Atene 1896. Un compagno di doppio per caso

HO FATTO LE OLIMPIADI | CERTE VITE TRA I CERCHI  #1

DI ELENA BUONOCORE

 

1896 ► John Pius Boland era il figlio di un fornaio di Dublino. Rimase orfano all’età di 12 anni, quando i genitori adottivi gli insegnarono a tirare una palla dall’altra parte di una rete, un gioco che scoprì si chiamava tennis. Che ne sapeva lui, gli piacevano il cricket e il rugby. Era stato all’Università di Londra ma al Christ Church College di Oxford aveva conosciuto un tale Konstantinos Manos, invitato a parlare di questo bizzarro progetto che prevedeva la rinascita delle Olimpiadi. Boland e Manos diventarono amici al punto da passare le vacanze di Pasqua insieme, ad Atene. Manos era diventato membro del comitato organizzatore, John si convinse a iscriversi al torneo di tennis. Ovviamente su prato. Quando vinse il singolare, si accorse di non avere un compagno per giocare il doppio.

Gli suggerirono di chiedere a un tedesco dai molti talenti e mille ingegni, un certo Fritz Traun, più noto in verità come mezzofondista, il migliore del suo paese, rimasto fuori dalla finale degli 800 metri.

Giochicchiava. Era un membro del consiglio di amministrazione dell’Heidelburg Tennis Club, Boland lo convinse, ma sì, giochiamo, cosa vuoi che sia. Un irlandese e un tedesco insieme: oggi non si può.

Avrete capito che vinsero l’oro. Traun spostò la sua inquietudine sul tennis dopo quell’Olimpiade pur battendo il record tedesco di salto in lungo, partecipando a certe gare di bob a St. Moritz, fondando la federazione di golf e collezionando automobili. 

Nell’inverno del 1902 si prese la tubercolosi e passò gran parte degli anni successivi nelle stazioni termali di mezza Europa. Sei anni ancora e sposò Friedel Preetorius, partirono per un viaggio di nozze lungo tre mesi. In macchina. Una volta di rientro in Germania, andarono a stabilirsi in un albergo di Amburgo. Finché la mattina dell’11 luglio 1908, una donna entrò in hotel e annunciò alla signora Friedel che anche lei e Traun erano sposati. Colpo di scena.

Non si è mai saputo se fosse vero o no. Nemmeno dopo che Fritz entrò in bagnò e si sparò. Non riuscì a reggere allo scandalo che ne era seguito. Lavorava per l’azienda di suo padre, Friedel era incinta e la piccola Lieselotte non l’ha conosciuto mai. 

IL PAESE

LETTURE | NON CI SONO PIU’ I DILETTANTI DI UNA VOLTA

Finalmente martedì saranno chiusi i giuochi olimpici del 1896, che segneranno il risorgere dell’amore per gli esercizî fisici nella Grecia e che furono ripresi soprattutto per gli eccitamenti.e le elargizioni impareggiabili di un privato, il signor Averoff.
La chiusura si farà dal Re colla distribuzione ai vincitori delle ricompense, che consisteranno in medaglie, finamente incise, ma non in denaro, essendosi voluto con ciò disapprovare la venalità caratteristica di tanti sportsmen moderni”

[Corriere della sera, 9 aprile 1896]

SCONFITTI  |  CARLO AIROLDI E GIUSEPPE RIVABELLA

Per molto tempo si è creduto che il solo italiano arrivato in Atene fosse Carlo Airoldi, un robusto ventiseienne lombardo di Origgio (allora nel contado di Milano, in provincia di Varese), figlio di contadini poverissimi che si inventa mille mestieri: è un po’ podista e un po’ fenomeno da baraccone (si cimenta in spettacolari prove di forza come quella di farsi spaccare pietre sullo stomaco e in sfide curiose come quella della corsa contro Buffalo Bill e il suo cavallo al Trotter di Milano, e poi contro una biga romana)”.

Così viene descritto da Elio Trifari nel suo prezioso e monumentale lavoro sulla storia delle Olimpiadi, uscito in due volumi nel 2008. Ha misure fisiche incredibili per un corridore: 120 cm di torace e 45 di bicipiti. Nel 1896 ha già disputato e vinto è noto lo sfortunato epilogo: non riesce a correre la maratona perché considerato un professionista”.

