▻ La domenica in cui fu non-segnato il non-gol più famoso del calcio italiano, Torino ospitava da qualche giorno il processone ai brigatisti per i reati commessi dall’aprile del 1977 al dicembre del 1979. Patrizio Peci era stato arrestato in città l’anno prima. Era diventato il primo pentito, il primo collaboratore dello Stato. Le sue informazioni avevano consentito al generale Dalla Chiesa di individuare il covo in via Fracchia a Genova. Ma in aula, in quei giorni di inizio maggio 1981, Peci non c’era. La sua presenza era stata considerata un problema per l’ordine pubblico. I brigatisti erano rinchiusi in sei gabbie, divise tra loro da vetri antiproiettile, e le abitavano secondo la rispettiva categoria di appartenenza. I pentiti, i dissociati, gli accusati e gli irriducibili.
Alla prima udienza chiesero l’attenuazione delle misure e lessero un documento con il quale rivendicavano il sequestro dell’assessore regionale campano Ciro Cirillo, avvenuto la sera del 27 aprile nel garage di casa sua a Torre del Greco. Un commando di cinque uomini aveva ucciso l’agente di scorta Luigi Carbone e l’autista Mario Cancello. L’Italia era già nei giorni del terzo anniversario dell’omicidio di Aldo Moro, quando nell’aula A del prefebbricato alle Vallette, un lungo comunicato con 19 firme affidato alla lettura di Vincenzo Gagliardo, ex capo della colonna veneta, rivolgeva minacce ai pentiti e alla stampa.
Antonio Ferrari sul Corriere della sera scrisse: “È evidente che la foga con cui i terroristi minacciano, direttamente e indirettamente, chi si è dissociato dalla lotta armata, rappresenta il tema centrale del processo. È accaduto anche un episodio che non sapremmo se definire curioso o grave. Una donna, con la toga piegata sul braccio, avrebbe superato per un giorno tutti i controlli e sarebbe riuscita a raggiungere le sedie degli avvocati, con un semplice passepartout: Sono il difensore di Peci. Ieri, dopo aver millantato un rapporto di parentela con il generale Dalla Chiesa, è stata fermata da un agente, che ha insistito per vedere il suo tesserino professionale”.
A Roma, il giorno prima della partita contro la Juventus che tutta la città aspettava, una ventina di giovani a volto coperto e con le pistole in pugno, avevano bloccato tre autobus in Corso Vittorio gridando «fuori i compagni dalle galere», costringendo passeggeri e autisti a lasciare i mezzi. Avevano poi lanciato all’interno degli autobus alcune molotov e una bomba contro la sezione del PCI in via Corallo. Nel pieno della campagna intorno ai cinque referendum del 17 maggio (legge Cossiga per reati di terrorismo, ergastolo, porto d’armi, interruzione della gravidanza), la commissione parlamentare Sindona chiedeva gli atti sulla Loggia di Gelli.
Ma c’era Juventus-Roma, e valeva lo scudetto.
🔸 Decimo secondo di gioco “Furino entrava a valanga su Falcao stendendolo a terra con una determinazione che lasciava di stucco. Era solo il segnale di un vero e proprio rodeo che per almeno un’ora ha visto coinvolti in azioni brutali quasi tutti i protagonisti” (Lodovico Maradei, la Gazzetta dello sport).
Trentanove anni dopo il suo solo scudetto, la Roma era finalmente in corsa per vincerne un secondo, nella prima stagione dopo il ritorno degli stranieri. Uno per squadra. Il suo era Paulo Roberto Falcão. Classifica a tre giornate dalla fine: Juventus 39 punti e Roma 38, il Napoli ne aveva 36 e nelle due precedenti partite, tutt’e due in casa, era riuscito a perdere contro il Perugia già retrocesso (0-1) e pareggiare 1-1 con la Fiorentina.
