Il volo di Messi Flaneur, Gardel e Principito

DI PAOLO GALASSI

per Slalom da Buenos Aires

 

PASSIONI & CONFLITTI

Por la boca muere el pez. Per aprire la bocca, il pesce muore. En boca cerrada, no entran moscas. In una bocca chiusa, non entrano mosche. Dueños de lo que callamos, esclavos de lo que decimos. Padroni di ciò che si tace, schiavi di ciò che si dice.

A seconda di come li leggiamo, a seconda del nostro malpensar, questi proverbi ispanici possono suonare come saggi inviti alla sobrietà, elogi dell’omertà o più brutalmente, rievocare cinematografiche minacce corleonesi. Maledetta bocca e maledette parole, maledetto discorso e maledetto testo, sempre scivoloso, manipolabile, fraintendibile, a Monza come in Qatar. Sempre rischioso, come una partita secca (e figuriamoci una finale).

Alla pari di chi lo legge e interpreta, il testo non è mai innocente, sosteneva Algirdas Greimas, che sulla supremazia del testo, a Parigi, ci fonderà una scuola. Con quel nome più da centromediano baltico che da semiologo, si metterà a indagare sul modo (il modulo?) in cui il testo genera un senso: è nello spazio tra chi produce il testo e chi lo riceve, avvertiva, che si gioca la delicata questione del significato. Una complessa Babele di linguaggi, nati però per raccontare le differenze tra gli uomini, e non per dividerli, aggiungerà un suo discepolo riminese di nome Paolo Fabbri, che non sarà il partigiano della via cantata da Guccini al civico 43, ma che dai portici della Bologna anni ’70 segnerà ugualmente un nuovo cammino, affermando che il Nome precede sempre la Cosa (e la Rosa) che nomina. Nel 2013, durante uno dei suoi ultimi passaggi accademici in Argentina, Paolo Fabbri, che non era nemmeno parente di Edmondo, parlò anche della sua passione per il fútbol, non condivisa con l’amico Umberto Eco. Rifiutando la teoria del calcio come fenomeno religioso formulata da Marc Augé (2016), avrebbe allora definito il pallone come una proiezione collettiva di passioni, la rappresentazione rituale di un conflitto regolato da ritmi specifici, che ne costituiscono una sorta di morfologia in movimento. Un’organizzazione dello spazio dove coesistono combattimento e consenso, caratterizzata da una dimensione internazionale capace di contenere sia il sentire nazionale che quello locale. Ecco, un po’ quella dimensione internazionale, nazionale e locale condensata nel disastroso biglietto da visita dei primi hinchas argentini sbarcati in Qatar. Una canzone accuratamente composta per una nazionale a caso, la Francia, sparata al microfono del giornalista Matias Pelliccioni dell’emittente sportiva TyC e immediatamente rimbalzata in mondovisione. Poche strofe in cui l’indiscutibile creatività futbolera rioplatense è riuscita a mettere in rima nozioni di geopolitica, sviste postcoloniali, razzismo e omofobia: «Escuchen / corran la bola / juegan en Francia pero son todos de Angola. Qué lindo es / van a correr / son cometravas como el puto de Mbappé. Su vieja es nigeriana / su viejo camerunés / pero en el documento / nacionalidad: francés». Dove viejo e vieja sono padre e madre; correr la bola significa spargere la voce; puto è l’onnipresente sinonimo di omosessuale e cometravas è colui che intrattiene relazioni con persone trans (da comer, mangiare, e trava, travestito). Il tutto, bisogna riconoscere, con un geniale tempismo sull’agenda di un torneo che culmina oggi con la sfida tra i due gioielli marca PSG, proverbiale ciliegina sulla torta del (ri)nascimento sportivo qatariota.

