Lo strapotere di Pogačar: 298 ritirati nelle sue ultime tre vittorie

La rinuncia rimane dolore, quantunque dolore volontariamente sostenuto

George Eliot

    

La musica è finita, gli avversari se ne vanno

Stavolta i km percorsi in solitudine sono stati 20, un terzo di quelli ai Mondiali in Rwanda e cinquanta in meno che agli Europei, ma è comunque il primato per la Tre Valli Varesine negli ultimi vent’anni. In mezzo a una folla di biciclette Tadej Pogačar non ci sa stare. Il mucchio non lo diverte. Deve sentirsi a disagio. Nel ciclismo che per molto tempo ha considerato una specie di maledizione correre in maglia iridata, Tadej ha vinto con l’arcobaleno sul petto le prime due gare dopo i Mondiali. Si potrebbe dire un’impresa visti i precedenti [se ne parlava qui], se non lo avesse fatto pure un anno fa. 

Da Busto Arsizio a Varese ieri ha dato 45 secondi a tutti. Nel giro di 5 minuti di ritardo, agli Europei sono riusciti a rimanere in sei e ai Mondiali in quattro. La novità è un’altra. Quando Pogačar scatta e parte, tutti hanno imparato che nessuno andrà più a prenderlo. Né se va via a 20 km dal traguardo, né se lo fa ai -66 come a Kigali, ai -75 come nell’Ardèche, ai -81 come sulla Strade Bianche nel 2024. 

Allora basta, allora se ne vanno. Tanti, troppi, quasi tutti. In Rwanda sono partiti in 165 e sono arrivati al traguardo in 30. Agli Europei sono partiti in 101 e sono arrivati in 17. Alla Tre Valli Varesine di ieri i ritirati sono stati 79, e stavolta non c’era di mezzo un tracciato durissimo. Sommati a quelli delle due corse precedenti, fanno un totale di 298 disertori in 10 giorni, 298 vittime della frustrazione innescata da Tadej. 

Peter Ahrens ne ha scritto in Germania sullo Spiegel inventando il nome di Dominator Pogačar. Che effetto ha sullo sport la superiorità di qualcuno? Si può interpretare come un segno di ammirazione quando Vingegaard e altri si arrendono e non concludono la gara. Si può anche vedere come un atto di buon senso per conservare le energie alla fine di una stagione estenuante. Ma non si rende forse omaggio al vincitore continuando a gareggiare e tagliando il traguardo dieci minuti dopo di lui? La sconfitta fa parte dello sport. Così come riconoscerla. Arrendersi prematuramente, rendersi conto di non poter vincere, è tutta un’altra cosa. Sfuggendo alla sconfitta, si priva il vincitore di parte della sua vittoria. A parte il fatto che si priva il pubblico al traguardo dell’opportunità di applaudire i perdenti. È una questione di rispetto

| Questo Tadej Pogacar sembra vivere sulla Luna, ma chi osserva il suo arcobaleno di campione del mondo e la maglia di campione d’Europa vorrebbe dirgli che il suo regno è oltre le stelle, in un posto dove nessuno può seguirlo. Cosi ha scritto Carlos Arribas su El Pais, aggiungendo che dal cuore dell’Africa fino alle tranquille sponde del Rodano, il giovane sloveno sfida il ciclismo con una leggerezza quasi soprannaturale: la sua Colnago è un’estensione del corpo, un’ala fatta di carbonio, titanio e muscoli, spinta da un solo motore, il cuore. Tutti lo ammirano e lo maledicono, Remco Evenepoel incluso, che se non esistesse Pogacar sarebbe probabilmente il più grande del lotto, ma davanti a lui resta un brillante pallido riflesso della perfezione.

Arribas, su El País, ci conduce allora nel mondo del campione sloveno, raccontando come Pogacar abbia trasformato la follia in metodo. Riepiloga gli attacchi da lontano e colacola che negli ultimi due anni ha vinto il 44% e il 40% delle gare corse. Nessuno, neppure Merckx, si è avvicinato a questo livello

La domanda che il ciclismo si sta ripetendo da un paio d’anni arriva a questo punto, ma Arribas la dribbla: È il più grande della storia? Forse. Ma non importa. Picasso è più grande di Velázquez?

In un ciclismo diventato più intenso e scientifico, tra nutrizione, tecnologia, allenamenti d’avanguardia, El Pais scrive che ci innamoriamo dei giovani che arrivano, una volta è Ayuso, un’altra volta è Seixas, ma dopo tutti guardano Pogacar, e ka pazienza vola in aria. Le stelle del resto vivono lì 

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