Ally Wollaston nel caldo di Melbourne

 

Ally Wollaston nel caldo di Willunga

Quando Maeve Plouffe si preparava per le Olimpiadi di Tokyo 2021, l’allenamento al caldo era ancora una stranezza. Un dettaglio per pochissimi. Dentro la Heat Chamber, la camera del calore, il sudore cade a gocce sul pavimento. Le gambe girano, ma non spingono più. Sul display del ciclocomputer i numeri salgono senza misericordia: 150, 160, 170 battiti. Cinque minuti di pedalate. Solo cinque. L’aria non entra, le pareti sembra che si muovano. Fa caldissimo, ma fuori magari piove. Dentro è tutto bianco e appannato. Era una stanza costruita per imparare a soffrire e resistere. Un luogo che oggi fa parte della routine di molte cicliste e ciclisti perché “la scienza dice che il caldo altera il corpo in modo profondo”. 

Il ciclismo ai tempi del climate change passa da un addestramento dentro stanze come questa. Maeve Plouffe ne ha scritto sul Guardian mentre la stagione del World Tour è partita dall’Australia con il Tour Down Under, la corsa sulle strade di casa sua. Ogni anno la riempie di orgoglio e di disagio insieme. In ventisei anni di Tour Down Under, racconta Plouffe, i giorni di gennaio sopra i 41 gradi ad Adelaide sono quasi triplicati rispetto al periodo precedente. Il caldo non è più un’eccezione. Ogni gennaio la città stende il tappeto rosso per le ospiti: spiagge, colline, strade che sembrano disegnate per la bici. Per chi è cresciuta lì è un momento di fierezza: portare il mondo sulle sue salite, nei bar, sulle strade dove si è imparato a pedalare.

“Ma col passare degli anni – dice Plouffe – quella fierezza si è trasformata in vergogna. È come invitare amici da tutto il mondo in una casa che sta visibilmente bruciando, e chiedere loro di non guardare”.

Plouffe ricorda la prima edizione, corsa da giovanissima, e il suo primo gruppo internazionale. Dopo tre ore di gara, una europea accanto a lei ha iniziato a sbandare, poi è uscita di strada finendo in un fosso. Il caldo annebbia i sensi. In un gruppo lanciato a cinquanta all’ora, un secondo di ritardo può fare la differenza tra restare in piedi e cadere male. “Il caldo non decide solo chi vince o chi perde, ma anche chi arriva al traguardo e chi no”.


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Nel 2021, durante un criterium a Victoria Park, dietro al circuito si alzavano colonne di fumo. Incendi sulle colline. Le avevano detto che era tutto sotto controllo. Così hanno continuato a correre. Ma a ogni giro lo sguardo tornava lì, verso le case che bruciavano. Le federazioni hanno iniziato a reagire. Sono stati scritti protocolli per il caldo estremo, ci sono delle regole di sicurezza, ma applicarle davvero significherebbe mettere in discussione il calendario stesso. Seguendo alla lettera le linee guida locali — cancellazione della corsa oltre i 37 gradi — sarebbero saltate venticinque tappe del Tour Down Under. La corsa rischia di non reggere.

Il problema non riguarda solo le atlete. Il ciclismo porta persone nei territori, riempie strade secondarie, panetterie, piccoli negozi. Esattamente que luoghi che pagano il prezzo più alto agli incendi e alle ondate di calore.

“Stiamo diventando sempre più bravi a insegnare agli atleti come sopravvivere al caldo, ma facciamo molto meno per affrontarne le cause”.

Plouffe chiama in causa la politica locale, il ruolo che grandi eventi sportivi hanno nel dare una direzione: dal Tour Down Under al tennis, dal golf alla AFL. Anche le sponsorizzazioni contano. “Non puoi parlare di salute, prestazione e futuro mentre promuovi industrie che quel futuro lo stanno erodendo”. La risposta a tutto questo può essere una heat chamber? Una scatola controllata, progettata per preparare il corpo a un mondo che fuori sta diventando incontrollabile? “L’ironia più grande è questa, la risposta più organizzata che lo sport ha trovato finora al cambiamento climatico è rendere gli atleti più bravi a sopravviverci”. 

La prima corsa della stagione

Non è sopravvissuta Alessia Vigilia alla sua fuga, alla prima corsa World Tour dell’anno. È andata in testa fino a tenere tre minuti di vantaggio, ne aveva ancora uno a 20 km dal traguardo e il gruppo se l’è ingoiata a 200 metri dalla linea. L’anno scorso, Daniek Hengeveld aveva attaccato da sola a 50 chilometri ed era è riuscita a tenere a bada il gruppo, arrivando con 36 secondi di margine. Quando Vigilia è stata ripresa, Ally Wollaston ha cominciato ad accelerare sulla salita di Willunga, per dimostrare contro tutte le etichette che non di sola sprinter si tratta – diamine. Domani parte con la maglia ocra di leader verso Paracombe, la tappa che si concluderà sulle Adelaide Hills con tre strappi sul finale, dove si vedranno le favorite per la classifica. 

Intanto la prima corsa di ciclismo dell’anno è stata vinta da lei, come nel 2024. Ally Wollaston faceva parte sei anni fa della nazionale neozelandese campione del mondo nell’inseguimento a squadre. L’anno prima aveva messo la maglia iridata della gara individuale fra le jr. Ha iniziato a pedalare perché è una passione di famiglia, andava in bici papà Brent, andava in bici mamma Gill, va in bici la sua sorella maggiore Nina. Nel quartetto mondiale del 2020 c’era anche lei. Non solo. Nina è stata pure alla guida di un tandem con la ciclista ipovedente e non udente Amanda Cameron ai para mondiali del 2022. Vinsero l’argento. Claudia, la sorella di mezzo, invece ha mollato. Ha provato il ciclismo per una settimana e ha deciso che non fa per lei. Se n’è andata a fare l’analista delle prestazioni di una squadra di atletica leggera. Ally si è messa a studiare giurisprudenza all’Università di Waikato e nel frattempo ha vinto due medaglie olimpiche, due titoli mondiali su pista e 11 corse su strada [tre delle quali arrivate nei primi mesi della stagione 2025]. Cosa possiamo aspettarci dal resto della sua carriera? Le ha fatto un contratto biennale la FdJ, la squadra di Demi Vollering. Se tutto va secondo i piani e secondo i desideri di Wollaston, dovremmo vederla in qualche classica che consente un colpo di mano nel finale. Quelle corse dove in genere vincono Marianne Vos o Lotte Kopecky. 

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