Sempre il Perugia aveva creato qualche problema anche alla Juventus. A cinque minuti dalla fine vinceva 1-0 a Torino, prima di essere rimontato da un rigore di Brady e un gol di Marocchino a un minuto dalla fine. Ma proprio per quella partita era finito a processo Roberto Bettega, condannato dalla commissione disciplinare per una frase detta a Pin e Frosio: «Chi ve lo fa fare, tanto siete già in B». La Gazzetta scrisse che Frosio lo aveva come provocato, dopo un quasi autogol di Furino, dicendogli: «Va a finire che segniamo noi».
🔸 5’ minuto del primo tempo “Punizione al limite dell’area giallorossa toccata da Causio a Brady lateralmente, gran sinistro dell’irlandese deviato da Bonetti, tuffo miracoloso di Tancredi che riesce a deviare e quindi a evitare l’autogol” (Corriere della sera)
Bettega venne fermato fino alla fine della stagione. La Gazzetta intervenne per criticare la sentenza con un fondo in prima pagina non firmato: “C’era minaccia – scrisse – c’era violenza morale, c’era subdola promessa nella sgradevole frase – ammesso che sia stata soltanto quella – rivolta da Bettega e Pin e Frosio? E se quella frase non aveva danneggiato alcuno, è sufficiente un reato comportamentale per togliere un giocatore dalla scena del campionato? L’interrogativo era ed è tanto più giustificato, in quanto le circostanze inducevano a porlo in una fase decisiva della stagione. Riesce difficile allontanare oggi una fastidiosa sensazione: quella che la severa sentenza della commissione disciplinare finisca per nuocere alla limpidezza e alla regolarità del campionato più della frase, tutto sommato senza conseguenze”.
Alla vigilia della partita con la Roma, quando alla Juventus veniva a mancare anche Tardelli, un nuovo fondo in prima pagina di Gianni de Felice parlò sulla Gazzetta di “tesi dei giudici sportivi pericolosa, oltre che ardita. Se prende piede, arriveremo alla squalifica del campo quando il pubblico grida “serie B, serie B” alla squadra ospite: anche questo può diminuire la carica agonistica degli avversari. E rischierà un processo per slealtà il calciatore che osasse condizionare psicologicamente l’avversario dicendogli: Smettila di picchiarmi così. È stato colpito Bettega – che forse meritava una lezione per tanti suoi altri sgradevoli atteggiamenti”.
🔸 8’ minuto del primo tempo “Falcão capita nei pressi di Furino e stavolta è lui a restituire il fallo subito, anche se in maniera meno vistosa e violenta” (la Gazzetta dello sport)
| i presidenti ➔ La Juventus di Boniperti, la Roma di Viola. Il primo per abitudine – scrive Maurizio Mosca sulla Gazzetta – “va allo stadio mezz’ora prima dell’inizio della partita. Fa una breve visita negli spogliatoi, beve un caffè con gli amici della tribuna d’onore e poi va a sedersi. Distribuisce sorrisi, come per scaricare la tensione e comincia a fumare. Una sigaretta dietro l’altra, a un ritmo impressionante. Dice il professor Bergamini, responsabile del settore sanitario della Juve, che quando vede Boniperti in tribuna si spaventa. Il più delle volte Boniperti non resiste nemmeno un tempo. Si alza e va via. Se è a Torino, rientra subito a casa. Abita a due passi dallo stadio. Si tappa in casa, chiude tutte le finestre e tutte le porte per il terrore di sentire l’eco dello stadio. Poi si fa raccontare dalla moglie e dai figli come è finita la partita”.
Il secondo è un uomo assai diverso. Ha preso la Roma da Anzalone e l’ha tirata fuori in un paio d’anni dalla mediocrità. Ha inventato una lingua tutta sua, il violese, per far sapere come la pensa a chi deve sapere.
“Dino Viola – nel ritratto della Gazzetta – fuma un paio di sigarette al giorno. In tribuna resiste tutta la partita. Poi scende negli spogliatoi. Soffre dentro, non fuori. Riesce a mascherare la tensione. Forse questa forza gli deriva dal suo vecchio amore per la filosofia, dal suo prendere la vita con impegno, dal suo sentirsi sorretto, confortato, dalla certezza d’avere fatto le cose perbene, seriamente.
