condizione di servitù e di divisione nazionale, e a intimare ripetutamente tramite Zelens’kyj: «Lascia andare il mio popolo». E il fatto che al cinema il faraone più grande e famoso e bello e terribile fosse un russo: Julij Borisovič Briner poi Yul Brynner (Ramses II, “The Ten Commandments”), rende tutto più complicato, in una guerra molto cinematografica: con il presidente ucraino eletto dopo aver prefigurato l’evento in una serie tv – “Sluha Narodu”  / “Servitore del popolo” –, e il presidente russo che si arruolò nel KGB per uno sceneggiato su una spia: “Ščit i meč” / “Lo scudo e la spada”.


 

MAGGIO

Che cosa ha dato Milano al calcio italiano e cosa darà con questo scudetto

 

AL PRIMO piano dell’antico teatro di Santa Radegonda, ci misero le caldaie a carbone. Le dinamo e le macchine alternative a vapore stavano di sotto. La ciminiera di mattoni si sollevava per cinquantadue metri verso il cielo, giusto di fianco al Duomo, nelle fotografie dell’epoca si vede chiaramente. La Centrale Elettrica era la prima in Italia e la prima nell’Europa continentale. Ne esisteva una a Londra e una seconda era stata accesa a Manhattan. Alla fine dell’Ottocento portava l’energia per l’illuminazione agli esercizi commerciali nei pressi della piazza, al Caffè Biffi, ai magazzini Bocconi, fino al teatro Manzoni e col tempo alla Scala. Milano aveva mezzo milione di abitanti, era la seconda città più popolata del Regno d’Italia dopo Napoli.

 

[S] altri titoli del mese | Orson Welles intervista Carlo Ancelotti Come il tennis fabbrica i suoi campioni bambini Il tratto dell’Africa sulla Champions League Tutti gli appetiti intorno al nuovo GP di Miami Povero Giro, i Grandi non vengono più I diari della bicicletta di Massimo Troisi Il primo Roland-Garros nel mondo di Amélie (Mauresmo) Sigari e panama, un sabato parigino. La finale di Champions durante il Roland-Garros

 

addii | Lino Capolicchio, tennista per De Sica Ivica Osim, il Ct dell’ultima Jugoslavia

 

GIUGNO

L’anello di Steph Curry e di Golden State

 

Ci sono due fotogrammi di Steph Curry che non spariranno presto dalla memoria. Il primo è arrivato a 18 minuti dalla fine, quando i Boston Celtics hanno chiamato un time-out per radunarsi e inventarsi ancora qualcosa. Allora Curry si è voltato verso qualcuno e ha indicato il suo anulare destro. C’era ancora tanta partita da consumare sotto le suole delle scarpe, ma lui sentiva di avere al dito già il trofeo. L’altra scena di questa docu-serie in tempo reale è stata girata a 24 secondi dalla sirena, nell’istante in cui ha visto suo padre vicino alla linea di fondo, lo ha abbracciato e ha iniziato a tremare, a tremare e singhiozzare tra le sue braccia. Si è girato di nuovo verso la partita, si è messo le mani sulla testa e alla fine è crollato, come in genere fanno i tennisti sul prato a Wimbledon. 

 

IL NUMERO 1000 | Slalom 29 giugno

 

[S] altri titoli del mese | Dove eravate quando Nadal rinunciò all’addio perfetto Le sessanta partite giocate da Kane e quelli che non si riposano mai Perché nel nuoto esiste l’Italia migliore di sempre Storia della famiglia Santini: la maglia gialla è italiana prima ancora che arrivi Ganna Come ha fatto il ciclismo femminile a costruirsi il suo boom 

 

addii | Il giovin signore che parlava di tennis: addio a Clerici, l’ultimo dei tre Gianni che hanno cambiato il racconto dello sport Julio Jiménez, l’orologiaio di Avila Giuseppe Brizi, un Beckenbauer per Firenze Phil Bennett, il rugbista maestro del passo laterale Raffaele La Capria e la letteratura che è sempre un tuffo

 

 

Formidabili quei Gianni

 

