Il combattimento dura un lampo
Roland Barthes
Il sumo sta arrivando in Europa
Alle sei in punto, il primo e unico dohyō professionale fuori dal Giappone era già pronto. Quattro giorni di lavoro meticoloso. La terra argillosa trasportata da Kettering [“dove ha la giusta consistenza”] modellata e battuta, trasformata in un palco; la struttura di legno da sei tonnellate sospesa dal soffitto; i fasci di paglia di riso plasmati con bottiglie vuote, disposti in cerchio attorno al ring. Tre sacerdoti allora hanno benedetto l’arena, spruzzandola di sakè e cospargendola di sale, come racconta Andy Bull sul Guardian, in modo che “avesse ogni dettaglio al posto giusto, che ogni gesto fosse parte di un rituale millenario”.
Fuori, la folla si era radunata sotto le bandiere, un mix di uomini in grisaglia con la nota spese a carico dell’azienda, diplomatici, semplici tifosi appassionati di sumo. Alcuni erano dei signori eleganti e corpulenti che hanno scoperto lo sport su Channel 4 negli anni Novante, altre delle giovani donne vestite dalla testa ai piedi in Comme des Garçons, poi un nugolo di impiegati di mezza età con striscioni raffiguranti i loro rikishi preferiti.
È la scena descritta dal giornale inglese per raccontare la prima volta in 34 anni che un torneo ufficiale di sumo si tiene fuori dal Giappone. Era successo proprio in questa Hall londinese nel 1991. Hakkaku, presidente della Japan Sumo Association, ha aperto la manifestazione con parole solenni: «Questo non è solo uno sport, ma una cerimonia sacra».
Per gli inglesi, il paragone più plausibile e naturale è con il cricket: lentezza biologica, attenzione ai dettagli, eleganza dei gesti, e un pubblico che reagisce a ogni minima sfumatura.
Il Guardian racconta come la tensione e la cura dei dettagli fossero palpabili, e che “la cerimonia di inaugurazione ha trasformato la Hall in un microcosmo giapponese”.
In Italia se n’è occupato il Post spiegando come funziona. Tra i protagonisti preferiti dalla folla pare che ci sia questo Shishi, uno dei due lottatori ucraini presenti. Incarna la nuova frontiera europea del sumo. Ecco il punto. La JSA teme il calo dei praticanti – dai 1.000 iniziali ai 600 attuali – e il torneo a Londra è uno strumento per allargare la base.
“Hakkaku spera che le performance di Shishi ispirino nuovi europei”, scrive Andy Bull, sottolineando il potenziale di crescita della lotta al di fuori del Giappone. In effetti con un certo entusiasmo e un po’ di disciplina, potremmo cominciare a imparare rituali e tecniche, potremmo partecipare a tornei futuri, potremmo alimentare una prossima generazione di rikishi. Tanto a pallone chi ci gioca più.
Il Guardian evidenzia anche il ruolo della dimensione urbana: il Royal Albert Hall come fulcro culturale e sportivo, capace di attrarre curiosi e appassionati. “Uno sport nazionale giapponese trasformato in esercizio di soft diplomacy”, scrive con una certa ammirazione Bull, evidentemente ignaro di quanto accade a maggio fra i vialetti e le hospitality del Foro Italico agli Internazionali di tennis.
Il sumo, dice allora il Guardian, vuole diventare un ponte tra culture. Il futuro in Europa dovrebbe essere fatto di circuiti competitivi, leghe regionali e sviluppo su ampia scala, ma – attenzione – “senza tradire la sacralità”. Auguri. Sullo sfondo già si intravedono gli sponsor. E ora la pubblicità.