Lui racconta: «Quand’ero al liceo, il professor Volpicelli mi dava 10 in filosofia, Anche quando non avevo studiato. Sì, perché mi chiamava fuori a leggere e a interpretare la lezione. Non voleva le cose a memoria. Cosa vorrebbe dire lo scudetto a Roma? Che anche Roma va rispettata, che Roma non è sinonimo di marcio, di dolce vita, di pretaioli, di burocrati e di potere, ma sa dirigere e fare le cose sul serio».
🔸 16’ minuto del primo tempo Fallo di Furino su Bruno Conti e cartellino giallo. Per proteste era stato ammonito poco prima Marocchino.
| i sindaci ➔ Diego Novelli, che da giovane era stato giornalista, poi consulente di Ettore Scola per la sceneggiatura del film Trevico-Torino, era diventato nel pieno degli anni di piombo il sindaco comunista a capo di una giunta che aveva l’appoggio anche del PSI. Raccontava di aver giocato nei Pulcini del Torino, del quale era ovviamente rimasto tifoso. Si lasciò andare a un’ipotesi di pronostico e ci prese: «È una partita così attesa che finirà 0-0».
Anche Luigi Petroselli era cresciuto dentro la scuola del PCI, diventando nella sua Viterbo prima responsabile della commissione agraria e poi della commissione culturale. Era subentrato al professor Giulio Carlo Argan, costretto a lasciare per motivi di salute, lui, primo sindaco comunista nella città del papa, eletto nell’incredibile estate del 1976, quella della doppia eresia urbana, perché nel frattempo il capitano della Roma Ciccio Cordova andava a giocare nella Lazio. Nella settimana di Juventus-Roma, Petroselli era a un mese appena dalle elezioni che gli avrebbero assegnato il secondo mandato, ma anche a cinque dalla morte per un infarto.
🔸 44’ minuto del primo tempo “Fanna tenta di colpire con una testata Spinosi, questi lo prende per i capelli e Fanna si getta a terra. Ne nasce una mischia dove volano spintoni e qualche calcio. Fanna e Falcão pagano per tutti con l’ammonizione” (la Gazzetta dello sport).
| gli allenatori ➔ Giovanni Trapattoni era al quinto campionato di fila sulla panchina della Juventus. Ne aveva vinti due. Nils Liedhom era tornato a Roma la stagione precedente, dopo il biennio al Milan baciato dallo scudetto della stella. Avevano giocato insieme per due campionati proprio nel Milan. Trapattoni era un ventenne, Liedholm andava per i quaranta. Adesso erano i promotori di due stili. La tradizione dell’italianismo da una parte, la propensione al dominio del gioco dall’altra. Trapattoni lo riconosceva nelle interviste della vigilia. «Liedholm ha sempre avuto un suo comandamento di base: teniamo il più possibile la palla, così non ce l’hanno gli altri. Ti dava il gusto di avere la palla tra i piedi, di accarezzarla, di darle la direzione che volevi, i giri che preferivi. E tutto questo Nils ha portato sulle sue panchine. Liedholm riesce a non drammatizzare mai niente. Conosce il calcio in ogni suo angolo. Lo ama. Ecco perché trasmette fiducia e tranquillità ai giocatori. È riuscito a conservare nel calcio lo spettacolo e il divertimento. Ha portato, nei suoi trenta anni trascorsi in Italia, una profonda coscienza professionale. E nell’evoluzione e nella maturazione è stato un maestro che ha sempre voglia e gioia e di insegnare. chi passa sotto di lui impara il calcio. Chiedetelo a Collovati, Maldera, Baresi».
Lo svedese si avvicinò invece alla partita alla sua maniera. Navigando tra stravaganze e paradossi. «Stiamo tornando al calcio degli anni 40-50. Si gioca cioè in velocità, come facevamo noi svedesi e come facevano ungheresi e inglesi. Sempre di prima, tenendo la palla il più possibile».