 

QUESTI SIAMO

Prima ancora che lo show del pallone affievolisse i toni delle rivendicazioni arcobaleno, prima ancora dell’abbraccio panafricanista e panarabo al Marocco, e con un paio di settimane d’anticipo persino sul dibattito riguardante l’Argentina bianca priva di giocatori afrodiscendenti, segnalato anche da Slalom, questi content producer albicelesti allo sbaraglio se l’erano ingegnata per filtrare attraverso le categorie semantiche tipiche del tifo nazionale tutto ciò che di stigmatizzabile potevano trovare nello spogliatoio dei Bleus. Origini, pelle, nazionalità, sfera sessuale. E lo avevano fatto nel modo più candido e classico che un argentino conosca: utilizzando le note di un coro da cancha già in voga. In questo caso, il celebre tema (celebre qua, ve lo assicuriamo) che la temuta barra del club Nueva Chicago di Mataderos, il quartiere portegno dei mattatoi, aveva riservato con amore agli eterni rivali dell’Almirante Brown di Isidro Casanova, nel piccante distretto di La Matanza.

Una parabola parallela, alternativa, se vogliamo, del classico “sogno del pibe” che parte dal basso e arriva ai Mondiali. Non proprio con un pallone, magari, ma con una canzone simbolo delle faide della serie B argentina. Un tema che, esattamente come molti giocatori della storia albiceleste, è figlio della periferia della Parigi d’America. Partito dai suoi quartieri più aspri e non afrancesados (come la Recoleta), per approdare prima alla Selección e poi al Mondiale. Todo muy lindo, avrebbe detto Pizzul da queste parti. Dove i media locali, in evidente imbarazzo di fronte all’indignazione francese (l’imbarazzo è spesso e volentieri evidente), hanno subito condannato tale barbarità. E dove i portavoce AFA hanno sbuffato, come dire “ma se abbiamo pure cambiato il colore della seconda camiseta da blu a violeta, per sta benedetta uguaglianza di genere”. Il resto degli spettatori di questa trifulca, di questa camorra, come si dice in lunfardo, hanno allargato le braccia con ironica rassegnazione: questi siamo, questo è il nostro futbol e questa è la colonna sonora con cui da noi si cresce allo stadio.

Un canzoniere squisitamente ricostruito dal giornalista Manuel Soriano nel libro/indagine Canten Putos! (Cantate Froci!), un mirabile e riprovevole compendio di omofobia, misoginia, discriminazione e promesse di sodomia, capace di contagiare il pubblico più impensato, famiglie, giornalisti e giornaliste, docenti, intellettuali, comuni cittadini e liberi pensatori. Un sorprendente viaggio attraverso una playlist intergenerazionale di hit datate o attuali, argentine e straniere, rivisitate mediante testi difficilmente ripetibili in società, ma totalmente familiari nella settaria intimità delle gradinate, o sui vecchi spalti di legno detti tablones, che danno il nome alla barrabrava del River Plate, Los Borrachos del Tablón. L’ispirazione – imprevedibile, si sa – non arriva solo con pezzi di storiche voci argentine come Victor Heredia o Mercedes Sosa, o grandi classici del carnevale brasiliano, ma anche con insospettabili motivi di gruppi electro-pop e indie, come Erasure e Belle & Sebastian, o gli evergreen di Village People, Bonnie Tyler e Creedence Clearwater Revival (il tutto sommato diplomatico Brasil decime que se siente del Mondiale 2014 era una loro cover).

Oh, in caso di bisogno poi, se i vostri figli si spaventano e cominciano a piangere, va detto che questi minacciosi omaccioni sono pure capaci di intonare le ninne nanne di Maria Elena Walsh, come accaduto giorni fa nella metro di Doha, dove un piccino qatariota si era stretto di paura alla sua mamma. Non è niente tesoro, stai tranquillo, è solo il motore della Scaloneta.

 

SPUTATE PURE, MA NON PER ARIA

Un paio d’anni fa, durante una conversazione sulla sua fede bostera, lo scrittore Martin Kohan, docente di Teoria della Letteratura alla UBA, ci raccontò di essersi ritrovato appeso alla recinzione della Bombonera durante un Boca-Velez di fine anni’90, intento a gridare qualcosa come «Paraguayo / puto / hijo de puta» al famoso portiere José Luis Chilavert, reo di aver deliberatamente cercato di segare Guillermo Barros Schelotto a gioco fermo. «Quello non sono davvero io – ci disse, tra lo spiritato e l’imbarazzato – ma so che posso diventarlo, allo stadio, quando gioca il Boca».

