E dunque l’Italia è senza squadre ai quarti di finale di Champions. Era successo nella primavera del 2016 e prima ancora nel 2014, due anni pari nei quali la Nazionale era nel frattempo uscita ai gironi per il secondo Mondiale di fila (in Brasile) e aveva giocato in Francia un Europeo dal rendimento normale (quarti di finale), travestito da grande impresa. Stamattina sembra un risultato deprimente su cui istruire un processo epocale. Forse sì, ma forse no.
La Spagna ha una sola squadra ai quarti (il Real) per la seconda volta negli ultimi tre anni, si tratta del suo peggior rendimento dal 2005 a oggi, e segue la stagione scorsa vissuta senza semifinali per la prima volta dal 2007.
L’Inghilterra ha portato tre squadre avanti, ma un anno fa si stava processando perché era entrata a giocare la Final 8 nella bolla di Lisbona con il solo Manchester City, peraltro uscito subito contro il Lione. Nel 2015 era nelle stesse condizioni dell’Italia di oggi, tutte le sue squadre fuori agli ottavi, come le era accaduto pure nel 2013.
La Germania del Bayern campione era rimasta fuori dagli ottavi nel 2019, solo due anni fa, e a guardare l’Europa League, dove forse meglio si misura il valore medio del movimento di un paese, i tedeschi sono già senza squadre, non giocano una finale dal 2009 (Werder Brema) e da allora hanno avuto due semifinaliste in tutto (Amburgo 2010 e Eintracht 2019).
Non è una difesa del calcio italiano. Non lo merita e non ne ho voglia. È il tentativo di dirsi che spesso abbiamo un bisogno improprio di cercare verità e ricostruzioni definitive per faccende che rischiano di avere breve durata. Inseguiamo ragioni conclusive per certezze transitorie. Sei anni fa era suonato l’allarme per il rischio di subire il sorpasso dal Portogallo e finire quinti nel ranking. Stamattina l’Italia dello sfacelo è ancora terza, staccatissima da Inghilterra e Spagna, eppure sempre davanti alla Germania e con un vantaggio immenso su Francia e Portogallo.
È un calcio in salute? Non lo è per mille e più motivi, la maggior parte dei quali neppure hanno a che vedere con i risultati degli ottavi di Champions, pur essendone in parte la premessa. Ragioni economiche che riguardano il Paese tutto e ben prima del covid, ragioni morali che riguardano questo mondo e la sua fragile leadership, ragioni tecniche sulle quali ognuno ha una propria tesi, dai ritmi bassi del campionato alla mancanza di intensità.
Per l’ultimo Mondiale in Russia la Nazionale non si è qualificata, ma abbiamo scoperto che esistevano dentro quelle macerie dei presupposti che allora non eravamo pronti a cogliere, dei ventenni emersi presto da quello che pareva un buco nero, un deserto chissà quanto lungo da attraversare. Esiste un mosaico di giudizi che ha tenuto tutte insieme nell’arco degli ultimi sei mesi un mucchio di tesi opposte: la garanzia che la Juventus fosse tra le favorite ma anche la certezza di avere un campionato poco competitivo, la convinzione che Ronaldo abbia fatto crescere il sistema Italia e allo stesso tempo la persuasione che sia finito, certe perplessità sull’arretratezza del nostro calcio e però la notizia sicura che gli allenatori di tutta Europa copiano Gasperini. Stamattina siamo i peggiori dei peggiori, ma ogni domenica ripetiamo a un allenatore straniero che deve adeguarsi alla mentalità italiana. Riconosciamo il magistero di Bielsa, Guardiola e Pochettino, ma poi ci diciamo che lo scudetto si deve vincere difendendosi. La cosa paradossale è che può essere tutto vero ma non tutto allo stesso tempo. Questo è il punto. Il calcio cambia idea a ogni giro di vento. Ma quasi sempre è spiegabile con il fatto che vincono le squadre con i giocatori più bravi. Martedì sera, nell’intervallo della partita di Madrid, si sentiva dire che in fondo tutto era ancora possibile. Che il gol di Benzema non cambiava nulla. Che l’Atalanta due doveva farne prima e due doveva farne ancora, e mola mia, poteva farli. Al Real Madrid. L’Atalanta. Salvo passare, nel giro di tre quarti d’ora, da questa passeggiata con la bella sottobraccio a parlare d’amore a scoprire che va sempre a finire che piove.