Medvedev ci fa chiedere se è arrivato il cambio della guardia 

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Medvedev ci fa chiedere se è arrivato il cambio della guardia 

 

   ▻  La domanda è la stessa che il tennis si è posto alla fine del 2018 e alla fine del 2019, quando al Masters vinsero – tutt’e due avevano 21 anni – Zverev e Tsitsipas

È questo il cambio della guardia? 

Daniil Medvedev ne ha già 24, troppi per essere ancora considerato un NextGen, non ha altro tempo da investire in un’attesa, ma il titolo riportato in Russia undici stagioni dopo Davydenko, gira e rigira, conduce al solito dilemma. 

Ubaldo Scanagatta su Ubitennis ha qualche dubbio. Ha scritto: Di certi de profundis pronunciati anzitempo, anni e anni fa, per un presunto anziano campione  svizzero, ce ne ricordiamo tutti. E siamo stati tutti contenti quando il quasi caro estinto ha dimostrato di non essere estinto affatto. Per quanto mi riguarda, bene che soffi il vento delle novità, ma bene anche che i Fab 4 – sì, se fosse possibile anche Andy Murray – continuino a sfoderare le loro racchette e a mulinare dritti e rovesci eccellenti ancora a lungo. E poi, per carità, vincano i migliori, ma senza che a decidere sia necessariamente la carta d’identità”.

Il 2020 ha portato il sesto vincitore diverso al Masters in sei anni, due mesi dopo aver avuto in Thiem a New York un inedito vincitore di Slam, appena il quinto da quando esistono i Tre Tenori e solo il primo dal 2014 in avanti. In una delle finali – peraltro – tra le più brutte degli ultimi tempi. O sono stupide coincidenze o sono segni di qualcosa.

Sei maestri differenti c’erano già stati fra il 1974 e il 1979, si chiamavano Vilas, Nastase, Orantes, Connors, McEnroe e Borg. Scanagatta a proposito ha scritto sarò considerato un nostalgico del tempo che fu, ma mi pare che il confronto a distanza fra quei nomi, quei campioni, e questi contemporanei proprio non regga.

C’è un dato da considerare, prima di provare a scrivere un verdetto. Gli ultimi 4 vincitori del Masters non hanno ancora vinto uno Slam. Facciamo un gioco. Poniamo che sei anni fa fosse arrivato un investitore, uno sponsor, un signore danaroso, così dinamico da portare il Masters per sei anni, non a Londra sotto un tetto, ma al sole, all’aperto, ai 25 gradi della primavera sudamericana, sulla terra rossa, in Cile o in Argentina. Di questi stessi sei Masters, quanti ne avrebbe vinti Nadal che invece in carriera è ancora a zero?

Proprio il fatto che ci siano stati sei maestri diversi in sei anni rivela forse quanto sfocata sia la foto, quanto sia una parziale rappresentazione della realtà che in questi anni abbiamo vissuto.

Allora la domanda va riformulata.

È così che arriva davvero un cambio della guardia?

 

  la partita Come ha vinto Medvedev | Il russo ha rimontato un set di svantaggio (4-6 7-6 6-4) e 0-2 al tie-break del secondo contro il numero tre del mondo, dopo aver battuto nei giorni scorsi sia il numero 1 sia il numero 2. Al Masters non era mai successo. Nella storia del tennis lo avevano fatto Becker nel 1994 a Stoccolma, Djokovic a Montreal nel 2007 e Nalbandian sempre nel 2007 a Madrid.

Medvedev ha strappato il servizio a Thiem la prima volta sul 2-2 del terzo set. In 2 ore e 42 minuti ha chiuso con 12 ace e una percentuale di prime del 75% con le quali ha ricavato 61 punti su 83, vincendo in ricezione più punti dell’austriaco, benché quello abbia servito con l’86% di efficacia. Ha avuto più vincenti (37 a 29) e più punti sia negli scambi sotto i cinque tiri sia in quelli più lunghi. Alessandro Mastroluca su Supertennis ha scritto allora che si è trattato di una sfida a scacchi scandita da tensioni, variazioni, decisa dalle sottigliezze e dal ventaglio di possibilità del russo capace come pochi di cambiare i colori del suo tennis quando la situazione lo richiede

Storica firma di tennis della Gazzetta dello sport, Vincenzo Martucci su Twitter ha scritto che Medvedev ti lavora ai fianchi e ti entra nel cervello, vacilla, sembra crollare, ma poi ti piazza l’ace, trova l’angolo impossibile, inventa la discesa a rete in controtempo, spara l’accelerazione che non t’aspetti...