DI ALIGI PONTANI

C’è qualcosa che resta lì, un’esigenza, una pulsione, un sentimento: qualcosa da aggiungere, ancora, ancora, alle belle parole che Slalom ha ieri dedicato a Gianni Clerici, qualcosa che preme proprio da dentro, sfidando le regole dell’understatement che pure in questi anni abbiamo coltivato in nome della pulizia del nostro lavoro. I tre Gianni di cui si parlava ieri, e la cui lunga e magnifica storia si è conclusa con la morte di Clerici, sono stati per noi di Repubblica qualcosa di molto più di colleghi, compagni di viaggio e di mestiere, a volte, per i più fortunati tra noi, addirittura di banco. Sono stati, i Gianni, i padri fondatori di una piccola grande scuola, che forse vale la pena di ricordare a costo di lambire quell’autoreferenzialità che pure tanto abbiamo combattuto in questi anni, perché senza presunzione si può dire che è stata una scuola anche per gli altri, per tutti coloro che di Repubblica non erano.

C’è stato quel tempo memorabile in cui in un martedì di primavera – il lunedì Repubblica ancora non usciva – chi prendeva in mano il giornale più impegnato e influente del Paese poteva leggere una pagina di Gianni Brera e una di Gianni Mura sul campionato, un’intervista di Emanuela Audisio a Carl Lewis, un reportage di Gianni Clerici dal Roland Garros, uno di Mario Fossati dal Giro d’Italia, una cronaca di un Gran Premio di Formula 1 di Carlo Marincovich.

[continua qui]

 

  MUNDIAL 82

Il torneo di 40 anni fa giorno per giorno come in tempo reale [tutto qui]

 

LUGLIO

Noi e la Spagna

 

Abbiamo ricevuto e pubblicato una lettera di Filippo Maria Ricci, corrispondente da Madrid per la Gazzetta dello sport, in replica a un numero dedicato alle influenze reciproche tra Spagna e Italia nella società e nella storia, nella letteratura e nello sport, in occasione di un week-end con Sinner vs Alcaraz, Sainz e la Ferrari, la finale mondiale di pallanuoto. 

Caro Slalom,

giro la tua questione, visto che guardo i due Paesi da qui. Da 16 anni. E perché trovo che l’analisi italiana della Spagna sia parecchio superficiale. Quando arrivai a Madrid nel 2006 c’erano una decina di corrispondenti italiani. La Rai ne aveva addirittura due (che non parlavano tra loro, ma questa è un’altra storia). Sono rimasto solo io. Nella logica dei tagli in Italia non senza presunzione si è considerata di secondario interesse la copertura della Spagna in situ, seguendo il superficiale e fuorviante pensiero che fa ritenere la Spagna e il castigliano temi facili, gestibili a distanza, trattabili con un viaggetto ogni tanto o quattro esse messe lì alla fine delle parole. Così, per fare l’esempio più evidente, un tema delicatissimo e assai complesso come l’indipendentismo catalano continua ad essere coperto in maniera approssimativa, lontana dalla profondità nazionale richiesta dalla questione.

Ho usato il termine presunzione perché a mio avviso permane una non scalfita e deleteria aria di superiorità da parte italiana, ormai superata dagli eventi. Dimenticato in fretta il flirt estivo con Zapatero e i suoi matrimoni gay, si è fatta largo l’idea che la Spagna non offra grandi spunti giornalistici. [continua]

mappe I trent’anni del marketing globale di Barcellona

Ai tempi di Nino Sannataro, metà Anni Settanta, le grandi rotte del contrabbando avevano in Napoli, Marsiglia e Barcellona i tre vertici del loro triangolo malavitoso nel Mediterraneo. Nino Sannataro aveva la faccia di Vittorio Mezzogiorno in un lavoro di Giacomo Battiato per la Rai. Ancora li chiamavamo sceneggiati, né serie tv né fiction. Ne Il Marsigliese sfilava tutta la galleria più tipica dei volti di genere, da Corrado Gaipa a Renato Mori. [continua qui]

 

