I diari della bicicletta di Massimo Troisi

È più originale fare il postino. Noi poeti siamo tutti obesi

Philippe Noiret, “Il postino”

 

  ▻  Così cominciò e così finì, l’attraversamento leggero del cinema da parte di Massimo Troisi. Su una bicicletta. Aveva in tutto un’ora di film alle spalle nella sua carriera, quando montò in sella per le strade di Firenze, emigrante, sì, mentre Lello Arena prometteva inutilmente di farsi leggero leggero. Tredici anni più tardi, per le ultime scene mai girate, Troisi si appoggiava invece all’anti-cavallo nei panni di Mario Ruoppolo, postino di Neruda, mentre una controfigura pedalava al posto suo e del suo cuore malato, sui saliscendi dell’isola di Procida

Nell’anno in cui è capitale italiana della cultura, nel prendersi la rivincita su Capri e Ischia, la più piccola delle creature del Golfo si fa celebrare dal Giro d’Italia, dall’omaggio dello sport più letterario e più frequentato dai nostri scrittori. Una festa a distanza. Il Giro a Procida non mette piede e non si vede come potrebbe. Non c’è spazio. 

Su per le colline verso la campagna, la mia isola ha straducce solitarie chiuse fra i muri antichi, oltre i quali si stendono frutteti e vigneti che sembrano giardini imperiali. Ha varie spiagge dalla sabbia chiara e delicata, e altre rive più piccole, coperte di ciottoli e conchiglie, e nascoste tra le grandi scogliere. Questa è l’Isola di Arturo di Elsa Morante, lo scenario per la storia di un orfano di madre che passa l’adolescenza nella sua isola, aspettando il ritorno di un padre idealizzato come un eroe. Nel libro che diede lo Strega alla scrittrice romana, Procida non è mai nominata ma si riconosce. In bici può attraversarla al massimo un postino partorito dalla fantasia di un verboso sudamericano (Skarmeta) e rappresentato da un interprete afasico. 

 

Il sito A Tutto Smile ha parlato di ciclosofia di Massimo Troisi. 

L’ultimo giro di vita e di cinema Troisi lo volle pedalare. Poteva scegliere un coupé, congedarsi con un sorpasso, sparire dai finestrini di un treno fumante o andarsene via su un aereo come fa l’asmatico Che nel film I diari della motocicletta. Ha preferito una bici, così simile a quelle dei fraterni nemici Don Camillo e Peppone, la più umile delle bici, autentica icona di poesia, supremo elogio della lentezza. Nei suoi film Troisi non corre mai e raccomanda l’arte di passeggiare. Ha creato personaggi che camminano, pedalano o tutt’al più stanno fermi come il barbiere Camillo in Le vie del Signore sono finite, psicosomatico che sceglie d’inchiodarsi, quando gli conviene, su una carrozzella. La sua poetica sembra ispirarsi a quei filosofi che seminavano idee camminando come i peripatetici Socrate, Aristotele, Kant, Heidegger e Rousseau, il quale in Passeggiate solitarie, confessò: «Non posso meditare se non camminando: appena mi fermo non penso più». Le sue pellicole non sono motorizzate perché i suoi antieroi non gareggiano né rincorrono, ma passeggiano per sciogliere un sentimento, scovare una soluzione, imbastire consolazioni. In Non ci resta che piangere l’auto dei due protagonisti si ferma a un passaggio a livello ed esce immediatamente di scena. Nella stessa pellicola il bidello Troisi è costretto dal maestro elementare Benigni a rincorrere Cristoforo Colombo ma è una rincorsa lenta, a piedi o in barroccino, che si rivelerà inconcludente. In Scusate il ritardo un’infinita passeggiata sotto la pioggia, con sosta mitica sulle scale, diventa simbolo della pellicola. Una camminata fracida, nemica del chiarimento, persa nella notte, in cui Vincenzo (Troisi) non riuscirà a placare il cuore del lasciato Tonino (Arena) e si ritroverà il giorno dopo a letto con un’inarrestabile febbre. In Ricomincio da tre Gaetano, facendo l’autostop per raggiungere Firenze, sale sull’auto di un aspirante suicida che va a tavoletta per farla finita. «Andate piano… andate piano… andate piano» ripete spaventato in macchina. Solo un folle può correre o un pazzo d’amore se si pensa all’unica accelerazione presente nella filmografia di Troisi: la spettacolare corsa intorno al palazzo che un Gaetano invaghito improvvisa per inscenare un incontro casuale con Marta. Per il resto è tutto un “andare piano e liggieri”. Così è scritto nei diari della bicicletta di Massimo Troisi

