Campo Paradiso di Soccavo. Dove un tempo si allenava il Napoli. Prima che il centro andasse in malora perché giudicato porta-sfortuna, dopo due retrocessioni in B e un fallimento. Anni Novanta. Un giorno Vujadin Boskov sta parlando della sua rosa e dice che c’è futuro, hay grande futuro in Napoli, perché Fabio Pecchia ha 21 anni, Fabio Cannavaro ha 21 anni, Freddy Rincon ha 21 anni.
Allora dal mucchio un cronista gli dice mmm Vuja, no, guarda che Rincon non ne ha 21, ne ha 25. Vuja aveva quella testa dura che aveva, e allora ripete: venti y uno. Ma il cronista ce l’aveva ancora più dura – uno di quei tipi convinti che Nelissen fosse un grande velocista. Così ribatte: no, sono venticinque. Allora Vuja mette le mani in tasca, fruga e tira fuori un foglietto. Lo apre, legge e s’arrende: – Hai ragione, venti y cinkve. Ma hay una età mighliore per essere calciatore?
Trent’anni dopo arriva un pezzo di risposta da Rafa Cabeleira su El Pais. Non c’è età migliore per ribellarsi all’autorità dei venticinque anni appena compiuti da Vinicius Júnior: “quella fase incerta dell’adolescenza prolungata che oggi può durare fino alla pensione. Succede in tutti gli ambiti della vita, e il padre — o chi ne fa le veci — finisce quasi sempre nel mirino della rivolta”.
Nel calcio, dice, la figura paterna può benissimo essere quella dell’allenatore, specie quando tenta di imporre limiti o mettere il gruppo davanti al talento singolo.
“Trattare con un personaggio dell’esuberanza di Vinicius è facile e difficile allo stesso tempo. Basta capirne le motivazioni, curarne l’ego, fargli sentire che è diverso”. Invece Vinicius si sente uno che deve sempre uscire, il primo attaccante a essere sostituito da quando è arrivato Xabi Alonso, fuori nel 60% dei casi prima dell’80° minuto. Johan Cruyff, ricorda Rafa Cabeleira su El País, fumava negli spogliatoi anche all’intervallo, e chiunque volesse imitarlo si sentiva rispondere: «Quando farete quello che fa lui, potrete fumare quanto volete». Il calcio di oggi non concede più questo tipo di sproporzioni, secondo El Pais – e qui ci sarebbe da aprire un confronto. Comunque non succede dentro lo spogliatoio del Real Madrid, dove nessuno accetta di sentirsi inferiore a un compagno solo per salvare la pace sociale.
“È questo il vero compito che attende Xabi Alonso: convincere Vinicius che non è più degli altri, o convincere gli altri del contrario” scrive Cabeleira sul grande tema di discussione nella Liga. Perché il gesto di sfida del brasiliano – la scenata plateale contro il suo allenatore dopo la sostituzione nel Clasico – in qualsiasi altro contesto avrebbe avuto conseguenze. “In una famiglia ordinaria, a letto senza cena. In un’azienda, licenziamento istantaneo. In un club di media grandezza, settimane di tribuna e manciate di semi di girasole”.
Ma Vinicius Júnior non è uno dei tanti, e il Real Madrid non è un club come gli altri. “È una dinastia aristocratica che indossa abiti sportivi per mascherare la propria natura”, scrive in modo sublime Cabeleira, un club condannato a rivivere crisi generazionali a intervalli regolari. Ogni tanto, un principe si alza dal trono per ricordare che la corona non è collettiva, ma un diritto personale. “La leggenda dice che nessuno è più grande del Real Madrid, ma la sua storia è piena di uomini che hanno tentato di riscriverla”. Cristiano Ronaldo lo fece con furia messianica, Sergio Ramos trasformò la sua ribellione in una canzone, oggi tocca a Vinicius. Così, toccherà a Xabi Alonso fare il padre e l’allenatore insieme. Un ruolo doppio e scomodo, per cui nessuno è davvero pronto. “A volte – conclude El Pais – non serve domare il puledro, basta galoppare al suo fianco senza cadere dal cavallo. O almeno fingere di tenere le redini”.