Imola è più rosso fuoco che rosso bandiera
Andrea Costa
Viaggio sentimentale – e nel tempo – intorno alla città di Imola, a cavallo tra l’Emilia e la Romagna. Dove due grandi italiani del Quattrocento-quasi Cinquecento si frequentarono e dove il colore rosso è dappertutto. Aspettando la tonalità Ferrari nel week-end della F1. Di nuovo con il pubblico in tribuna
▻ Rosso è il colore di questa terra, con un lembo in Emilia e l’altro in Romagna, dove la valle appenninica del fiume Santerno si mescola alla pianura Padana, a cavallo del trattino posto fra i due nomi. È il rosso dell’antica nobiltà di sangue della figlia dell’imperatore Teodosio, andata in sposa al re dei Visigoti proprio in questa città. È il rosso che tinse “un funerale d’altri tempi” come Valentina Desalvo chiamò su Repubblica quello dell’anarchico Andrea Costa nel gennaio 1910, “il più antico esempio di documentario girato in Emilia-Romagna: nel filmato si vede il corteo funebre – movimenti di massa, come recita il titolo del cofanetto – che si sposta tra Imola e Bologna seguendo il feretro. Rossi erano i ciclisti che tre anni dopo parteciparono a un convegno di socialisti in bici, “testimonianza del rapporto tra la politica, le classi popolari e lo sport che si stava sviluppando”.
È il rosso delle bandiere di Marco Bellocchio, il regista che a Imola venne a girare il suo La Cina è vicina. La sede del partito socialista, la cui facciata viene imbrattata da simpatizzanti maoisti con la scritta che dà il titolo al film, è Palazzo Miti-Zagnoni, in Via Emilia 44. Oggi è la sede della CGIL. L’edicola dove il professor Vittorio Gordini Malvezzi compra il giornale che riferisce la notizia della sua candidatura nel PSI si trovava in Piazza Caduti per la Libertà. Il cinema nel quale entra, è quello in via Emilia 214. Se la svigna quando nota all’interno della sala il fratello Camillo, maoista pure lui. Dagli anni 70 al suo posto c’è un negozio di moda, il Dune Buggy. E il palazzo in cui i maoisti boicottano un discorso di Vittorio, con la collaborazione di un gatto e alcuni cani, è l’ex sede ENAL in via Felice Orsini 13.
Rosso è il colore della Ducati: Borgo Panigale è a una cinquantina di km. Rosso è soprattutto la Ferrari: da Maranello i km sono una novantina. L’Équipe ha mandato un inviato a raccontare – ovviamente – “la febbre rossa”, il ritorno della folla intorno a un GP che era sparito dalla scena e che il calendario ha ripescato come supplente in pandemia. Ha offerto per due anni ospitalità a porte chiuse, da oggi apre i cancelli al pubblico, con tutta la sua storia di lutto e dolori. Imola è l’ultima corsa di Ayrton Senna. Imola è l’ultimo giorno di pace tra Gilles Villeneuve e Didier Pironi.
“Le piccole strade provinciali dell’Emilia-Romagna – ha scritto Alessandro Pitzus per L’Équipe – hanno un fascino unico. In questa cornice bagnata da un sole dolce e da un cielo azzurro, emerge un certo tepore, mentre scorrono le case in mattoni di un altro tempo e pascoli a perdita d’occhio. Una sensazione di calma si diffonde lungo i chilometri inghiottiti da questa nostra vecchia Fiat 500, la musa della dolce vita locale”.
Prima che la vita fosse dolce, a Imola è stato il tempo delle congiure. L’americano Michael Ennis ha ambientato qui il suo romanzo The malice of Fortune, tradotto da noi con La congiura di Machiavelli (Newton Compton). Se fosse un film del ciclo I Bellissimi, Emanuela Folliero lo presenterebbe così: «Una catena di omicidi porterà due noti toscani a unire le proprie forze nelle indagini. Uno è Niccolò Machiavelli, inviato a Imola quale diplomatico di Firenze, l’altro è Leonardo da Vinci, in città come ingegnere militare. Quest’ultimo metterà in gioco il suo metodo di osservazione scientifica, Machiavelli sfrutterà la sua abilità d’indagine sulla natura umana. Ma – amici – non aggiungiamo altro, per non rovinarvi il finale».