 

Ne usò due per girare il suo ultimo film. Una è stata messa all’asta dalla sorella Anna Maria. Era rimasta nel giardino della sua villa a Ostia, il luogo pasoliniano dove Troisi è morto. Con i cinquemila euro del ricavato sono stati comprati strumenti per il reparto di neonatologia del Grassi. L’altra bicicletta del set è in esposizione permanente presso Villa Bruno, in San Giorgio a Cremano, Il Giro guarderà l’isola della cultura e del Postino da quest’altra parte della riva, da Napoli, dalla porzione flegrea della sua costa, dove uno dei promontori si chiama Monte di Procida. 

 

    PAGINE | L’ultimo traghetto per Procida partiva da Pozzuoli: il secondo giorno, con le spalle in fiamme, Biagio lo vedeva rientrare sull’isola, giallo come un postale dei fiordi norvegesi. Marina era scesa a trovare campo per il cellulare, chiamare i nonni, e arrampicandosi verso il carcere aveva pensato che non le piaceva veramente la spiaggia quanto le piacevano invece i fichi d’india che sbucano dal tufo di Terra Murata, e le vecchie che si anticipano la messa della domenica, e le biciclette. Ne aveva affittata una. Era tornata con quella, scampanellando sotto il balcone della stanza” – di valeria parrella, Per grazia ricevuta

 

Le biciclette nei romanzi di Napoli

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Qui le bici affollano le pagine più che altrove. La bici è desiderio. Ho trovato, sotto il mio cuscino, un suo biglietto con queste parole: E ora me la compri la bicicletta?, scriveva già Giuseppe Marotta in Strettamente confidenziale. La bici è una solenne ricompensa. Ho sempre desiderato che qualcuno, particolarmente soddisfatto del mio lavoro, mi regalasse una bicicletta(ancora Marotta, I Dialoghi). Oppure prendete Domenico Rea. Pedalare tra le sue pagine è uno struggimento d’amore. Sulla bicicletta lei disse: – Non dire niente a nessuno. – Sarei pazzo. Io ti amo… – Ci vediamo domani alla stessa ora e allo stesso posto si legge in un passaggio di Ninfa Plebea. È attraente, seduce, sfila come una modella, col telaio rivestito di un manicotto di pelliccia grigia, con i raggi luccicanti come la ruota del sole all’aurora questo aggiunge invece è Una vampata di rossore.

La bici, quando scrive Peppe Lanzetta, porta con sé fragori di gioia. 

Domenica di maggio di bambini esplosi nel giocare sui pattini in villacomunale, sulle bici, persi nei palloni di tutte le misure, persi nelle Tshirt, nelle tute, felpe, canottiere e le mamme apprensive mollano un po’ la presa (Un amore a termine). E ancora: Era una calda giornata di fine giugno. L’appartamento di Rosa era in un parco popolare a ridosso di via Epomeo, gente che va, gente che viene, bambini, ciclomotori, biciclette, panettieri, salumieri, ragazzi che portano la spesa, casino, clacson. (Incendiami la vita).