🔸 8’ minuto del secondo tempo “Turone e Marocchino a terra dopo uno scontro si scambiano calci ma l’arbitro Bergamo di spalle non se ne avvede” (la Gazzetta dello sport). Due minuti dopo Turone ferma un avversario in fuga prendendolo per il braccio. Ammonito.
| l’economia ➔ I giornali erano alle prese con un tema nuovo, all’improvviso fiorito dentro il giardino del calcio italiano. Parlavano di una guerra, una strana guerra, scoppiata per trasmettere le partite in tv. Quattro mesi prima, il 44enne Silvio Berlusconi si era assicurato per Canale 5 i diritti del Mundialito. Adesso offriva ai presidenti delle società di serie A e serie B 16 miliardi di lire per il campionato. Avrebbe lasciato alla Lega anche il 50 percento degli introiti pubblicitari oltre quei 16 miliardi. Chiedeva in cambio la gestione della pubblicità in esclusiva, i diritti della vendita all’estero, la sponsorizzazione delle 36 squadre, una partita in diretta al sabato, lo spazio pubblicitario sulla schedina del Totocalcio, la gestione dei diritti di vendita di tutti gli oggetti con i marchi delle società. La serie A si stava dando al marketing più o meno consapevolmente: dal campionato successivo sarebbe stata approvata la pubblicità sulle maglie, per 100 centimetri quadrati. L’offerta di Berlusconi spinse la Rai ad aprire una trattativa.
Ci ripetiamo oggi che di calcio in tv all’epoca non ce ne era. Una tabella pubblicata in quei giorni dalla Gazzetta dello sport, a corredo di un pezzo asciugato di Rosario Pastore, raccontava però che proprio l’Italia era il paese dalla media di ore settimanali più alta, quattro e mezza, pagate dalla RAI 2 miliardi e 300 milioni. In Spagna 50 minuti costavano 2 miliardi e mezzo. In Inghilterra 1 ora e 45 minuti valevano 5 miliardi, in Germania 1 ora e 20 erano stati pagati 3 miliardi, in Francia 1 ora e 25 per 900 milioni, in Olanda 1 ora e 30 per 550 milioni, in Belgio 1 ora per 100 milioni.
«Rifiuto l’etichetta di padrone del calcio. Ha tutto il sapore – disse Berlusconi – di un titolo scandalistico che non ha alcuna aderenza con la realtà. Faccio l’imprenditore. Il mio gruppo ha avanzato un’offerta. Le nostre proposte sono estremamente precise. Dopo aver esperito ricerche di mercato, abbiamo ritenuto che potevano essere avanzate certe offerte. Il resto è fantasia. L’obiettivo di un editore televisivo è quello di avere la maggiore audience possibile, ovvero il maggior numero possibile di telespettatori. Il calcio, ripeto, è un grosso veicolo in tal senso. Di fronte alla RAI, sono il classico topolino che cerca di colmare le distanze con qualche colpo di fantasia».
🔸 16’ minuto del secondo tempo Furino entra su Maggiora colpendolo alla gamba con un intervento che viene definito “assassino”. Secondo giallo. Espulsione. La Juventus rimane in dieci per l’ultima mezz’ora della partita. Alla vigilia della partita Falcão aveva detto in una intervista con Enrico Bendoni per la Gazzetta dello sport: Falcão a Enrico Bendoni: «Nell’incontro di Roma un solo bianconero mi fece impressione, Furino: è l’anima, l’uomo-squadra, il vero pericolo».
Lodovico Maradei sulla Gazzetta dello sport scriverà il giorno dopo : “L’uscita dal terreno di gioco di Furino ha chiuso questo periodo indegno di scontri senza esclusione di colpi, come se l’assenza dell’elemento più turbolento avesse placato le acque. Nell’ora precedente Bergamo era stato costretto ad ammonire ben otto giocatori senza poter evitare a pochi minuti dalla fine del primo tempo una gazzarra generale con spinte, testate, calcioni che pretendevano maggiore severità. Mai visto giocatori protestare anche per un calcio di punizione fischiato a proprio favore, altri che aspettavano che l’arbitro voltasse le spalle per picchiarsi di santa ragione. È stato un miracolo se la partita è andata in porto, tutto sommato, con discreta regolarità. Liedholm aveva anche tentato di sorprendere Trapattoni con l’arma-Conti. L’ala infatti non veniva impiegata sulla fascia destra come si supponeva, ma veniva spedita spesso a sinistra alle spalle di Pruzzo e Scarnecchia in un tentativo scoperto di raddoppio di sfondamento. Trapattoni ha risposto mettendo in quella zona Furino. Ma chiaramente questi espedienti tattici sono stati travolti dalla brutalità della partita, dalla quale si sono salvati solo Falcão e Causio”.