Il Corriere della sera dell'epoca raccontava così la sua storia nel mese di aprile del 1896. "L'Airoldi al suo arrivo fu molto festeggiato: il principe ereditario lo chiamò a Palazzo Reale e volle conoscerlo. Nel dialogo avuto col principe, l'Airoldi parlò anche del premio in denaro, l'unico da lui vinto nella corsa Torino-Barcellona. Ciò bastò perché il Comitato non lo ritenesse più dilettante e gli impedisse di partecipare alla gara.
Il ministro d'Italia, Pisani Dossi, telegrafò in Italia e da qui gli fu risposto che nel nostro paese non si fanno distinzioni fra dilettanti e professionisti. Ma il Comitato tenne duro, quantunque i giornali ateniesi prendessero le parti del campione italiano, che è un vero e disinteressato entusiasta del suo sport.
Il corrispondente della Bicicletta descrive il vivo dolore del povero Airoldi. Il principe Costantino di Grecia ne fu così toccato, che gli offrì di indennizzarlo di tutte le spese sopportate; ma Airoldi rifiutò. All'ultimo momento telegrafano che Airoldi ha lanciata una sfida al futuro vincitore della corsa Maratona; e cioè fare una nuova corsa Atene-Patrasso (km. 230) dandogli un vantaggio di 2 ore"

Ma Airoldi in Atene non era solo. Un lungo e minuzioso lavoro di Claudio Gregori, storica firma olimpica, di calcio e ciclismo per la Gazzetta, cronista attento sulle vicende dell’antidoping, ha completato le inchieste dello stesso Elio Trifari, Gianfranco Colasante, Ludovico Perricone, Vanni Loriga. 

Rivabella era un ingegnere italiano di Alessandria. Aveva  un’impresa edile impegnata nella costruzione di strade, ponti e grandi opere di ingegneria; nell’isola di Samos era così famoso – scrive Trifari – che ancor oggi Ripabella è sinonimo di opera mirabile; è sposato con una donna greca e l’8 aprile partecipa alla gara di tiro, ma non accede alla finale del giorno dopo: fine della storia dell’apparizione di un italiano alla prima Olimpiade dell’era moderna. Muore in Italia nel 1913” [ancora Trifari]. 

Il primo a parlare della presenza di un italiano in Atene era stato lo svedese Ture Widlund della Società Internazionale degli storici olimpici: aveva trovato una traccia  su una rivista tedesca del 1912. Una conferma era giunta dal greco Thanassis Tarassouleas, che ne riporta il nome  nella gara di tiro a segno con carabina da 200 metri. Un’altra fonte greca, il giornalista Vladis Gavrilidis lo confermava sul giornale Akropolis. Gavrilidis è stato l’uomo che ha introdotto l’inchiesta, l’intervista e il reportage nel giornalismo del suo paese. Akropolis coprì tutte le gare di quei Giochi.

La storia della ricerca finale di Gregori è QUI. Fu decisivo scoprire che Rivabella era già residente in Grecia, ecco perché non c’era traccia del della sua partenza per Atene.

Era uno degli 11 stranieri in lizza. Dei 160 iscritti solo 61 parteciparono. Conosciamo 39 nomi. Rivabella non fu tra i primi 12. Il suo piazzamento non si conosce. Non si sa quale arma usò. Gareggiò per due giorni. Poi si eclissò nel mistero. Fu il suo colpo migliore

LA FOTO

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Per molto tempo è stata considerata la foto della prima finale olimpica dei 100 metri. Nell’uomo che parte in posizione simile a quella di oggi era stato allora individuato il vincitore Thomas Burke. 

Falso. L’ortopedico statunitense Bill Mallon e l’austriaco Erich Kamper, due studiosi dell’olimpismo, nel loro Libro d’Oro delle Olimpiadi pubblicato nel 1992, hanno rivelato che in realtà la foto riproduceva la partenza della seconda batteria. Thomas Burke non vinse grazie alla sua partenza innovativa, visionaria, rivoluzionaria, eccetera. Quel signore non era Burke, ma Tom Curtis.

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