 [S] altri titoli del mese | Il misterioso caso di Marcell Jacobs La conquista di Ons Jabeur. Per sé e per le donne arabe I Mondiali di atletica leggera in casa del Baffo e delle Scarpe Magiche La tappa più bella in trent’anni di Tour Il Neo-Calcio nato con il divieto del passaggio all’indietro L’ultimo giro di Allyson Felix Meno male che Stano non se lo fila nessuno Cosa è successo nel calcio femminile sognando Beckham per 20 anni L’addio di Vettel, il tedesco che non abbiamo capito

 

addii | Arnaldo Pambianco, il Gabanein della salita Eugenio Scalfari, come un gol di Bettega cambiò Repubblica Luciano Nizzola, il manager della transizione del calcio Enzo Riccomini, mago di provincia Celina Seghi, la pioniera delle nevi Bill Russell

 

 

gesto del 2022

Il salvataggio di Anita Alvarez

 

 

L’allenatrice Andrea Fuentes salva Anita Alvarez che ai Mondiali di nuoto artistico ha un malore durante il suo esercizio. Era la seconda volta che le capitava un malore del genere. 

Guarda la distanza, dice un amico. Non la distanza in metri. La distanza del gesto e della postura. Quello di sinistra è un manichino, afflosciato e rigido al tempo stesso, vuoto di ogni atto, pare una pietra prima di essere scolpita. Quello a destra è flessibile, come creta da modellare. Due corpi lontani come l’est dall’ovest, come la salvezza dalla condanna. Una foto così drammatica l’abbiamo vista di tanto in tanto solo per i naufragi dei migranti nel Mediterraneo. Invece adesso ci sono due donne che sono andate alle Olimpiadi, e in mezzo tutta la brutalità dello sport. È la ferocia del sincronizzato, così la chiama Liam Morgan sul Daily Mail. Uno sport ribattezzato nuoto artistico, così che paia finanche più leggero, uno sport che può sembrare grazioso ma è brutale e ad alto rischio

albo | 2020 Il cartello mostrato da Caputo: restate a casa | 2021 L’abbraccio tra Mancini e Vialli a Wembley

 

 

AGOSTO

Il ritiro di Serena Williams

 

NIENTE interviste, s’è scritta da sola le parole. Non le ha consegnate a una pagina di sport ma a una carta grammatura 80, qualità Galerie Fine, senza pasta legno: opacità, brillantezza, lucidezza. Serena Williams s’è allontanata dal suo vecchio mondo parlando al prossimo. Ha fatto stampare la parola farewell su una delle copertine patinate dove giocherà le partite che verranno. Ha lanciato tutto sui social all’ora in cui si alza dal letto Los Angeles, cioè Hollywood, l’ultimo pezzo d’America a svegliarsi la mattina. Non è un’ex tennista. È già da tempo dentro altri abiti. La dirigente d’azienda, la filantropa, la produttrice da premio Oscar. Lei aggiunge e sottolinea: una madre. Di nuovo, dopo Olympia. Prima possibile. Ma non sarà mai solo quello. Altrimenti avrebbe venduto l’esclusiva del suo addio a Bimbi Sani.  [continua qui]

 

[S] altri titoli del mese | Il peso che ha l’Europa nello sport Il cruciverba del campionato di calcio che comincia Il primato del mondo di David Popovici. Il ragazzino che ha battuto Tarzan e la tecnologia Jacobs punto e a capo L’estate dello sport ucraino in missione per la propria terra Gli Europei di basket più americani della storia

 