numeri Fischiate 64 punizioni: 36-28 in favore della Juventus. Sette falli di Furino, 6 di Ancelotti, 5 di Prandelli e Maggiora. Furino prese 5 in pagella dalla Gazzetta, 4 dal Corriere dello sport, 4 da Tuttosport, 5.5 dal Corriere della sera, 6- dal Giorno, 3 dal Messaggero. Zoff chiuse senza voto per tre giornali su sei. Migliore in campo Falcao, che prese tra 7 e 7.5 da tutti, 9 dal Corriere dello sport.
| la società ➔ A metà strada tra i lutti degli anni Anni Settanta e l’edonismo che non solo Milano proponeva per gli Ottanta, stava il dibattito sul ruolo del calcio e del tifo nella società. Ne scrisse il giorno della partita Vittorio Sermonti su l’Unità, romanziere, saggista, regista per la radio, poi dantista e autore del fenomenale saggio Dov’è la vittoria sul Mundial 1982.
“Roland Barthes sostiene e spiega da par suo che il tifo per lo spettacolo sportivo è uno dei miti triviali del nostro tempo. In questa incandescente vigilia di Juventus-Roma (incandescente, ammettiamolo, fino al ridicolo) fa bene Giulio Carlo Argan a citare l’autorità del compianto semiologo francese a sostegno della sua circostanziata e nobile insofferenza verso il tifo. Personalmente, mi permetto di condividere una serie di considerazioni dell’ex sindaco di Roma. Come contestare, ad esempio, che «tifare per qualunque squadra sia, nei suoi eccessi, una distorsione del prender partito»? Dato che fin da bambino quel delirio mi affligge – senza peraltro vietarmi affatto né l’esercizio dell’intelletto, né la pratica di altre e più severe e anche molto più appassionate passioni —e dato che una volta lette e condivise in buona parte le analisi di chi ne sa più di me, constato di perseverare nel delirio, mi vedo costretto ad opporre alle generalizzazioni dottrinarie dei saggi, tutta intera la concretezza indeclinabile del mio essere tifoso. Del mio e del nostro, amici cari che tifate Roma o Juventus, Akragas o Pergolettese. Siamo un po’ triviali? – si domandava Sermonti – Pazienza. Chi perora una appassionata insofferenza per il «fenomeno-calcio» ha almeno tanta dignità, tante ragioni, tante remote ed inconfessate ragioni, quante noi che ne facciamo — per così dire — una malattia”.
Sermonti raccontava pure di come ogni tanto qualcuno gli chiedesse: “Non ti vergogni, tu che sei romano, a stare per la Juventus?”. Glielo diceva per esempio una zia di Milano.
“No, non mi vergogno”, era la sua posizione.
Su la Stampa il romanista Andrea Barbato, pochi giorni prima, aveva scritto: “Non possiamo fingere un signorile distacco. Vincemmo un solo, remoto scudetto, in anni bellici.Da allora, parteggiare per la Roma è stata sempre una scuola d’umiltà, un’abitudine alla sofferenza e alla modestia, alle retrocessioni e alle sconfitte. Voi torinesi, invece…”.
Sermonti si sentì chiamato in causa e replicò: “Il mio cuore batte con il suo. Anch’io prediligo gli umili e i modesti, coltivo le mie sofferenze e mi struggo per quelle degli altri, amo gli sconfitti Ma il caso ha voluto che, poco più che neonato, io sia stato tradotto per la prima volta a una partita di calcio, in capo a un interminabile periplo sulla Circolare Rossa, sui tavolacci del vecchissimo Testaccio. Il nemico era una squadra mesta ed elegante, con l’ala destra calva, il centrosostegno arrembato e claudicante, una mezzala fragile e pallida come un re sotto il patibolo, grassoccio il portiere. Vestiva braconi bianchi, calzettoni neri con due rigoline bianche, maglia bianca a strisce nere. Si chiamava in latino. Giocava maluccio. Il pubblico infieriva. La squadra a strisce perse per tre a zero”.
