La mutazione delle aste e della specie
Sei metri e trenta non sono una barriera così simbolica come i sei metri e basta scavalcati da Sergej Bubka quarant’anni fa – era il 13 luglio del 1985 e su Repubblica Carlo Marincovich raccontava l’evoluzione della specie.
“L’asta di Sergej Bubka pesa tre chili ed è lunga 5,30. È costruita in fibra di vetro, materiale che ha soppiantato da moltissimi anni il bambù e il metallo, in continua evoluzione. Fabbricata in Francia su licenza statunitense, è lunga 5,30 e viene impugnata da Bubka ai 5,10, più in alto di ogni altro atleta. I progressi nella costruzione dell’ attrezzo hanno lentamente rivoluzionato anche la struttura fisica dell’atleta, più che in ogni altra specialità. Con l’asta metallica, non era per niente utile essere rapidi in rincorsa. Anzi, spesso la rapidità era un danno. L’atleta aveva una muscolatura molto sviluppata dalla vita in su, gli arti inferiori erano “normalissimi”. Adesso è molto importante essere anche veloci, per sfruttare l’energia elastica che l’attrezzo regala. Non è quindi errato definire gli astisti “uomini catapulta“, anche se sono loro stessi a produrre l’energia necessaria a superare i sei metri d’altezza. Grazie alla fibra di vetro, il record nell’asta non ha praticamente limiti”.
C’era già tutto nelle sue parole. C’era l’annuncio dell’arrivo futuro di un Duplantis, definito oggi da L’Equipe “il risultato di una lunga evoluzione iniziata ufficialmente nel 1912 con i 4,02 dell’americano Marc Wright”. Tornando indietro nel tempo, prima della nascita della federazione internazionale, esistono già tracce di un certo John Wheeler, un britannico, a cui è stato attribuito un risultato di 3,05 m nel 1866. All’epoca, gli atleti saltavano utilizzando aste di legno corte e rigide, che impedivano di fare leva. Oggi invece “in mano a lui l’asta pare un bastoncino, un gioco da Shanghai” [Emanuela Audisio, Repubblica].
L’asta di bambù è comparsa all’inizio del secolo scorso. Era più flessibile e leggera. I saltatori andavano a procurarsele in Giappone, ma dovevano essere curate perché senza preavviso potevano spaccarsi.
Il primo a usarla pare sia stato un americano, si chiamava Norman Dole, così almeno sostengono Robert Parienté e Alain Billouin in La favolosa storia dell’atletica. Gli è stato accreditato un volo di 3,69 nel 1904. Altre fonti attribuiscono la primogenitura a Charles Dvorak, oro ai Giochi di Saint Louis nel 1904. Fino al 1908 era permessa la tecnica detta “ad arrampicata” dovuta alla mancanza della buca nella quale fare perno.
Il bambù fu il materiale preferito preferito di Fernand Gonder, che superò i 4 metri nel 1905, ma la sua prestazione non fu mai certificata, mentre l’ultimo a usarlo fu Cornelius Warmerdam, asso degli anni Quaranta, il californiano di origini olandesi che portò il primato da 4,60 a 4,79. È considerato uno dei più grandi atleti di sempre a non essere mai stato ai Giochi olimpici. La guerra lo privò delle edizioni del ‘40 e del ‘44. Nel ‘48 fu escluso perché nel frattempo era diventato un professionista. Ha battuto il record 9 volte, tre all’aperto e sei indoor. Si allenava in casa, usando una buca scavata nella fattoria della famiglia, tra gli spinaci e la frutta.
Fu a quel punto che i pali mutarono, prima divennero di metallo, più costosi, più difficili da usare, e all’inizio degli anni Sessanta in fibra di vetro, leggeri e flessibili. Maurice Houvion, uno dei primi utilizzatori, chiedeva a sua moglie Yveline di essere presente agli allenamenti per afferrare il bastone prima che cadesse a terra. Accipicchia, poteva rompersi. I progressi compiuti con la fibra di vetro furono immediati e sorprendenti. Il suo effetto catapulta cambiò le sensazioni dei saltatori. Quando l’asta smetteva di flettersi, dava al corpo una velocità ascensionale inedita.
Ci vollero meno di due anni perché il record mondiale fosse portato dai 4,83 del 1961 ai 5 metri del 1963 con il finlandese Pentti Nikula in una gara indoor. L’americano Brian Sternberg lo imitò all’aperto in primavera. La fibra in vetro era democratica, a disposizione di tutti. I detentori del record mondiale si susseguirono fino a 14 nomi diversi tra 1964 e 1983. Fino all’arrivo di Sergei Bubka.
Quando si manifestò ai Mondiali di Helsinki, ancora nessuno sospettava che sarebbe stato il sovrano ventennale della disciplina con 35 record mondiali indoor e all’aperto e con l’anomalia di un solo oro olimpico. Bubka aveva una potenza fisica straordinaria, valeva 10.35 nei 100 metri, aveva saltato 8 metri nel lungo e si allenava come un ginnasta. Era molto più mostruoso di Mondo, garantisce L’Equipe nella sua storia dell’evoluzione della specie.
Nei giorni dei Mondiali di Roma seguiti per Repubblica, Gianni Brera lo definiva nel 1987 un “volatore” che aveva “forza di proiezione, imbucata, caricamento di un’asta divenuta fionda, verticale acrobatica, rovesciamento di fianchi e coltello finale sopra l’asticella. Sono necessari qualità e coraggio immensi”.
Rispetto al sovietico poi ucraino, Duplantis è più invincibile in gara, meno esposto agli andirivieni emotivi. Thibaut Collet, l’ultimo frutto della scuola francese, quinto ieri come a Budapest, dice che contro un fenomeno come Duplantis non si può far nulla. È il leader di una nuova “generazione di lunatici”. Tanto vale farselo amico.