atleta d’Italia del 2022

Gregorio Paltrinieri

La bambina con le braccia tese aspetta un abbraccio o forse vuole darlo. Ha i piedi scalzi sul bagnasciuga, mentre un’altra mano, sopra la testa sua, esce dal nulla e il nulla afferra. L’artro più avanti, quel pischelletto de Ostia, a Paltrinieri invece je dà er cinque. È un gesto che i ragazzi fanno ancora, sebbene in un modo nuovo, c’è meno enfasi, meno schiaffo, sono più essenziali. Non gli hanno nemmeno dato un altro nome, uno scialla, una smella, niente. Il piccolo si è solo alzato sulle punte per arrivare all’altezza del campione. S’è tenuto le ciocie ai piedi, sulla lunga strada di sabbia di Pier Paolo. Come se non avesse fatto cinque km a nuoto nel mare che fino a ieri era burrasca, come se non li avesse fatti più velocemente di tutti gli altri ventuno in gara, 52 minuti e 13 secondi. Gregorio Paltrinieri aveva il passo di quando esci dall’acqua e ti vieni a sdraiare. Il piede sinistro piantato nella rena, il destro come quello d’un ballerino, en pointe, sollevato in un istante di leggerezza contro l’infinità di tempeste che avrà visto quell’acqua alle sue spalle, l’acqua che arriva e fa la spuma, poi si ritrae, incanta e uccide, commuove, spaventa, fa anche ridere, alle volte, sparisce, ogni tanto si traveste da lago, divora navi, regala ricchezze. Il mare non dà risposte, il mare chiama. 

 

albo | 2020 Dorothea Wierer | 2021 Filippo Ganna | 2022 Gregorio Paltrinieri

 

La sorpresa del 2022

Maria Sole Ferrieri Caputi

Come di tanto in tanto accade, in giro si discute stamattina se sia il caso celebrare con enfasi un passaggio che dovrebbe essere acquisito. Siamo nel Duemilaventidue, diamine, si sente dire. Se ne discute molto, soprattutto tra uomini. È certo un argomento sano, c’è pure della buonafede. Il punto è che questo passaggio, acquisito non era. Lo è forse stamattina. Nel Duemilaventidue, appunto. «Per noi è un arbitro qualsiasi», dice Gianluca Rocchi. Da oggi certo. Fino a ieri no. [continua qui]

 

albo | 2021: Anna Kliesenhofer

 

addii | Chalana, che dribblava con i fianchi Garella, il portiere che usava i piedi per parare Piero Angela, juventino del liceo D’Azeglio Emanuele Giacoia, l’ultima voce del racconto gentile Luca Bontempelli, l’enciclopedia del mare

 

il più letto su Parallelo del 2022

Il primo Slam con i coach che parlano dalle tribune

28 agosto Era qui che doveva succedere. Dove è nato Pat Riley, coach dell’anno in NBA per tre volte e nove in una partita delle stelle, il primo nordamericano di qualunque sport ad aver vinto un campionato come giocatore, come assistente e come boss della panchina. Qui dove sono nati Rick Pitino e Doug Moe, dove sono nati Lou Carnesecca e Red Auerbach, l’allenatore dei nove titoli consecutivi con i Boston Celtics, otto consecutivi. Quando lasciò il ruolo a Bill Russell, come general manager ne avrebbe vinti altri sette. Brooklyn è stata la culla di Larry Brown, unico allenatore ad aver portato otto squadre diverse ai play-off in NBA, più l’anello a Detroit dopo aver vinto il campionato universitario a Kansas. 

Era qui che doveva succedere, questo è il posto giusto dove ascoltare la voce di un allenatore. Il coaching non è più un reato nel tennis dal primo lunedì dopo la finale di Wimbledon. Cinquanta giorni più tardi, entra pure nelle cronache dei tornei dello Slam [continua]

 

2019 Le pagine più belle sulla boxe [qui] | 2020  Al Pacino e il mito del discorso nello spogliatoio [qui] | 2021 Chi sono i ragazzi di Castel Volturno a cui la federazione impedisce di giocare [qui]

 

  I Giochi di München 72

Dieci giorni prima che tutto accadesse, la Germania parlava di Giochi della normalità e della riconciliazione. Trentasei anni dopo il sacro fuoco di Olimpia nella Berlino di Hitler, c’era un Paese diviso da un Muro. Nella metà occidentale viveva un boom economico, nella metà orientale, boh, non si sapeva granché.  