A vederla da fuori, ma forse anche da dentro, quella rioplatense pare spesso una maniera eccessiva, irrazionale, esasperata, incoerente, inconcepibile – eppure tremendamente autentica e umana – di vivere il pallone. Con tutta un’enciclopedia di gesti osceni, difficilmente esportabili, men che meno oggi, tra i quali spicca l’inequivocabile e un po’ infantile indice della mano destra che stantuffa nel circolo formato da pollice e indice sinistro. Memorabile la dimostrazione in diretta nazionale condotta da Diego Armando Maradona (e chi sennò) la sera del 25 ottobre 1997 sotto la tribuna del River Plate. Una data storica: quella del suo ultimo Superclasico, la sua ultima partita, arbitrata da Horacio Elizondo (che arbitrerà anche l’ultima di Zidane), nonché la prima di Juan Roman Riquelme, entrato al posto di Nelson Vivas e non di Maradona, come tramanda tutt’oggi una certa mitologia xeneize. Sottotitolo all’insano gesto maradoniano: vi abbiamo fottuto. Dichiarazione negli spogliatoi: «Il River è stato il River. Un gran primo tempo e poi… gli son cadute le mutande».

Una frase diventata lo sfottò di un popolo a un altro. Ripetuta nel 2011, per la storica retrocessione in serie B, e nel 2015, quando le Galline, bersagliate nel tunnel della Bombonera con gas urticante artigianale, chiesero e ottennero la vittoria del derby di Libertadores a tavolino. Non sul campo e non da uomini, insomma. Una frase tornata però al mittente 3 anni dopo, con la finale di Libertadores 2018 vinta 3-1 al Bernabeu di Madrid, dopo un vantaggio xeneize malamente festeggiato da Dario Benedetto con una smorfia all’avversario Gonzalo Montiel, oggi in nazionale (rigore segnato con l’Olanda).

La morale di questo grande pippone allora, è che a parlare troppo e a sproposito si rischia sempre. È come escupir para arriba, sputare in alto, per aria. Perché ciò che sale, o è salito, o saliva (ah ah), prima o poi scende sempre. Chissà allora chi pagherà le parole di troppo, oggi, se quegli hinchas argentini fuori luogo, desubicados, o lo spocchioso Kylian Mbappé, che lo scorso giugno si era permesso di snobbare Brasile e Argentina, affermando che a causa dello scarso livello delle eliminatorie sudamericane Seleçao e Selección non potevano essere considerate degne candidate al titolo. «Giocano un futbol meno avanzato che in Europa, è quello che si è visto agli ultimi mondiali».

 

LA SCALONETA-GALLINA E LA RUGGINE GALLARDO-DESCHAMPS

A seconda di cosa ci fa comodo, a seconda di come vogliamo interpretare testi e segnali, spesso ripetiamo che il pallone, come la vita, può presentare il conto di certi peccati e concedere seconde opportunità. Per l’Argentina, la finale di oggi è in primo luogo la rivincita della debacle russa del 2018, la seconda parte di un ipotetico saldo con il passato, cominciato in semifinale con la Croazia. Un copione fin troppo perfetto e rotondo, quasi da Netflix. Per Leo Messi, è la chance di non dover sfilare un’altra volta di fianco alla coppa senza poterla toccare. Come nel 2014, quando era più veloce e travolgente, ma senza barba e meno tranchant. Probabilmente all’epoca non avrebbe detto «cosa guardi scemo» a Schweinsteiger, sospettiamo.

