Jorge Valdano su El Pais: il calcio è un’mozione collettiva

“Il calcio è un’emozione comunitaria”. Così cominciava ieri mattina Jorge Valdano sulle pagine di El País nel suo viaggio settimanale intorno a palloni e sentimento, con la sua tipica naturalezza e la sua triplice anima da giocatore, allenatore e pensatore, con la sua voce letteraria dentro e fuori dal campo, un uomo che scrive di calcio come se stesse parlando di umanità, filosofia e poesia allo stesso tempo.
Da qui parte per ricordarci che lo stadio è ancora uno dei pochi luoghi dove “gente di razze, origini sociali e ideologie diverse dimentica le proprie differenze”, persone unite da una corrente di complicità nata da un dolore condiviso. È il piccolo miracolo di due sconosciuti che si abbracciano per un gol, senza dirsi altro. Ma Valdano si chiede: “Perché questo miracolo di comunicazione comincia e finisce allo stadio?”.
Bella domanda. Perché questo capitale umano — questa rete di affetti che il calcio sa creare — non esiste altrove? I club, dice, moltiplicano le strategie per trasformare i tifosi in clienti, ma pochi cercano una relazione veramente umana, capace di durare oltre il risultato. Forse perché non serve: l’amore del tifoso è cieco, disinteressato, a prova di sconfitta. “Il Valladolid – scrive – aveva 20.000 soci in Primera e quest’anno, in Segunda, ne ha 22.000”. L’identità, insomma, cresce nella frustrazione, non nel trionfo — come quella dell’Atlético Madrid, che Valdano confessa di aver ammirato “negli anni dell’inferno”, quando la lealtà dei suoi sostenitori si misurava nella caduta.
È qui che l’argentino intreccia il presente e la memoria, raccontando il caso del Racing de Santander, che sta cercando di portare fuori dallo stadio ciò che nasce dentro. Perché in troppi club, spiega Valdano, la prima squadra sembra l’unica cosa che conti, mentre il vero valore del legame con i tifosi nasce da radici più profonde, “dal passato, dalla memoria condivisa”. Così a Santander, ex giocatori del Racing fanno visita a persone sole per parlare di tempi passati e futuri, e i ragazzi della cantera scrivono lettere per “ingannare la solitudine e far sì che il club sia presente oltre i risultati”.
Il calcio, dice Valdano su El País, è “un territorio emotivo con confini che si estendono dalla miseria alla grandezza”. I suoi eccessi passionali hanno alimentato una cattiva fama, il mercato l’ha reso insensibile. Ma resta una domanda luminosa, quasi ingenua nella sua forza: “Perché il sentimento di comunità che abbiamo perso come società non potrebbe rinascere attraverso il calcio?”.
Da questa domanda nasce l’esperimento del Racing e del suo proprietario, Sebastián Ceria, matematico e umanista, presidente della Fondazione del club. Il suo sguardo, scrive Valdano, “non è avvelenato dal breve termine”, ma proiettato oltre il campo: la cantera come calcio educativo; la memoria racinguista per accompagnare gli anziani; il progetto Mujer Global per accogliere e sostenere le donne vittime di violenza; Racing Saludable, che collabora con l’ospedale per programmi di nutrizione e fisioterapia; e tre scuole inclusive per bambini con disabilità che giocano nella Liga Genuine.
Tutto questo, conclude Valdano, accade “perché nel club scorre una sensibilità diversa”, perché qualcuno ha capito che la passione chiamata calcio può uscire in strada, trasformarsi in azione solidale, diventare legame civile. Il Racing non mette piede in Primera da ventidue anni, ma ha appena battuto il record di abbonati. Forse — suggerisce Valdano — “perché la gente lo sente come qualcosa di suo, un simbolo di appartenenza che va oltre le vittorie. A volte una piccola storia è l’inizio di qualcosa di grande”.