Era chiara ai contemporanei una inquietudine diffusa, tenuta a stento sotto chiave. Diecimila atleti di 121 nazionalità si sarebbero divisi 1109 medaglie in 21 discipline, 361 d’oro. Ma in mezzo a molte polemiche. [le cronache dell’epoca qui]

 

 

SETTEMBRE

La morte della regina delle quattro Olimpiadi e l’addio al tennis del re Roger

 

La prima volta, nel 1948, era incinta di 5 mesi. Le cronache la chiamavano la “mammina”. Filippo avrebbe dovuto fare l’ultimo tedoforo. L’ipotesi saltò all’ultimo giorno. Nel 2012 non guardammo né la sua pancia né il cappellino, ma la controfigura che si gettava dal paracadute, supremo momento di auto-ironia da parte di una donna che ne aveva tanta, repressa, mentre un attimo dopo – di nuovo parole di Concita De Gregorio del 2012 – la vera Elisabetta entra nello stadio. Sul palco reale, letteralmente, con lo stesso vestito del film: rosa. Emozionatissima, di nuovo la borsetta al polso, purtroppo il principe Filippo al posto di Craig. Questa è una vecchietta piccola e gentile, ha la corona. I bambini sanno che Peter Pan può volare, che Harry Potter può sconfiggere i dissennatori con la sua bacchetta di sambuco ma che la regina, ragazzi miei, è la regina: scende dalla carrozza sul tappeto rosso, a volte vola giù da un elicottero. Custodisce l’armonia nel regno. La regina è di chi può permettersela, di chi sa proteggerla, di chi ci crede”. [continua qui]

 

  Il primo giorno del tennis senza Roger Federer è iniziato con uno scherzo. Un memo, un post-it che ci ha lasciato sul frigorifero. Una proiezione della sua assenza. La prima partita in scena nel mondo per il dopo Federer, alle due del pomeriggio, la giocano l’ultimo giocatore che da lui ha perso e l’ultimo che lo ha battuto, Lorenzo Sonego contro Hubert Hurkacz, semifinale al torneo di Metz, Francia. Due riflessi del Roger decadente aprono l’età della nostalgia.

Giocano in quella stessa Francia dove Federer vinse il suo primo match da professionista, per lui fu a Tolosa, contro Raoux. Uscì dal campo, andò a telefonare ai genitori, mamma ho vinto, e dopo a mangiare una pizza nello stesso ristorante della sera prima, perché credeva che gli avrebbe portato fortuna per il match seguente. Infatti. E non solo per quello. [continua qui]

 

[S] altri titoli del mese | Le sette donne sindaco nelle città della Champions La coraggiosa genesi di un titolo mondiale: breve storia della pallavolo italiana La fuga nel futuro di Alcaraz I campioni e l’ultimo tiro sbagliato Ganna, Ganna, Ganna sosteneva tesi e illusioni Storia del maratonauta Kipchoge e dei suoi record oltre i limiti L’asciuttezza della povertà nello sport di Mario Fossati La boxe ha più di un piede e mezzo fuori dai Giochi Coveremo le pene, Remco Evenepoel campione del mondo

 

addii | L’avanguardia di Jean-Luc Godard: “Lo sport non mente, il cinema sì” Javier Marias, il tifoso del Real che non amava Mou La prima figurina di Bruno Bolchi – 

 

oggetto del 2022

I cerotti sulle dita dei pallavolisti d’oro

 

OGGETTI DI SCENA

Ci sono dei posti sicuri dove trovare dei cerotti. A parte le farmacie. Abbondano nelle canzoni di Tiromancino, dove le strade, le case e i tuoi dischi nella macchina, le notti sopra l’anima, eccetera eccetera. Si trovano nei romanzi di Aldo Nove, Woobinda – per dire – dove c’è questo Freddie Krueger, un incubo a metà. Con un artiglio ferisce e con l’altra mano sutura. C’è un cerotto assai famoso pure sul collo di Marsellus Wallace in Pulp Fiction, perché dicono si sia venduto l’anima al diavolo, l’anima è nella valigetta, e quando il diavolo viene a prendersela te la strappa dalla nuca. 

E poi eccoli qua, sulle mani dei pallavolisti. È una cosa che ha a che fare con un rito, oltre che con un dito. C’è una tecnica rigorosa per la loro applicazione. Intanto le mani devono essere asciutte e i pezzi da circa 10 centimetri, vanno avvolti tra falange e falangina uno, tra falangina e falangetta l’altro. Le fasciature devono essere strette, ma non troppo, così si impediscono le contusioni senza interferire con la circolazione del sangue. Un secondo nastro-cerotto va tagliato in pezzetti più corti, da tre centimetri circa, e sistemato in maniera perpendicolare al dito, nella zona delle unghie. In genere sono interessati l’indice, l’anulare e il mignolo, le tre dita a rischio, ma c’è pure qualcuno che le fascia tutte. 