Così Sermonti scoprì “la mia malinconia e la mia tenerezza per gli sconfitti. Ho aspettato tutta un’adolescenza, una guerra, una ricostruzione, la consumazione di un primo amore e anche di un secondo, insomma quattordici anni ho aspettato perché quell’elegante endecasillabo di sconfitti a strisce mi vincesse un campionato. Da allora — ammetto — me ne ha vinti parecchi. E io continuo ad amare sconfitti che continuano a perdere. Ma nell’angolo appartato e secondario del mio cuore che concedo alla trivialità del tifo per lo spettacolo sportivo mi sia consentito (anche perché me lo consento io) di amare anche questi sconfitti che vincono. A perdere, c’è sempre tempo”.
🔸 29’ minuto del secondo tempo Ci siamo. Eccolo. Bruno Conti a quella maniera sua, di sinistro dalla destra, mette in area un pallone per Pruzzo. Il quale fa una giocata che – racconterà – gli risulta un equivoco. «Sono saltato anticipando Gentile, ho fatto da sponda. L’idea era di passare la palla a Falcao che aveva seguito l’azione, invece da dietro è sbucato Turone che ha anticipato tutti». Colpo di testa. Gol. Anzi. Non-gol. Il guardalinee Giuliano Sancini ha la bandiera alzata.
Pruzzo: «Questo mi lascia perplesso. Fuorigioco di posizione di qualcuno? Non ci giuro. Certo il segnalinee ha alzato la bandiera molto prima, me lo hanno detto i compagni, io ero di spalle, non avevo veduto nulla. Questa troppa tempestività non mi convince. Non vorrei che alla fine si scoprisse la stessa fregatura che abbiamo preso con il Catanzaro».
Liedholm: «Si vede che tutto lo stadio ha visto male e solo arbitro ha visto giusto».
| senza polemiche ➔ Eppure i giornali del lunedì danno scarso rilievo all’episodio. Le immagini alla moviola della Domenica Sportiva, nella interpretazione della Gazzetta dello sport, “non hanno consentito di stabilire quale fosse la posizione di Turone al momento dell’appoggio di Pruzzo”. Solo al martedì Roberto Beccantini scriverà che “alla moviola è parso regolare”.
Il fondo del lunedì di Candido Cannavò in prima pagina è dedicato a tutt’altro, a Francesco Palo, un ragazzino della primavera del Napoli entrato a Como nel secondo tempo e autore del gol decisivo a un minuto dalla fine. Un gol che riporta anche il Napoli in corsa per lo scudetto, alla vigilia della partita con la Juventus al San Paolo, la domenica dopo.
Scrive Cannavò: “Il calcio è bello perché mescola drammi e miracoli, col sorriso sulle labbra o con crudeltà solo apparente, nella sua vicenda domenicale. Francesco Paolo, dopo il suo gol che potrebbe diventare storico, è uscito dal campo con le gambe tremolanti, felicemente stordito. Doveva riuscirgli difficile rendersi conto di aver quasi oscurato, da solo, la sfida Juve-Roma per la quale si era delirato. L’Italia delle radioline s’è chiesta tutt’a un tratto: ma chi ha segnato?”.
Il Corriere della sera nella sua cronaca ipotizza che possa essere stato fischiato un fuorigioco di posizione a Falcão, non a Turone che arriva da dietro.
