Gente d’Europa, senza offesa: non è un Mondiale d’inverno in tutto il mondo 

Io vado al mare, voi che fate?

Max Gazzé

 

Se è eccezionale la collocazione nel calendario per noi europei, lo è pure per il Sud America, che vivrà come una anomalia la sua prima Coppa in piena estate Un ribaltamento delle abitudini che consente finalmente pure agli argentini di avere per una volta le Notti Magiche al profumo delle jacarandas, e non al buio, con il freddo, come al solito Cronaca di un’attesa diversa: per le gelaterie, per le scuole, per gli sceneggiatori delle serie tv

 

DI PAOLO GALASSI

per Slalom da Buenos Aires

 

    Questo primo, insolito, Mondiale d’Inverno, si sente dire. Inverno per voi, sia chiaro. Su queste sponde l’estate è alle porte, le jacarandas stanno fiorendo e l’anno scolastico è sul punto di finire. A La Plata, la Direzione di Educazione e Cultura della Provincia di Buenos Aires ha persino lanciato il programma Golazo: il Mondiale a scuola, grazie al quale gli alunni di elementari, medie e superiori potranno vedere in aula le partite giocate in orario scolastico, integrandole con attività didattiche sviluppate dai docenti intorno a temi trasversali quali il ruolo delle donne nel calcio e nello sport argentino, ricordi e rituali familiari vincolati ai Mondiali di calcio, matematica e fútbol, storia e geografia del Qatar, arte e pallone, sport ed educazione sessuale. Con quella sottile ironia che contraddistingue Lo Slalom, forse è proprio il caso di dire che ce n’è per tutti i gusti, se nelle gelaterie di Buenos Aires è comparso pure il Dulce Scaloneta, sapore “mondiale” (poi smettiamo) a base di dulce de leche e cioccolato bianco. Un omaggio alla squadra messa in piedi dal DT Lionel Scaloni, un termine in teoria coniato da Rodolfo Cingolani, discutibile personaggio del canale TyC, che alla vigilia dell’amichevole Polonia-Cile ha invitato Gary Medel a non avere riguardi verso il centrocampista del Napoli Piotr Zielinski. Il Gringo Cingolani, come lo chiamano, sarebbe stato dunque il primo a unire il termine camioneta con il cognome del DT argentino, dopo il convincente 3-0 all’Ecuador dell’ultima Coppa America.

 

Malvisto in partenza, perché membro del fallimentare staff di Jorge Sampaoli (con il quale, secondo i più moralisti, avrebbe dovuto andarsene); inizialmente poco simpatico e alquanto sbrigativo con i cronisti argentini; inadeguato per capire e far fruttare la genialità di Leo Messi, in quanto ex-terzinaccio, difensore centrale o al massimo mediano; pericolosamente inesperto, ovvero troppo poco DT e troppo ex-calciatore (si era ritirato nell’Atalanta solamente nel 2015); paradossalmente troppo coetaneo dei suoi giocatori, quando a detta di molti, uno dei principali problemi di allenatori come Sampaoli o Bauza era stata proprio l’incomunicabilità (Bielsistica? Pirandelliana?) con le leve più giovani: oggi Lionel Scaloni è il conduttore di quel sogno chiamato Scaloneta. È il Leonida di Pujato, suo paese natale, provincia di Santa Fe. Alejandro Fantino, altro polemico conduttore tv, negli studi di ESPN gli ha consegnato in diretta una spada e un elmo da oplita spartano, subito entrato nell’arsenale dei gadget acquistabili su Mercado Libre, sorta di Amazon sudamericano. Il passo da neologismo da bar a marca registrata può essere breve: alla vigilia dell’amichevole di Messi & Co. con gli Emirati Arabi allenati da Rodolfo Arruabarrena, i partner asiatici dell’AFA, Mitsubishi e Gac Motor, hanno presentato la nuova versione, naturalmente albiceleste, del Suv Outlander, su cui si muoverà lo staff argentino in Qatar. Indovinate come si chiama. A tal proposito, Leonida Scaloni ha ricordato che mentre il primo stipendio da calciatore lo spese in una Ford Fiesta, la prima vera auto avuta per le mani fu una Fiat 147 senza mangianastri, sorella quasi gemella della nostra Fiat 127. 