◆ REWIND Due grandi che però non guidavano | Leonardo da Vinci era a Imola su invito di Cesare Borgia. L’anno è il 1502. La rocca aveva subito danni e aveva bisogno di lavori. Leonardo buttò giù due schizzi e per l’occasione disegnò pure la mappa della città di Imola, probabilmente prendendo come spunto un precedente studio di Danesio Maineri. In quel periodo le Croniche degli historici riferiscono di codesto Guidarello Guidarelli di Ravenna, un soldato del Duca, che aveva prestato “una camisa a la spagnola al nobile Virgilio”. Succede allora che l’ultimo giorno di febbraio (1501) si tiene a Imola un gran ballo in maschera. Guidarello ci vorrebbe andare, apre l’armadio e scopre che non ha niente da mettersi. La fata Smemorina era impegnata con Cenerentola, così lui pensa: – ohibò (tipica esclamazione cinquecentesca), vado a riprendermi la mia camisa. Con insistenza la chiede e la esige a messer Virgilio. Non esistendo ancora la possibilità di denunciare per stalking, quello prende la spada e zac, ammazza il Guidarello, prendendosi l’aggravante dei futili motivi. Altro rosso, come si vede. Cesare Borgia lo viene a sapere, sbuffa e fa tagliare la testa a Virgilio, che di cognome pare facesse Orsini. Non chiedete chi si è preso dopo la camisa.
Della mappa leonardesca di Imola e dell’incontro con Machiavelli, ha scritto Alessandro Baricco in Barnum.
“Poi magari neanche gli chiedevi l’autografo, ma intanto li avevi visti, e qualcosa da raccontare, per sempre, ce l’avevi. Leonardo decise che quel che voleva fare era una veduta aerea della città: una pianta, esatta, fatta come una fotografia da un aeroplano. Con un colpo d’occhio perfettamente ortogonale alla superficie della terra. All’aeroplano non c’era ancora arrivato, alla fotografia nemmeno: ma era un dettaglio: lui, lassù, a fotografare, già c’era. Con la testa, già c’era. Di una bellezza da rimanere secchi. Non si è sicuri di come sia riuscito a farla. Ma una delle due ipotesi più fondate è commovente: si è fatto tutta la città contando i passi e misurando gli angoli: e alla fine ha preso tutti quei numeri e li ha convertiti nello sguardo di un’aquila di passaggio. Il fatto è che io me lo vedo camminare rasente i muri, e scavalca pozzanghere e merde di cavallo, sempre a testa bassa, contando. E poi annotando. E poi passando all’isolato successivo, e la gente, intorno, a pensare ma guarda ‘sto pazzo. E alla fine, nel suo studiolo, con inchiostro e acquerelli, compiere con divina naturalezza uno sforzo titanico e mettere su carte l’immagine che quei numeri erano, sì, ma solo allo sguardo di un aereo, o di Dio. E non riesco a non pensare che questo sarebbe davvero bello, e salvifico, saper fare mappe del genere, ma non di Imola, della vita: misurare passo dopo passo quel che ti succede e poi riuscire a decollare guardando da lassù, saper numerare gli istanti ma anche vedere gli anni, riuscire a camminare e volare, vivere e capire, simultaneamente. E se guardo quella pianta, la trovo a modo suo struggente, perché forse non è esattamente Imola, ma è esattamente ciò di cui non c’è stato concesso d’esser capaci”.
Non c’è il rosso sulla mappa di Leonardo, ma il giallo e l’azzurro, delicati, a segnare le case, i canali, i prati, le strade, le mura, il fiume. Il fiume, dice Baricco, che a Imola, se lo tocchi, “quel che senti è seta”.
In una intervista al quotidiano locale Sabato Sera, lo scrittore americano Michael Ennis disse tempo fa che il Principe di Machiavelli è nato a Imola. In una nota al suo testo, lo paragona all’Hannibal Lecter del Silenzio degli Innocenti, «perché rappresenta un serial killer raro nella vita reale: il serial killer “altamente organizzato”. Uno dei miti sui serial killer è che sono geni criminali, ma la maggior parte di loro in realtà non è brillante e ha poco self-control. Mentre il serial killer organizzato è spesso abile a vivere una vita ordinaria nascondendo astutamente la sua vera natura anche alle persone più vicine a lui. La ragione per cui vediamo raramente questo tipo di serial killer oggigiorno è perché sia nell’economia che nella politica questo tipo di psicopatico può avere successo e soddisfare il suo narcisismo spietato senza dover uccidere nessuno: un recente studio mostra che i leader politici e gli amministratori delegati delle grandi multinazionali sono più soggetti delle personi comuni a mostrare tratti di personalità psicopatica. Il Principe, usato come manuale per la leadership economica e politica, sembra suggerire che un principe avrà successo adottando un atteggiamento senza coscienza, amorale ed egoista, simile a quello di uno psicopatico – ad esempio uccidendo oppositori politici senza esitazione o compassione se necessario. In questo senso, il Principe di Machiavelli è uno psicopatico».