È un oggetto a cui non si rinuncia lasciando casa. Le macchine sfilavano con i materassi attaccati sopra, e sopra i materassi quasi sempre delle biciclette e delle bagnarole (Figli di un Bronx minore, sempre Lanzetta). È un oggetto di sogni e di visioni. È una porzione di meraviglia per Raffaele La Capria, che la fa sbucare a sorpresa nel suo Ferito a morte: E quel…? Sott’acqua le cose acquistano meraviglia. Ah! È una gomma di bicicletta. Stamattina pure se si muove un mazzone – come le lucertole si muovono, mimetizzati nella sabbia – pure quello puoi vedere. Con un’acqua così!.

La bicicletta è il domani. È promessa di giorni migliori, come scrive Domenico Starnone in Fuori registro: Anch’io non ho mai associato l’avvenire radioso ai raggi del sole. Piuttosto ho pensato sempre ai raggi della bicicletta. Mi immaginavo l’avvenire come una pedalata che misteriosamente trasformava l’ordinato intrico di segmenti metallici in un disco compatto di aria raggiante. Gli venne incontro con aria raggiante, avevo letto alle elementari e l’avvenire era finito lì dentro, nel vortice radioso che permetteva ai miei compagni chini sul manubrio di corrermi incontro per la piazza. Il futuro era possedere una bicicletta

Ma la bici è anche presente, compagna di fuga e di avventura. Ancora Starnone, stavolta in Via Gemito: Mio padre sapeva il fatto suo. Viaggiò in bicicletta per i boschi, tra frulli e lamenti di uccelli notturni, finché non trovò un macellaio in una sperdutissima campagna. Lì spese tutte le tremila lire che aveva e tornò a casa con otto chili di carne. Per ingannare gli eventuali ladri, ordinò alla moglie di confezionare delle sacche di tela impermeabile. Se le fece sistemare addosso: quattro sotto la camicia, che gli scendevano su spalle e petto; due sulle cosce; due sui fianchi, sotto i pantaloni. La carne era gelata e a quel contatto sulla pelle si sentì morire per il freddo e il ribrezzo, ma poi si fece animo. Salutò Rusinè, salutò il figlio e partì per Napoli. Pedalò alacremente sfuggendo ai ladri. Pedalò con un’espressione così feroce sul viso, che non solo poliziotti e guappi evitarono di disturbarlo, ma nessuno per strada si azzardò a dirgli nemmeno buongiorno

È ancora più apocalittico Ruggero Cappuccio in Fuoco su Napoli: Alle spalle di tutti, un uomo in bicicletta si ferma: estrae da una tasca dell’impermeabile una calibro nove con caricatore bifilare e spara. Spara. Spara. I quattro motociclisti sono tutti feriti, solo uno di loro ha sventagliato una raffica di proiettili contro il ciclista, ma è andata a vuoto. Un altro corre via tenendosi un braccio

Un Giro d’Italia a Napoli era stato ambientato per intero da Luigi Compagnone in Dentro la Stella. Una corsa in scala, in miniatura. Scrisse: Grandi amici e grandi campioni ciclisti, noi: Learco Guerra lui, io Alfredo Binda. Si prendeva a fitto le biciclette, e il quartiere Stella diventava Italia, pianure e montagne, e Giro d’Italia per noi due, ragazzi di undici anni.

Al vero Giro prese parte come inviata per l’Europeo Anna Maria Ortese, romana, cresciuta a Napoli, la città della sua ispirazione. La bicicletta contagiò pure i suoi romanzi.

 

    “Passarono operai per andare a riparare la fogna – preceduti dal portiere – salì, al quinto piano, un vero portalettere, con un espresso e dei fiori per il Marchese. La ragazza del terzo piano uscì, in bicicletta, con degli amici(In sonno e in veglia). 

Si movevano con un sorriso fiducioso in mezzo ai figlioli magri, distratti, terribili, che passavano in mezzo ad esse a testa bassa, urtandole con la fronte e le mani dure, mentre accompagnavano amorosamente una bicicletta (La lente scura, scritti di viaggi)

I viali centrali sono continuamente affollati da bambini e bambine della borghesia, che vi portano le loro biciclette e i monopattini (Il mare non bagna Napoli)

 

 

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