Anche il Guerin sportivo, che non si sottraeva dinanzi alle polemiche, mise in copertina Francesco Palo. Titolo: “Aiutami a sognare”. Nel suo editoriale, il direttore Italo Cucci scrisse: “Se fossi Sordillo, inviterei alla prossima riunione del consiglio federale un certo Francesco Paolo, ventunenne da Montecorvino Rovella, provincia di Salerno, autore del gol che ha rilanciato il Napoli verso lo scudetto e ha sottratto il campionato alla tentazione della rabbia suicida”. Cucci faceva però riferimento al caso Bettega quando parlava di “fiamme di Juve-Roma improvvisamente divampate per opera dei pericolosi neroncini della giustizia sportiva”. Nelle sue due pagine di intervento in apertura del numero 20 dell’annata 1981, il nome di Turone non compare mai. Così come non compare mai nemmeno nelle 200 righe di punto alla domenica di campionato, firmato come di consueto da Gualtiero Zanetti. Che si occupa di Bettega, di Furino, del gol di Turone no. Nemmeno nel numero della settimana seguente.
| pareri ➔ Trapattoni: «Il dubbio resta, la tivù non ha chiarito nulla. E poi l’arbitro era lì, per tacere del guardalinee. Non vorrei che ‘sta benedetta azione ridimensionasse il fatto che, proprio sul campo, abbiamo dimostrato di meritare il primato in classifica».
Liedholm: «Il gol era regolare e il commento ha lasciato dei dubbi che nelle immagini non c’erano. La terna dell’arbitro Bergamo è sfortunata, giò contro il Catanzaro ci annullò un gol regolare di Scarnecchia».
Dino Zoff, intervistato da Maurizio Crosetti per Repubblica il 6 maggio 2001: «Quella storia dei centimetri mi ha sempre fatto ridere. Non aveva assolutamente senso. Leggo di anniversari, ma quell’episodio non è mai entrato nella storia. Sapete quante questioni di centimetri ci sono in un intero campionato? Chilometri di centimetri».
| il vero caso ➔ La grande polemica del giorno dopo è un’altra. Riguarda Furino e la sua partita estrema. Maurizio Mosca lo intervista per la Gazzetta dello sport sotto un titolo che dice: Furino, non si vergogna?
E lo sventurato rispose: «Non capisco questo linciaggio morale nei miei confronti. Adesso sembra che solo io abbia perso il controllo dei nervi. Non sono stato io la causa di tutto. Eppure tutti sono severi solo con me. Non mi sembra d’aver ucciso nessuno. Su Maggiora non è stata un’entrata assassina. Dopo un attimo si è rialzato e ha ripreso a correre più di prima. Ho pensato che io al posto di Maggiora non avrei fatto tanta scena».
Bruno Perucca scrisse su la Stampa: “Quando si parla delle responsabilità dei calciatori negli incidenti tra tifosi, o degli insulti ai direttori di gara, la categoria dimostra coscienza e risponde con tanti «obbedisco» alle raccomandazioni del presidente avvocato Campana. Poi sul campo, uno per uno, i giocatori mostrano la corda. Più colpevoli le sceneggiate che le rudezze vere. Purché non si esageri come è accaduto a Furino”.
Rientrato a Roma, Liedholm si sfogò: «Mi aspettavo una Juve così, avevo vivo il ricordo di quel fallo di Tardelli su Rivera al primo minuto dell’incontro giocato con il Milan nel 1978. Loro fanno sentire sempre di essere i padroni e di giocare in casa».
| la qualità del gioco ➔ La cosa, secondo lo svedese, aveva condizionato la partita fino a renderla inguardabile. «Considerando che erano in campo le prime due squadre del campionato, il rilievo è sconfortante, perché i nervi stanno rovinando il gioco. Avrei voluto vedere qualunque altra squadra, anche straniera, capace di non perdere domenica a Torino».
Al suo posto in tribuna al Comunale, Gianni Agnelli era stato perfino più drastico. Tra le sue parole dell’epoca ci sono spunti interessanti che annunciavano il futuro.