Anche Charles Leclerc lo chiamano il Principe. Solo che al massimo può essere un serial winner tra la folla.
pagine “Nella vita, mi era capitato di sedermi su un cuscino dorato degli appartamenti vaticani e guardare le mappe che guidavano i nostri navigatori verso le nuove terre. Ma non avevo mai visto niente del genere – da La congiura di Machiavelli, di Michael Ennis
◆ PANORAMI Il popolo intorno alla pista | Alla folla Imola era abituata. Negli anni dell’età dell’oro, c’era chi si dava appuntamento anno dopo anno, allo stesso prato, la stessa piazzola, “prenotati come l’ombrellone a Viserbella” (Jenner Meletti, Repubblica).
Matteo Aglio su la Stampa racconta stamattina che “ci sono piste asettiche nella loro perfezione, disegnate dai computer, calcoli sull’asfalto, quasi una tesi ingegneristica. Altre seguono la terra, si fanno guidare dalla fantasia ed emozionano solo a guardarle. Imola fa parte della seconda categoria, difficile e ignorante, come si dice da quelle parti, dove usano l’aggettivo come un complimento. Ignoranti sono i piloti, i cavalli, anche i circuiti. Il Santerno immerso nel verde, vicino alle case, come i vecchi tracciati stradali, la pazzia della velocità che irrompe nella quotidianità. Non poteva non portare il nome di Ferrari, Dino prima e insieme con Enzo poi, dal 1988. Il Drake quella gara l’aveva sempre voluta, un gran premio dove le corse non sono né sport né spettacolo, ma religione pagana e appagante, esclusiva. Per avere quella gara Imola dovette aspettare per anni, fino al 1980, quando ci arrivò quasi per caso, a causa dei lavori sulla rivale Monza. Fu amore a prima vista e dopo essere stato gp di Italia per una volta, lo diventò di San Marino per 26 anni. Così la Ferrari aveva la sua gara di casa, i tifosi il loro tempio. Una domenica all’anno in cui proclamare la loro fede, gioire e ingoiare bocconi amari”.
La fede. Ventuno anni fa, a Imola si corse la domenica di Pasqua. Il vescovo, monsignor Giuseppe Fabiani, non la prese bene. «Le nostre chiese – si lamentò – sono tutte vicine all’autodromo, i fedeli saranno disturbati». Anche il sindaco, Massimo Marchignoli (un diessino dell’epoca) gli diede ragione. «Condivido l’inquietudine vissuta dalla comunità cristiana. Ma il calendario della Formula 1 non è deciso dal Comune», si difese. La Sagis che gestiva il circuito, annunciò che il suo commissario straordinario, Gianfranco Tomassoli, avrebbe organizzato tre messe, una delle quali in diretta sui maxischermi. Trovarono un prete disponibile nel parroco di Maranello.
La Curia si oppose. Voi suonerete i vostri motori, noi suoneremo le nostre campane. Non potete fare tutto da soli, il canto e il controcanto.
“Invocheranno sole caldo bollente – scrisse Meletti su Repubblica – i gestori di stand con birra e gelati. C’è una baracca ogni cinquanta metri. Ci sono anche mega furgoni, veri e propri ristoranti con le ruote, che dicono di essere «un punto fermo nella gastronomia mobile». Se ci sarà freddo, chi mai chiederà bibite gelate? Guardano il tempo, controllano i serbatoi e pregano anche i contadini di Imola e dintorni. Se Giove Pluvio vuole accontentarli, ecco i loro desideri. Oggi bel tempo, domani bel tempo fino all’ora della gara (così migliaia di auto parcheggiano nei prati). Durante il Gran Premio, un bel diluvio. E allora scatta l’Operazione Traino. Centinaia di trattori partono dalle cascine e passano, per caso, accanto ai parcheggi pieni di fango. Per caso si fermano un attimo per ascoltare le invocazioni degli automobilisti e camperisti nella melma fino alle ginocchia. «Uno strappo fino all’asfalto? Prego, l’aggancio subito. Fanno centomila». In anni buoni, con gli acquazzoni arrivati al momento giusto, c’è chi ha incassato più con il traino che con le barbabietole”.
Pare che possa piovere anche stavolta. Scaldate i trattori. Imola è fatta così.