 

A voler essere pignoli, rispetto ai mondiali del 2014 e del 2018, in Argentina stanno mancando le grandi e irripetibili promozioni per portarsi a casa televisori giganti, davanti ai quali soffrire e gioire. L’offerta più audace rimane quella lanciata da Leo Galli, CEO della marca Noblex, durante le qualificazioni per il mondiale in Russia: se l’Argentina di Sampaoli fosse stata eliminata, i soldi spesi da ogni acquirente sarebbero stati rimborsati, e la tv regalata. Andò vicino alla bancarotta, ma prima ancora all’infarto. La sua storia è diventata un libro e poi un film, uscito naturalmente in queste settimane: El Gerente, diretto da Ariel Winograd, lo stesso regista de La rapina del secolo, simpatico e veritiero racconto del colossale colpo da 19 milioni di dollari portato a segno senza armi, nell’estate del 2006, nella località bonaerense di Acassuso. Pur senza un riferimento esplicito, la peripezia della marca Noblex fa da sfondo a un’altra recente serie futbolera, Robo Mundial, rocambolesco compendio della nevrosi argentina da pallone: un giovane padre/vedovo – impiegato dell’impresa di elettrodomestici che ha promesso il rimborso di tutte le Smart Tv vendute in caso di mancata qualificazione dell’Argentina al Mondiale – investe tutti i suoi risparmi per portare il figlio in Qatar, a vedere la Scaloneta, s’intende. Ma a causa di violenti scontri in fase eliminatoria, l’Argentina non solo viene squalificata dal torneo, ma – dramma, nel dramma, nel dramma – sostituita dalla nazionale che la segue in classifica: il Cile. Troppo. La missione impossibile diventa quindi rubare la Coppa del Mondo durante il suo passaggio promozionale per Buenos Aires, e ricattare così i vertici FIFA perché la Scaloneta sia riammessa alla competizione. Idea simile a quella – magari un po’ meno patriottica – avuta dal gioielliere e ricettatore argentino Juan Carlos Hernandez, che nel 1983 guidò il furto della Rimet nella sede della federazione brasiliana. 

 

I camei calcistici presenti in Robo Mundial sono diversi: Oscar Ruggeri, Maximiliano Rodriguez, Sergio Goycoechea. Ma se guardate il trailer, nel momento chiave in cui il protagonista Joaquin Furriel apre lo scrigno del trofeo, e il suo volto s’illumina d’oro come quello di Vincent Vega in Pulp Fiction, sentirete una musica di sottofondo, una musica familiare che parla di sogni, di pallone, di notti d’estate. La musica dei mondiali. Una musica che qui tutti amano, radicata nell’immaginario popolare almeno quanto in Italia. Premessa da emigrati: prima ancora del classico cameriere, o del più moderno e sottopagato rider, uno dei lavori che un italiano arrivato in Argentina negli ultimi 10 anni ha sicuramente fatto per sbarcare il lunario è l’insegnante di italiano a domicilio. Proprio o degli alunni. È una questione di radici, di cultura, d’amore e di passaporto, già preso o da prendere: il perenne interesse dell’Argentina verso l’Italia, più forte o più costante di quello che l’Italia nutre verso l’Argentina, si traduce spesso nell’arduo tentativo di impararne la bizzosa favella. Tra gli espedienti che il docente madrelingua o presunto tale è solito impiegare per mantenere viva l’attenzione dei suoi alunni, nonché datori di lavoro, ci sono certi noiosi libri di grammatica, articoli di giornale, pellicole come Mediterraneo di Gabriele Salvatores che non ha mai smesso di funzionare, e soprattutto canzoni, per applicare i tempi e i modi verbali. Meglio se di cantautori, più chiari a un primo ascolto: Rino Gaetano per il presente indicativo (Chi vive in baracca, chi suda il salario), De André o Buscaglione per l’imperfetto (La chiamavano Bocca di Rosa, Eri piccola così), Lucio Dalla (L’anno che verrà) o Daniele Silvestri (Salirò) per il futuro semplice. E poi c’è quella canzone là, quella che tutti chiedono di ascoltare, e che tutti – ma proprio tutti – conoscono. Perché se la ricordano, o perché se la ricorda qualcuno più grande, in famiglia. Quando qualche alunno o alunna arriva a chiedere se non sia una sorta di inno nazionale, il professore non se la sente di negare. Non subito almeno, non in modo netto. Ancora oggi, in Argentina, Notti Magiche rimane la canzone más linda di tutti i mondiali di calcio. A Buenos Aires può diventare in un nonnulla No Te Immagine. È il simbolo di un’epoca perduta e piena di speranze, la colonna sonora dell’ultimo mondiale premoderno, che tutti qui ricordano come il più bello di sempre, e vai a capire il perché.