Guido Frasca sul Messaggero ricorda che Medvedev incarnava lo stereotipo della follia tipica di molti tennisti russi: mezzi importanti e talento sì, ma non sempre (anzi quasi mai) supportati da quella sostanza necessaria a centrare risultati importanti. Il suo allenatore, Gilles Cervara, da un paio d’anni ha scelto di fare affidamento ai più evoluti supporti tecnologici per migliorare il rendimento in battuta del suo assistito: presso l’università di Rennes esiste un laboratorio di scienze sportive (M2S Laboratory) unico in Francia. Medvedev è un giocatore strano: gambe lunghe e filiformi, sterno quasi schiacciato, ricorda un enorme uccello alto due metri. Ha un tennis spregiudicato, ma si fa fatica a descrivere il suo stile di gioco poco ortodosso: ti fa sbagliare senza capirne il motivo. Il diritto è quasi anacronistico in un tennis di rotazioni esasperate: fila via quasi completamente piatto, semplice e pulito come lo si giocava un tempo. E arrivano palle che rimbalzano poco e tolgono ritmo agli avversari. Il rovescio è il suo colpo migliore, eseguito con grande pulizia tecnica. Lo gioca con tutte le soluzioni: lungolinea, incrociato saltando sopra la pallina, quasi una schiacciata a due mani

Dinanzi al declino di quello che chiama il sancta sanctorum del tennis, Sergio Heredia su la Vanguardia dice che è arrivato il momento di parlare di futuro. Definisce Medvedev una mantide religiosa. Alto 1 metro e 98, sembra un professore inetto o un’ala jugoslava degli anni ’80, non un tennista.  Tuttavia, il suo tennis, asimmetrico e imprevedibile, come il suo umore, è efficace soprattutto sulle superfici veloci.

Per Nacho Albarrán, sullo spagnolo AS, l’ora di Medvedev prima o poi doveva arrivare. Era solo una questione di tempo per un giocatore della sua tenacia e della sua abilità. Per il catalano Sport il russo è un alunno diventato maestro. 

Stefano Semeraro su la Stampa lo trova la cosa più simile ad un antieroe dostoevskiano mai prodotta dal gioco. Con il suo efficientissimo caos biomeccanico, il rovescio da unto del signore e il fascino maudit di molte sue uscite (vedi la rissa seriale con il pubblico di New York l’anno scorso agli Us Open) ha l’aria di un apripista, di un messaggero del futuro. Una delle ragioni che possono smentire la nostalgia degli orfani precoci di Federer.

 

prospettive Per le Figaro, sebbene Federer resti una figura che scrive la sua leggenda anche quando non gioca, la partita persa da Sinner a Parigi contro Nadal all’una e mezza di notte, più gli altri risultati della stagione, dicono che la vecchia frustrazione di fronte a una situazione che lasciava poco spazio alla libertà, sta lasciando il posto alla fiducia”.

Per Punto De Break l’ascesa di Thiem e Medvedev forma un nuovo Fab 4 con Nadal e Djokovic, in attesa di scoprire se il 2021 porterà altri nomi. 

Kevin Mitchell sul Guardian ne è certo: Il cambiamento è arrivato. Cambia pure il Masters, che lascia Londra dal 2021 e fino al 2025 si sistemerà a Torino. È diventato in questi anni – scrive il Guardian la più grande macchina mungi-soldi dopo gli Slam. Le luci strategicamente posizionate nei posti vuoti di un’arena che di solito ospita tra i 17 mila e i 18 mila spettatori, hanno dato una una falsa impressione di vita e di eccitazione. In un luogo che ha ospitato 2 milioni e 800 mila appassionati di tennis dal 2009 in poi, la maggior parte dei quali esultava per Roger Federer, i finalisti erano come ignari dell’eco intorno, mentre le loro scarpe stridevano, e a ricamare l’illusione per il pubblico televisivo c’erano macchine per applausi finti, proprio come quelle del calcio a porte chiuse. Se dovessimo tornare alla normalità, ricorderemo cosa si fa nei momenti più belli di uno sforzo atletico? Questo atto finale sarà ricordato non solo per il tennis spesso eccellente, ma per l’assenza della realtà come la conosciamo.

 

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