Ah, un’ultima cosa. La valigetta. La valigetta di Pulp Fiction. In nessuna versione della sceneggiatura è scritto che contenga  l’anima di Marsellus. Anche il cerotto non esiste. Come non esiste il discorso di Ezechiele 25:17. Ving Rhames ha detto che il cerotto nascondeva una sua ferita vera. Amen. 

 

2020: il tasto giallo del telecomando Sky [con il sottofondo da stadio per le partite a porte chiuse]  | 2021 Il gesso di Tamberi

 

CLIC DEL 2022 

Il bimbo che porge l’altro pugno

 

 

Prima che arrivi la pagina in cui si porge l’altra guancia, la Bibbia dice che le colpe dei padri ricadono sui figli. Ma al Kampioenschap van Vlaanderen hanno fatto un po’ di testa loro. Il signore accovacciato che tiene il bimbo per i fianchi è quello che due anni fa quasi stava ammazzando l’altro in piedi, in giallo, il vincitore. Fabio Jakobsen primo, Dylan Groenewegen terzo, in mezzo lui. Il piccolo ricciolino. La foto è stata scattata la settimana scorsa nelle Fiandre, ma come i messaggi in bottiglia dei naufraghi è arrivata ieri nel mare della rete. 

Sono due olandesi, avversari quel giorno, e dopo anche di più. Nemici. In causa in tribunale. Nella prima tappa del Giro di Polonia 2020, Groenewegen manda Jakobsen contro le transenne a oltre 80 all’ora, per una commozione cerebrale, fratture al cranio, un naso rotto, il palato lacerato, la mascella distrutta, una spalla contusa,  un polmone in sofferenza. Dylan era considerato uno spericolato. Salì di categoria. Diventò un criminale. La sua squadra rinunciò a difenderlo, quella di Jakobsen chiese che lo mandassero in prigione. La federazione lo squalificò per nove mesi. Jakobsen venne tenuto in coma artificiale per qualche giorno, c’era un prete seduto di fianco a lui, Groenewegen cadde in depressione

Fabio uscì dal coma, fece riabilitazione, tornò in gruppo nell’aprile del 2021, con un grande sorriso da cui non spuntavano denti. Ne aveva persi dieci e aveva ancora una lesione al nervo che comanda le corde vocali. La squalifica di Dylan finì il mese dopo, rientrò al Giro d’Italia, al suo primo sprint fece quarto a Novara. Prima vittoria: al Giro della Vallonia, il 20 luglio. Prima vittoria di Fabio: Giro della Vallonia, il 21 luglio. Il giorno dopo. Avevano ancora le vite intrecciate. 

Una mattina – raccontò L’Équipe Magazine – Groenewegen aveva trovato un nodo nella sua cassetta delle lettere. Gli dicevano di fare attenzione al bambino appena nato.

Il ricciolino della foto. 

Quello a cui adesso Jakobsen porge l’altro pugno.

 

| 2020 Le altre scarpe di Kipchoge, seduto in pandemia | 2021 Gli Australian Closed: Il ritorno all’infanzia in isolamento

 

 

OTTOBRE

L’ora più luminosa di Filippo Ganna

 

Su questo ragazzo che lanciano per aria, tutti fanno sempre progetti. Chi lo vuole capitano dei suoi alla Sanremo, chi vorrebbe vederlo giganteggiare dentro la foresta di Arenberg con la sua stazza, chi quella stazza gliela vorrebbe mutare in un corpicino più esile e smunto, per dar la caccia a un grande giro, come certi stregoni hanno fatto con dei pistard.