Forse perché per i figli degli ultimi immigrati italiani diventò l’occasione per vedere finalmente la terra dei padri e incontrare zii e cugini mai incontrati prima, a Vercelli come a Genova, a Massalubrense come a Tropea. Per i più piccoli, Italia ’90 fu il luogo non proprio del primo bacio, non proprio delle promesse d’amore incise sul tronco di un albero, ma del primo incontro con Diego: tra questi figli della quasi-primavera democratica, anche l’artista urbano Martin Ron, autore di enormi murales iperrealisti in tutto il mondo, da Mosca a Penang, da Tallin a Tenerife, passando dal Carlos Tévez gigante di Fuerte Apache. Non è un caso che per dipingere il murale di Diego più grande al mondo, inaugurato lo scorso 30 ottobre a Buenos Aires, giorno della 62esima natività, Martin abbia scelto uno di quei fotogrammi catturati per sempre dai suoi occhi di bambino: Maradona arraggiato assaje, con la maglia blu, in un gioco di luci e ombre, che carica i suoi compagni dopo i fischi italiani all’inno argentino, la sera della finale con la Germania. Il Diego di Napoli nell’arena romana, il Diego-de-la gente contro tutti, il Diego che ogni mattina sprona i pendolari che lo guardano, in fila, dalla vicina tangenziale.

C’è un altro dettaglio più triviale e meno epico che forse ci sfugge, comprensibilmente oscurato dal Mito e dal ricordo dei guizzi di Sergio Goycoechea tra i pali di Firenze e Napoli. Quelle sere d’estate, diventate per gli italiani notti magiche, per gli argentini davanti alla tv erano, come sempre, freddi e scuri pomeriggi d’inverno. Come ogni dannato mondiale. Una consuetudine stagionale che per noi stona almeno quanto festeggiare il Natale con 35 gradi. Il duetto Bennato-Nannini cantava profumi, incantesimi e gioie che per noi, finora, sono esistite sempre e solo d’estate. Ciabatte e ghiacciolino all’amarena, zampirone e – mal che vada – un libro d’esame aperto alla pagina dei riassunti. Eccola la vera magia del pezzo che qui tutti conoscono come Verano Italiano, tornato di moda lo scorso luglio, in pieno inverno australe, quando l’Argentina tutta, all’indomani della Coppa America vinta in Brasile, faceva il tifo per gli Azzurri, nella finale europea di Wembley contro i pirati inglesi. Quello in Qatar non è solo l’ultimo mondiale di Leo Messi, il primo senza Diego Armando Maradona su questa terra, e pure senza la Regina Elisabetta, che di Mondiali in teoria non se n’era persa neanche uno. È anche il primo mondiale che l’Argentina e il Sudamerica vivono d’estate. Non è cosa da poco. Finalmente anche voi, eurocentrici del Primo Mondo, all’improvviso inquietati da bollette e da un’inflazione che – lasciatevelo dire – per ora rimane roba da principianti, saprete cosa si prova. 

E la colpa (o il merito) di questa novità è anche sudamericano, e soprattutto argentino, stando alla serie Il Presidente, appena giunta alla seconda stagione, in cui lo sceneggiatore e regista Armando Bo racconta i pacchiani eppure reali retroscena che precedono e decidono l’assegnazione dei Mondiali del 2018 (Russia) e 2022 (Qatar). Una doppia elezione avvenuta in maniera simultanea, nel dicembre del 2010, tagliando fuori candidati potenti e già sicuri di vincere, come Inghilterra e – soprattutto – Stati Uniti. I quali poi se la legarono al dito, scatenando i segugi dell’FBI contro i soliti sospetti della CONMEBOL e della CONCACAF. I latini corrotti, ça va sans dire, il copione perfetto. In particolare, i tre dirigenti che avrebbero avuto un certo interesse privato nell’inclinare il piano a favore del Qatar: Nicolás Leoz (Paraguay), che quell’anno aveva infruttuosamente provato a essere nominato Sir dalla Regina Elisabetta; Ricardo Teixeira (Brasile), ex genero di Joao Havelange, e naturalmente, Julio Grondona, storico padrino dell’AFA dal 1979 in poi, vicepresidente FIFA dal 1988 al 2014, anno della sua morte, non delle sue dimissioni. Il perno centrale del Fifagate scoppiato nel 2015. Una trama più intrigante di qualsiasi fiction, un po’ opera teatrale e un po’ piano criminale, con tangenti milionarie, diritti tv, accordi stipulati in bagno, in piedi, davanti agli orinatoi, promesse e tradimenti, cimici e intercettazioni, gole profonde, mandati di cattura, arresti plateali in alberghi di lusso e fughe degne di John Landis e Steven Spielberg. 