A riguardare la finale del Maracanà con la Germania, all’ottavo minuto del primo tempo lo troviamo sulla fascia destra, impegnato in una vertiginosa corrida che ricorda tanto quella di martedì scorso con la Croazia. Proprio quella là. Magari un po’ più veloce e diretta, con meno finte e frenate, e con Hummels che rimane più staccato rispetto al mascherato Gvardiol. Messi entra in area, arriva sul fondo e da una posizione molto simile a quella da cui servirà Julian Alvarez per il definitivo 3-0, mette la palla in mezzo, sempre di destro, ma con un tocco un po’ più arretrato, che non trova il compagno Enzo Pérez, uno dei perni del River Plate Campione d’America nel 2018.

A tal proposito, vale la pena ricordare come il River rimanga il club da cui la Nazionale ha storicamente attinto più giocatori, nonché la fucina del così detto nucleo Gallina della Scaloneta, composto da Gonzalo Montiel, Germán Pezzella, Guido Rodríguez, Enzo Fernández, Ezequiel Palacios e Julián Álvarez.

Un orgoglio per i tifosi che oggi camminano a testa alta, con la camiseta e lo scudo bene in vista, rivendicando il valore dei pichones di Marcelo Gallardo. I pulcini allevati dal DT Campione D’America 2015 e 2018, che in un futuro non lontano potremmo vedere in Europa. Dove da trequartista, tra 1999 e 2003, aveva vestito la maglia del Monaco, condividendo lo spogliatoio con figurine quali Patrice Evra, Rafa Marquez, Vladimir Jugovic, Ludovic Giuly, Dado Prso, Florin Raducioiu, Oliver Bierhoff, Christian Panucci e Marco Simone (e ci fermiamo qui per eccesso di nostalgia). Dalla Francia, Gallardo se ne andrà per irrisolvibili dissapori con un tecnico giovane, che non esitò a definire manipolatore e disonesto: Didier Deschamps.

 

IL PRINCIPITO LEO

Esiste allora la tentazione di dire che sì, che un Messi più camminante, più spettatore e più flaneur, ha finalmente trovato nel ragno Alvarez il fido Sancho Panza che gli era finora mancato. Spettatore privilegiato di una discesa diventata a suo modo storica, come Valdano lo fu di un’altra, diventata mito, ma senza la benedizione dell’ultimo passaggio sotto misura. Osservatore di una scena di cui è allo stesso tempo attore e scintilla, il Messi Flaneur, con tanto di cilindro e bastone, è diventato quindi l’ambasciatore nel deserto del più europeo tra i paesi latinoamericani. Un paese che ebbe come direttore del servizio aeropostale Antoine de Saint-Exupéry, il cui Volo Notturno si dice pensato sulla tratta di cielo tra Buenos Aires e Rio Gallegos. Un paese che per esistere, per sentirsi parte del mondo, parte della civilizzazione e non mera appendice della barbarie, ha spesso atteso il riconoscimento del Vecchio Mondo, e in particolare dell’adulata Francia. Succedeva con Borges e Piazzolla, celebrati prima all’estero e poi in patria, ed era già successo a inizio secolo con il Tango, riscattato dai bassifondi ed elevato a moda – previo riconoscimento di Parigi – durante gli irripetibili anni del boom e del tirare manteca al techo, “burro contro il soffitto”, come disse il pilota Martín de Álzaga Unzué, detto Macoco, dandy e playboy marplatense morto in disgrazia. Ridisegnata secondo i dogmi antisovversivi di George Haussmann, la Parigi d’America importava architetti e urbanisti francesi e costruiva mercati sul modello parigino (il Mercato dell’Abasto sarà affidato allo stesso architetto della Bombonera, Victor Sulcic). Nasceva così la prima vera metropoli moderna del Sudamerica. Il principale scenario latino-americano della cultura meticcia, per dirla con le parole di Beatriz Sarlo: modernità europea e differenze rioplatensi, accelerazione e angustia, tradizionalismo e spirito rinnovatore, creolismo e avanguardie.

Che vinca o perda quest’ultima sfida, il Messi Flaneur, finalmente, potrà tornare a casa come il nuovo Gardel di questo secolo. Piccolo Principe (o Principito) in volo tra Obelisco, Torre Eiffel e un Rinascimento che – forse – è già più in marcia di quanto crediamo.

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