Filippo Ganna per fortuna fa di testa sua. Quando non entra nella cabina telefonica a mettersi il costume di Superman, è un meraviglioso Clark Kent con gli occhiali, tutto pudore e semplicità. [continua qui]

 

Corriere della sera: Chiuso l’anno nero del nostro ciclismo. Ganna prepara un 2023 di trionfi” – Le tre tappe chiave: Roubaix, Giro e Mondiale

 

[S] altri titoli del mese | Il circo che gira intorno al record dei fuoricampo di Aaron Judge Il cyborg che sta cambiando il calcio di Guardiola Geografia di Vincenzo Nibali, da Messina a BergamoL’eresia di Tommaso Maestrelli Orson Welles intervista Nils Liedholm Povero Verstappen. Gli hanno sporcato il trionfo La follia di un’Italia senza Paola Egonu  Il risarcimento d’oro per Karim Benzema Il documentario definitivo sull’Heysel del biografo di Platini Le ragazze della palla storta La maledizione della Superlega ha travolto pure il Barcellona Che cosa sta succedendo tra lo sport e la montagna

 

addii | François Remetter, il portiere che andò a giocare centravanti Gian Piero Ventrone, il marine degli addominali Brian Robinson, il primo britannico vincitore di una tappa al Tour – 

 

 

NOVEMBRE

L’ascesa di Bagnaia, dal ranch di Valentino al mondo

 

Certe volte lo sport lo fa. Completa giri assurdi e lunghissimi per consegnare scettri, troni, eredità. Il tennis aspetta da 46 anni uno Slam e una Davis dopo Adriano Panatta, nel mezzofondo non c’è una ragazza che corra più veloce di Gabriella Dorio dagli anni Ottanta, mezzo secolo è trascorso dall’ultimo oro olimpico nell’equitazione al salto, la gara dei leggendari fratelli D’Inzeo. Altre volte lo sport taglia la strada. Succede che Federica e Valentino escano di scena insieme, loro che non hanno mai avuto bisogno nemmeno del cognome, per farsi riconoscere. Due Tomba nei loro rispettivi sport. Due che sono arrivati e si sono presi tutto, la scena e il retroscena. Ma al contrario di Tomba nello slalom, hanno visto la successione subito, mentre andavano a spegnere la luce. Valentino ha perfino dedicato l’ultimo pezzo del suo tragitto a costruirla di persona. [continua qui]

 

  La Stampa lo ha eletto campione dell’anno. Pilota e moto italiane, il binomio perfetto 50 anni dopo Agostini scrive Gianni Romeo. Bagnaia dice: «La velocità è la mia vita, voglio godermi il momento» – «Spostare il limite è la cosa più difficile che ci sia. Il momento più emozionante è stato il riconoscimento da parte del Presidente Mattarella: mi sono commosso».  

 

[S] altri titoli del mese | Il nuovo livello del Videogame Wembanyama Come ha fatto l’Italia del rugby a battere l’Australia Il potere del lavoro: bentornata alla Mercedes L’insalatiera e la pepaiola, la Coppa Davis e la Coppa FIFA: storia parallela, anche di guai politici C’era una volta il centravanti. E c’è ancora America, dicci a che punto sei col soccer

 

addii | Fernando Gomes, il cannoniere boicottato dai compagni

 

 

DICEMBRE

La Coppa è di Leo

atleta mondiale 2022 

 

Si può restare Jorge Luis Borges anche senza un premio Nobel, ma Leo Messi senza una Coppa del mondo era diventato un pensiero insopportabile. Come quando ti dicono che Babbo Natale sono mamma e papà. È la scoperta che la magia ha un trucco. Messi senza la Coppa era Brad Pitt con le rughe, la Coppa senza Messi aveva il sapore di una birra analcolica. Era un fischio all’orecchio, una ciglia nell’occhio, una zanzara sul braccio. Messi senza un Mondiale è il vicino di casa che suona la batteria, mentre quello sotto sta facendo i lavori e quello del piano di sopra ha una perdita in bagno. Sono tutti esempi di macchie sul calcio, messe in fila da Sergio V. Jodar per la rivista spagnola Panenka, e da ieri sera – puff – non ci sono più, cancellate, perché il calcio sa essere disumano e spietato, certe volte è crudele, ma ogni tanto è meravigliosamente bugiardo, mette a posto le cose per farti credere che la vita è perfetta.