Stando alle ricostruzioni dei momenti successivi all’apertura della busta da cui uscì il fatal pizzino Qatar 2022,  ai primi colleghi che lo fermarono per chiedere spiegazioni – l’argentino Ernesto Cherquis Bialo e il cileno Harold Mayne-Nichols – Julio Grondona rispose due cose. La prima: «Sono tutti matti. Finiranno tutti arrestati». La seconda: «Per quell’epoca sarò già morto».  

 

[fine – La prima parte è qui]

 

L’estate letteraria del Sudamerica

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A pensarci bene, el verano ha riti assai diversi dall’estate. Loro a Natale vanno al mare, noi – non tutti – sulla neve. Ma se ogni inverno infelice è infelice a modo suo, ogni bella stagione si assomiglia in ogni angolo del mondo. Ha quasi ovunque il silenzio nei cortili sentito da Paolo Conte, l’aria immobile di un pomeriggio troppo azzurro e lungo, insieme alle voci dei televisori ad alto volume dai balconi e dalle finestre di fronte. 

Il nostro romanzo definitivo sull’estate è Ferito a Morte di Raffaele La Capria, con il mito della bella giornata – che cade in mezzo alla bella stagione. Il libro definitivo – ha scritto Federico Sardo per Esquire – sull’estate, sul mare, su Napoli e su Capri, sulla lotta tra la natura e la storia, sugli amori mancati, sul tempo che passa, sui sogni, sulle belle giornate e sul loro ricordo, sui ritorni e sui rimpianti, ed è soprattutto un capolavoro di stile, di suono, di musica della pagina, di voce.

Questo fa un’estate. Anche quando la Terra ruota e la fa succedere dall’altra parte del mondo. Julio Cortázar ha scritto un racconto che ha intitolato proprio così, nella raccolta Ottaedro, dove un certo Mariano cerca tra i dischi una sonata di Beethoven e scopre dal canto dei grilli che la notte era identica a tante altre d’estate. Lo era pure perché Zulma, svestita, sdraiata sulla schiena, alla sua mano passata tra i capelli, alle sue dita che scivolarono sulla spalla, sfiorandole i seni, rispondeva voltandosi sul fianco, dandogli le spalle, senza parlare; anche quella era come tante altre sere d’estate.  Viene a noia pure l’amore. 

Juan Carlos Onetti, in Uruguay, ha fatto dell’estate uno degli elementi ricorrenti nelle storie di Díaz Grey, il medico locale che attraversa molte delle sue opere più celebri. L’estate e la pipa di Jorge Malabia. per enfatizzare la quiete, la solitudine, l’impulso di vita che contrasta un mondo popolato dalla morte. In Per una tomba senza nome, scrive che sono salito in macchina in estate, con poca voglia di essere triste. È la stagione della sonnolenza, carica di aria lenta, di nulla, dell’odore di gelsomino che arriva dalle ville, il profumo tenero della pelle di qualcun altro che si scalda al sole, e proprio come per Cortázar si avverte la mancanza di una pelle altrui. Per lasciarsi alle spalle la tristezza, Díaz Grey se ne va a un funerale. Perché è il momento in cui potrà dar vita a una storia, altri segreti, altri enigmi, un tesoro dell’assurdo dove vedere che gli abbondanti capelli avevano bisogno di trovare compagnia, il colletto della camicia era sfilacciato e unto, la sgargiante cravatta era consumata, l’abito d’inverno era stato usato anche durante numerose estati. Una volta Borges ha detto che la sua cecità graduale non era una cosa tragica. È come un lento tramonto estivo. Almeno stavolta c’è il pallone. 

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