La FIFA e le regole cucite su misura per Arabia e Qatar

 

La FIFA e le regole cucite su misura per Arabia e Qatar

Il potere si misura anche in giorni di riposo. In biglietti venduti, in stadi scelti, in regole cambiate quando serve. Dopo un decennio di spese smisurate, il Qatar e l’Arabia Saudita hanno trovato il modo di trasformare la loro influenza nel pallone che rotola: non solo nei consigli d’amministrazione o nei diritti tv, ma dentro il campo. Come racconta Tariq Panja sul New York Times, per la prima volta, sembra che il loro potere abbia avuto un effetto anche sugli eventi di gioco.

Il riferimento è alle qualificazioni per i Mondiali dell’estate prossima. Tutto è accaduto tra marzo e giugno, quando la federazione asiatica, l’AFC, ha deciso di riscrivere la formula di qualificazione. Doveva premiare Iraq ed Emirati Arabi, invece ha premiato Riyad e Doha istituendo quello che in una lettera ufficiale è stato definito un processo di selezione basato su principi di equità. Il New York Times lo chiama una parodia di linguaggio burocratico. Il risultato: entrambe le nazionali del Golfo si sono ritrovate con una testa di serie più alta, il girone da poter giocare in casa e un calendario che gli ha assegnato il doppio dei giorni di riposo tra una partita e l’altra rispetto agli avversari.

Carlos Queiroz, ct dell’Oman, ha reagito con una frase biblica e un sarcasmo neppure così trattenuto: «Gesù disse: – Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno. Ma in questo caso, sanno esattamente cosa stavano facendo». Il suo pareggio a Doha è servito solo a mostrare – dice il NY Times – che in certe partite il risultato è scritto prima del fischio d’inizio. Il resto dell’Asia ha protestato. Gli iracheni hanno chiesto trasparenza — «rendere pubbliche le procedure rafforzerebbe la fiducia» —, gli emiratini hanno scritto lettere di reclamo. Nessuna risposta. A Doha, dove l’Emirato ospitava la partita decisiva, la federazione ha scelto un impianto piccolo, così da limitare i tifosi ospiti. Quando i qatarioti hanno iniziato a lanciare oggetti in campo, il capitano Akram Afif ha ammesso di averli istigati «solo per perdere tempo, naturalmente».

Tutto questo — scrive Panja — è il prolungamento di una storia che parte da lontano, dalla spesa senza pari di Qatar e Arabia Saudita che ha già messo in dubbio la credibilità del calcio. Dalla Coppa del Mondo assegnata a Doha nel 2010 fino al 2034 già prenotato da Riad, passando per il lusso con cui Gianni Infantino ha trovato casa e jet a disposizione. La federazione asiatica ha spostato la finale della Champions in Arabia, ha allargato le regole sugli stranieri per favorire i club che comprano stelle, ora ha modificato anche le regole per le qualificazioni ai Mondiali.

Per Miguel Maduro, ex capo della governance FIFA, è solo l’ennesima regressione: «I dirigenti del calcio hanno fatto marcia indietro rispetto alle promesse di trasparenza». La FIFA sarebbe potuta intervenire, ma ha scelto di non farlo. Il presidente Infantino, ospite regolare dei palazzi di Mohammed bin Salman, è ormai parte della scenografia. Lo si vede accanto al principe, ai forum sugli investimenti, parla di «giusta direzione dell’umanità».

Il potere del Golfo, conclude Panja, non è più soltanto economico o simbolico: è una geografia nuova del calcio, disegnata con la ricchezza come righello. E chi non può comprarla, la partita, può solo guardare.

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