«Ci siamo tutti abituati a dire che questo è un gran campionato. Ma le squadre in lotta per lo scudetto – commentò – sono tutte sotto la media inglese. È un bilancio poco esaltante. Il campionato dei 51 punti, quello sì che fu spettacolare. Adesso sono tutte squadre mediocri, la Juve e la Roma soltanto un po’ meno delle altre. Purtroppo le nostre formazioni non reggono il confronto con le altre europee. Io vorrei 11 stranieri per squadra. Vorrei la liberalizzazione totale. E che poi non si prendano gli stranieri perché i nostri sono migliori: magari fosse così. In Italia abbiamo il 50% di auto straniere, ma abbiamo paura di importare il 10% di giocatori. È totalmente sbagliato il vecchio sistema autarchico e protezionista della federazione. Qualunque impedimento al libero commercio è sempre deleterio». Battuta sulla squalifica di Bettega. «Ha dato un consiglio ai giocatori del Perugia, che poi lo hanno seguito con un mese di ritardo. All’Olimpico. Si vede che i perugini hanno una memoria da elefante». A Roma il Perugia aveva perso 5-0.
voci Il protagonista ➔ Quell’arbitro, che scandalo. «Non me lo dimenticherò mai, finché vivo». Parola di Maurizio Turone. «È successo ad aprile, a Savona. Campionato di serie D. Un rigore per l’Albissola completamente inventato. Il fallo c’era, ma 4-5 metri fuori dall’area. Vergognoso. La più grande ingiustizia cui ho assistito, in una vita dedicata al calcio».
➣ Ma per favore, Ramon: peggio del suo gol annullato di Juventus-Roma?
«Molto peggio».
➣ Condannato da quella storia.
«Che fastidio parlarne. Ho detto di no pure a Bruno Vespa, veda un po’ lei. Non per essere presuntuoso, ma credo di aver fatto qualcos’altro in carriera»
di massimo calandri, la Repubblica, 27 ottobre 2018
Quel lunedì a Miami morì Bob Marley.
Il non-gol non-segnato più famoso è diventato un caso solo dopo.
Anche per alcuni tentativi di rilettura alla luce delle nuove tecnologie.
Quando è arrivata la VAR, il gol di Turone è stato inserito tra gli esempi di scuola, tra i cold case che lo strumento avrebbe a suo tempo evitato e magari oggi chiarito. Ma nessuno ha disposto da allora una perizia per il riesame.
A proposito di Juve e Roma, Gabriele Romagnoli su Repubblica ha scritto qualche anno fa che “come ogni dualismo, dimostra l’impossibilità del Paese di vivere un qualunque bipolarismo civile. La storia diventa un’opinione, la legalità un optional: il gol di Turone era valido, gli scudetti sono 32”.
Fa sorridere che quel giorno Luciano Spinosi, romanista, ex juventino, dicesse: «La rete era regolare, ora si tratta di non pensarci».
Quarant’anni dopo la stringa “il gol di Turone” su Google restituisce 36.300 risultati.
“Il gol di Turone era buono” arriva a 38.900.
Lo scudetto lo vinse la Juventus.
Paolo Bergamo, 78 anni, ha fatto carriera nell’associazione italiana arbitri, ma si è dimesso nel 2006 da designatore dopo che la procura federale chiese per lui 5 anni di squalifica con proposta di radiazione per il suo coinvolgimento nello scandalo di Calciopoli.
Il guardalinee Giuliano Sancini ha un negozio di abbigliamento sportivo e articoli da regalo a Bologna.
Ramon Turone, 72 anni, vive in campagna a Varazze, e quando si poteva, andava a vedere le partite di calcio dei tre nipotini.
Francesco Palo, 62 anni, dopo il gol che oscurò il caso Turone ha continuato a giocare in serie C1 e C2. Con i soldi messi da parte, ha aperto una società che distribuisce latticini in tutta Italia e ha un punto vendita a Battipaglia. Ha imparato tutto sulla mozzarella di bufala.
Social facebook | instagram | twitter | telegram
Ogni mattina, nella tua casella di posta, una selezione ragionata dei temi e dei protagonisti del giorno, con contenuti originali o rielaborati, con brevi estratti degli articoli più interessanti usciti sui quotidiani italiani e stranieri, i siti, i blog, i social, le newsletter e le riviste specializzate, con materiale d’archivio, brani di libri e biografie. Una guida e un invito alla lettura e all’approfondimento.
Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
*
Per supporto tecnico: digital@loslalom.it
Per segnalazioni sui contenuti e per suggerimenti: angelo.carotenuto@loslalom.it