 

2020 LeBron James | 2021 Elaine Thompson | 2022 Leo Messi

 

 

Le notti magiche dell’estate argentina

 

DI PAOLO GALASSI

Premessa da emigrati: prima ancora del classico cameriere, o del più moderno e sottopagato rider, uno dei lavori che un italiano arrivato in Argentina negli ultimi 10 anni ha sicuramente fatto per sbarcare il lunario è l’insegnante di italiano a domicilio. Proprio o degli alunni. È una questione di radici, di cultura, d’amore e di passaporto, già preso o da prendere: il perenne interesse dell’Argentina verso l’Italia, più forte o più costante di quello che l’Italia nutre verso l’Argentina, si traduce spesso nell’arduo tentativo di impararne la bizzosa favella. Tra gli espedienti che il docente madrelingua o presunto tale è solito impiegare per mantenere viva l’attenzione dei suoi alunni, nonché datori di lavoro, ci sono certi noiosi libri di grammatica, articoli di giornale, pellicole come Mediterraneo di Gabriele Salvatores che non ha mai smesso di funzionare, e soprattutto canzoni, per applicare i tempi e i modi verbali. Meglio se di cantautori, più chiari a un primo ascolto: Rino Gaetano per il presente indicativo (Chi vive in baracca, chi suda il salario), De André o Buscaglione per l’imperfetto (La chiamavano Bocca di Rosa, Eri piccola così), Lucio Dalla (L’anno che verrà) o Daniele Silvestri (Salirò) per il futuro semplice. E poi c’è quella canzone là, quella che tutti chiedono di ascoltare, e che tutti – ma proprio tutti – conoscono. Perché se la ricordano, o perché se la ricorda qualcuno più grande, in famiglia. [qui]

 

IL PEZZO PIÙ LETTO DEI MONDIALI

Gvardiol e la rivincita dell’uomo mascherato [qui]

 

STORIA POP DEI MONDIALI DI CALCIO

Dal sogno realizzato di Rimet alla Coppa in casa di Putin [qui]

 

 

I Mondiali tra i bambini spaccapietra del Benin

DI VALERIO GIACOIA

Quando venerdì sera Aboubakar segna al 92esimo, il quartiere esplode e sembra come un intero baracchino di fuochi d’artificio che salta in aria, imbottito di colori. Tra grida, abbracci, annaffi di birra come fosse champagne e suoni di clacson delle moto i bambini che dormono sul marciapiede davanti “casa”, catapecchie col tetto di lamiera che si diramano dentro misteriose arterie tra fango, fumi, bolliti e papaje, si svegliano di soprassalto esultando senza sapere bene perché. Giocava il Camerun, e quando gioca una squadra africana tutti gli altri africani sono ultras di quella squadra, come se lo fossero stati sempre. Non è come da noi in Europa. Poi vuoi mettere la soddisfazione d’aver battuto il Brasile. Basta, eccome se basta, anche se quella Nazionale amica torna a casa.

Torna appena più giù di qua, direzione Equatore, passando per la Nigeria: siamo in Benin, che come il Camerun si affaccia sul Golfo di Guinea, su quell’Oceano Atlantico da dove le navi negriere deportavano gli schiavi. [continua qui]

 

[S] altri titoli del mese |  La ricarica del pallone che uccide la mano di D10s Che succede a Dakar mentre parte la Dakar Benvenuto Tour de France, in Toscana sei a casa tua Le invasioni barbariche della generazione Dončić La gara di ciclocross più bella della storia [forse]

 

addii | Davide Rebellin, l’innamorato della bicicletta Patrick Tambay, il pilota fragile del dopo Villeneuve Nick Bollettieri, il coach barbaro del tennis Roberto Pelucchi, giornalista Marco Pirone, il pallanuotista notaio Sinisa Mihajlovic, un uomo oltre la soglia Mario Sconcerti, cacciatore di radici e di futuro Alberto Asor Rosa, calciatore nel corridoio di casa Vittorio Adorni, il divulgatore della bici Pelé, il Re ragazzino che portò il pallone nelle case

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