Un alieno si aggira per il calcio italiano. Un non-ancora anziano di 42 anni, campione del mondo da calciatore, campione d’Europa con la Nazionale nello staff tecnico di Roberto Mancini, allenatore in capo prima in provincia, poi nella sua città, adesso nel più antico club italiano di calcio, il primo che abbia mai vinto uno scudetto. Sotto la barba di Daniele De Rossi ci sono strati di calcio che Dio lo sa.
È cresciuto accanto a un padre che ha dedicato la vita alla formazione dei giovani. È cresciuto in campo accanto a uno dei quei totem che vengono scomodati nei facili confronti degli editoriali d’oggi. Un giorno ha messo la sua roba in una borsa ed è andato a vedere com’è fatto il calcio dall’altra parte dell’Oceano, dove hanno inventato la ruleta, la rabona, la rovesciata e il gol dal calcio d’angolo. Quasi tutto. Certamente hanno inventato una maniera sentimentale e selvaggia di vivere il calcio. Un salto alla Bombonera valeva la pena di farlo – per lui che sente il pallone proprio così.
Fa pure il proprietario della piccola squadra in serie D nel suo posto delle fragole ed è uno dei più lucidi commentatori delle partite appena uscito da una partita. Da sempre. Era una caratteristica che aveva da giocatore e che ha conservato ora in panchina. Un dettaglio che va in direzione ostinata a contraria alla maniera in cui lo abbiamo sempre disegnato – De Rossi e la famosa vena che si chiude. In alcune delle sue interviste più recenti, ha scolpito in modo definitivo alcune delle dinamiche che viviamo, nel calcio e non solo. Per esempio, era ancora calciatore, tempo fa ha detto a Giuseppe De Bellis per Rivista Undici:
«C’è una sorta di tendenza a creare un po’ di scompiglio, qualcuno perché ha degli interessi a farlo, altri perché poi siamo proprio portati a fare questo. Si tende a supportare le proprie idee fino alla morte. Se io ho detto nel 2006 che De Rossi è scarso io devo accompagnare questa mia teoria fino alla morte. Nessuno accetta serenamente di aver sbagliato. Credo che sia così un po’ in tutte le cose e penso che oggi i social network abbiano aiutato a tenere la gente un po’ più fissa sulle proprie idee. Quello che dicevi una volta uscito finiva, adesso è scritto, è lì, quindi chiunque ti può portare il conto di quello che hai detto».
E ancora: «Ho avuto degli allenatori che mi hanno affascinato moltissimo durante la mia carriera. Vorrei diventare come loro non per seguire il 4-4-2, 4-3-3, 4-5-1, ma nel senso che mi sembra bellissimo un leader che guida venti giocatori che lo seguono in maniera assoluta. Mi piacerebbe, se avessi una squadra».
Lo ha fatto, lo sta facendo. Il calcio di De Rossi è empatia. Deve aiutarlo il fatto che quando stacca torna a vivere dentro un appartamento nel quale ci sono una ragazza di 20 anni, una di 12 e un bambino di 9. Anche se Fabio Pisacane è diventato il punto di riferimento delle citazioni per i rapporti tra il mondo adulto e la Gen-Z [«La nostra generazione era quella del ‘quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare’, la generazione Z dice ‘quando il gioco si fa duro, non dovresti essere qua»], Daniele De Rossi è un non-anziano che dice: «Noi allenatori siamo figli di una convinzione vecchia perché si pensa che magari il calciatore esperto può aiutare nei momenti difficili. Mi sono reso conto che non è così, i giovani ti danno tanto e sono delle spugne nell’apprendere. All’estero giocano i 2005, i 2006. Noi siamo convinti di affidarci a calciatori così giovani? Non lo so, credo che noi per primi dobbiamo fare questo passo in avanti».
De Rossi ha detto che parlare di playstation, di bambini che non giocano più nei parchi è demagogia, «come se in Norvegia non c’avessero la playstation. Abbiamo perso contro l’under-20 degli Stati Uniti che come tecnologia stanno mille anni avanti a noi. Bisogna essere lucidi. Il problema grandissimo secondo me è che bisogna seminare, e chi semina probabilmente semina per far raccogliere a qualcun altro i frutti. E questa magari è una cosa che a tanti non piace, e lo capisco, perché vieni valutato per il risultato di domenica, di domenica prossima. E invece quello che dobbiamo fare adesso, è qualcosa di invisibile. Non voglio indicare io la via perché non sono nessuno, anche se poi nel mio club qualcosa sto cercando di fare, ma quello che facciamo oggi si vedrà fra dieci anni. I giovani che giocano oggi sono stati presi, creati, costruiti, allenati dieci anni fa. I meriti che si prende De Rossi, o Vieira, o l’allenatore della Primavera, sono i meriti di chi li ha presi questi ragazzi, di come li ha allenati, di come li ha fatti crescere. C’è sempre bisogno di qualcuno che si sacrifica e che pensa al bene maggiore, che pensa in grande, pensa al futuro, che semina sapendo che un domani forse nessuno saprà che è stato lui a fare quel passo».
Se non credete al fatto che esista un allenatore italiano non-ancora anziano che dice e pensa queste cose, si possono sentire qui. Sembrano i pensieri e le parole perfette per l’identikit delle persone di cui avrebbe bisogno il calcio italiano per ripartire. Nessuno ha ancora fatto il nome di Daniele De Rossi come Ct. Eppure, la tentazione dovrebbe venire. Non per nostalgia, non per chiamare in soccorso un’altra figurina del 2006, non per riesumare il solito album di Berlino da cui il calcio italiano continua a pescare facce invece di idee. Con quel 2006, il De Rossi di oggi c’entra meno di quanto sembri. O meglio: viene da lì, certo, ma non ci abita più. Non parla da reduce. Non è uno che pensa di poter governare il presente grazie al prestigio di una foto in pantaloncini. De Rossi è uno che da quella storia è uscito abbastanza presto.
De Rossi ragiona come uno che ha capito bene dove il calcio italiano si è fermato. Parla di giovani senza paternalismi. Sarebbe l’uso più intelligente possibile di un ex campione del mondo, in mezzo a un calcio che dice di doversi rifondare ma poi continua a cercare padri o santini, garanti o senatori, caporali o gestori. De Rossi sarebbe una scelta diversa perché quando parla guarda avanti.
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