La sera, a Sheffield, i caffè e le lobby degli hotel si riempiono di gente che va a prendere qualcosa. Nella città degli Arctic Monkeys e dell’industria siderurgica in crisi, la scena muta a fine aprile, quando arriva il circo del biliardo con le finali dei Mondiali. Solo i giocatori non si uniscono alle tavole dove sfilano boccali e bicchieri.
“Come lavoratori forzati del panno verde, anche di notte si chinano su tavoli scarsamente illuminati”, raccontano Marnik Geukens e Bart Lagae sul giornale belga Het Nieuwsblad. Inizia così il loro reportage-inchiesta sulla depressione nello snooker. I tre migliori giocatori al mondo l’hanno conosciuta e l’hanno affrontata. “Cosa rende così vulnerabili i praticanti di questo gioco?”, si domandano.
Il sei volte campione del mondo Ronnie O’Sullivan non ha mai nascosto il suo rapporto di amore-odio. «Probabilmente – disse sei anni fa alla BBC – non sono nato per giocare a biliardo, ma per fare qualcosa con una palla. Avrei preferito praticare uno sport che si adatta meglio al mio temperamento. Il biliardo è difficile. Ci vuole lavoro, energia e tempo. A volte mi chiedo: perché lo faccio? Mi è stato imposto, come il tennis a Serena Williams e il golf a Tiger Woods».
Ai tempi di questa dichiarazione, O’Sullivan era reduce da un ricovero in ospedale a Londra per una crisi di nervi, che lo aveva portato a sfasciare il suo camerino dopo la partita di primo turno dei Mondiali. Tre giorni dopo, venne dimesso. Tornò a Sheffield per giocare ancora e perse.
L’attuale numero due della classifica, Mark Selby, ha raccontato a gennaio di avere avuto anche lui problemi di depressione. Una grossa sorpresa nel suo mondo, dove era noto per la sua forza mentale. Selby è soprannominato The Jester from Leicester, il giullare di Leicester, perché mentre gioca ride. Ha uno stile difensivo, esasperante, la sua strategia consiste nel far sbagliare gli altri. Se fosse un tennista, lo diremmo un pallettaro.
“Giocare contro di lui – scrive l’Het – è come combattere contro un muro. È stato uno shock quando si è scoperto che il muro traballava”. Luca Brecel, giocatore belga, dice: «Sembrava indistruttibile, terrorizzava tutti noialtri». Se ha ragione la baronessa Focale di Paolo Sorrentino, se non si sa mai cosa succede veramente nelle case degli altri, figuriamoci se possiamo sapere cosa succede nei loro cuori. Selby avrebbe raccontato di non aver provato mai una emozione, nel vincere le partite di biliardo. Ha staccato la spina a gennaio e solo dopo aver consultato i medici ha deciso di partecipare ai Mondiali.
Il numero tre è Neil Robertson, ricoverato nel 2017 in ospedale per depressione e dipendenza da alcol. “Da dove viene la vulnerabilità emotiva dei giocatori di biliardo Il collegamento è individuabile con il background sociale. Il padre di O’Sullivan – racconta il giornale belga – era in prigione con l’accusa di omicidio quando lui iniziò a sfondare come giocatore professionista. Anche altri ex giocatori hanno avuto gli stessi problemi, come Alex Higgins o Mark Allen. Provengono da contesti difficili. Ma anche calcio e boxe reclutano i loro atleti nella classe operaia britannica. Le interviste con i giocatori di biliardo indicano allora che c’è qualcosa nello sport stesso, a spingerli mentalmente al limite”.
«Siamo sempre soli – dice O’Sullivan – e non solo durante i tornei, ma anche durante gli allenamenti. Ci si allena meglio da soli, la concentrazione è ottimale. Ma non è salutare, colpire come degli invasati le palle dalle quattro alle cinque ore al giorno in una stanza chiusa».
Stiamo parlando peraltro di una disciplina che in alcuni Paesi è una specie di religione. I Mondiali di biliardo fanno mezzo miliardo di telespettatori in tutto il mondo, la metà in Cina.
«Mi piace avere qualcuno con me durante un torneo – dice Luca Brecel – di solito è la mia ragazza Gaelle, mio padre o un amico. Leggo molti libri di psicologia, perché mi affascina. Provo a camminare o correre. Non è sempre facile addormentarsi subito, quando si rientra in albergo. Sei anni fa ho sofferto di iperventilazione per sei mesi. La chiave per il recupero è non lasciare che le emozioni diventino estreme. Non devi impazzire di gioia quando vinci, non devi pensare che il mondo finisca dopo una sconfitta».
Tanti altri sport sono un regno di solitudine. Qual è l’unicità del biliardo? Het Nieuwsblad spiega che nel tiro con l’arco o nelle freccette, ogni atleta ha un certo numero di colpi. Si alternano. Al biliardo invece vieni al tavolo solo se il tuo avversario sbaglia.
«Ogni giocatore di biliardo lo sa: le partite si vincono e si perdono sulla sedia», questo è il parere di Eddy Merckx, un altro che di solitudine ne sa. Lui la cercava. Andando in fuga. «Una delle cose che si impara prima è stare seduto sulla sedia, seguire il gioco del tuo avversario. Non dovrebbe farlo, perché si perdono energie inutili. Bisognerebbe solo stare calmo e aspettare che tocchi a te».
Ma l’attesa consuma. «Quando mi siedo su quella sedia – dice Brecel – finisco con la testa in un altro mondo. Certe volte mi metto a pensare a cose divertenti da fare il giorno dopo».
Adesso O’Sullivan sta provando un’altra terapia. Camminare. Dice di non aver mai visto infelice il corridore Joshua Cheptegei. «Come puoi essere infelice dopo aver camminato per 42 chilometri? Camminare ti dà una naturale sensazione di felicità. Allora mi alzo, cammino, faccio una doccia e penso: – Che bello, ho ancora qualche partita di biliardo da giocare».