Il discorso di Serena per l’ingresso di Maria nella Hall of Fame
Colpo di scena. Ma proprio un gran colpo di scena. Ma proprio un grossissimo colpo di scena. L’odio è finito, andate in pace. Quando Maria Sharapova si è presentata ieri sera a Newport, Rhode Island, la città dove ha sede la Hall of Fame del tennis, il discorso di accettazione per il suo ingresso del club delle grandissime di sempre è stato tenuto da Serena Williams. Una spiritosissima Serena Williams. «So che probabilmente sono l’ultima persona che vi aspettereste di vedere qui stasera – ha detto dopo un applauso forte – onestamente qualche anno fa, probabilmente, avrei detto la stessa cosa anch’io».
Serena stessa ha spiegato cos’è accaduto. «Qualche mese fa, Maria mi ha scritto un messaggio dicendomi che aveva bisogno di parlarmi. Quando l’ho chiamata, mi ha chiesto se potevo presentarla alla Hall of Fame. Prima ancora che potesse finire la domanda, ho detto di sì, forte, subito, con tutto il cuore. Proprio perché si tratta di lei».
From long-time rivals, to forever friends 🫂
Serena Williams introduces Maria Sharapova into the International Tennis Hall of Fame! pic.twitter.com/fa9RRc9Goc
— Tennis Channel (@TennisChannel) August 23, 2025
williams
Il principio della rivalità – qualcosa di più di una rivalità – è noto. La prima delle cinque vittorie Slam di Sharapova arrivò a spese della più piccola delle sorelle Williams: 6-1, 6-4 sul Centre Court di Wimbledon. «Ancora oggi lei lo definisce il momento più alto della sua carriera. Ancora oggi – ha detto Serena alla cerimonia – la considero una delle mie sconfitte più dure».
Williams si sarebbe vendicata di Sharapova per il resto della carriera, vincendo i loro ultimi 18 incontri e 20 su 22 in totale. Quando la sbranò in poco più di un’ora alle Olimpiadi di Londra, Concita De Gregorio su Repubblica scrisse che la russa le era sembrata “come una ballerina del Bolshoi lasciata sola in una stanza con la tigre dai denti di sciabola”.
“Ma resta il fatto – ha scritto stamattina il magazine Tennis – che la storia di nessuna delle due giocatrici è completa senza l’altra”.
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FUORI CATALOGO
Quel Wimbledon | Era il 2002 che il fotografo yankee Art Seitz mi mostrò una serie di foto di una pin up bionda, abbandonata sul bordo di una piscina. In alcune delle immagini la sirena pareva baloccarsi con una racchetta, credo una Prince, color argento. «Bellissima ragazza – non tardai a esclamare – sarebbe delizioso che fosse davvero una tennista». Art scoppiò in una risataccia omerica. «Vedrai tra due anni» annunciò. Due anni son passati, e quella deliziosa bambola ha appena battuta, e di brutto, la povera Serenona Williams, soverchiata sino ad apparire goffa. … Poiché il mio indubbio talento è spesso tradito dalla memoria, mi rendo conto adesso, solo perché Tommasi me ne informa, che già avevo ammirato Maria l’anno passato sull’erba di Wimbledon, contro un’ altra pin up pompatissima dagli yankee, Ashley Harkleroad. Consultando le mie note di allora, mi ritrovo non meno impressionato che affascinato dai suoi gemiti, dai suoi rantoli, insomma dalle emissioni sonore complementari ai grandi, secchi, violentissimi colpi di rimbalzo. Anche ieri, Maria ha vinto con il servizio, il diritto, e il malefico cross di rovescio. Che altro? È bellissima, lunghissima, con un sorriso dolcissimo: una Venus bianca. | Gianni Clerici, la Repubblica, 4 luglio 2004
Non fu la sconfitta in sé, fu quel che accadde dopo a minare per sempre il rapporto fra le due giocatrici. Per sempre fino alla notte scorsa. Lo ha raccontato una volta per tutte Maria Sharapova nella sua autobiografia.
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Che cosa accadde dopo
Qualche minuto dopo ero accanto a Serena per la consegna dei trofei. Perdere su un palcoscenico così importante è durissima, credetemi, l’ho sperimentato in seguito. Devi mostrarti affabile e gentile, mentre dentro piangi. Wimbledon poi è un vera tortura, perché è l’unico Grande Slam in cui l’atleta sconfitto è costretto a fare il giro di campo assieme alla vincitrice che mostra orgogliosa il trofeo al pubblico. È uno dei momenti piú difficili che un tennista possa affrontare nel circuito. Hai dato tutto di te su quel campo sperando nella vittoria, non si sa come hai perso e ora devi assistere al trionfo, nello stadio e in tv, della persona che ti ha preso tutto. Un tormento. La seconda classificata riceve un piatto commemorativo e un ringraziamento. La vincitrice conquista il cosiddetto Rosewater Dish, un vassoio d’argento – assegnato per la prima volta nel 1886 –, un premio in denaro di circa un milione di dollari e il plauso affettuoso del pubblico. I premi furono consegnati dal Principe Carlo e dal Presidente dell’All England Tennis Club.
Serena ricevette il suo per prima. Seppe gestire bene la situazione, alla domanda di un cronista su che cosa provasse, rispose parlando solo del mio successo – ma dietro i sorrisi e le frasi di circostanza era evidente che soffriva e smaniava per andarsene, come era logico.
Quanto a me, davanti alle telecamere cercai di non dimenticare nessuno nei ringraziamenti. Nominai Nick Bollettieri e Robert Lansdorp, i miei genitori, e accennai a Juan Carlos Ferrero senza però nominarlo, credo di non aver mai reso pubblico quell’episodio fino a oggi. A un certo punto guardai in alto il mio palco, e sorridendo al mio team feci il segno delle forbici, per ricordare a mio padre, al mio allenatore e al mio preparatore la scommessa: «Se vinco vi rasate a zero». Poi in realtà non l’ho preteso, anche perché se mio padre si fosse rasato i capelli forse non gli sarebbero mai piú ricresciuti. Raggiunsi lo spogliatoio da sola. Serena aveva lasciato il campo appena possibile, senza dare nell’occhio.
Non ci avevo fatto caso e non ci avrei neanche pensato se, entrata nello spogliatoio, non mi fossi resa conto di un particolare. Dalla sua cabina privata una giocatrice non può vedere l’avversaria, ma sente i rumori, e quello che giunse alle mie orecchie mentre mi cambiavo era il pianto dirotto di Serena Williams. Gemiti gutturali strozzati, singhiozzi ininterrotti.
Me ne andai il prima possibile, ma lei sapeva che ero lí. Spesso ci si domanda perché mi sia sempre stato cosí difficile battere Serena; negli ultimi dieci anni mi ha dominato, sconfiggendomi 19 volte su 21. Spesso questa mia difficoltà viene spiegata citando la potenza di Serena, il suo servizio e la sua sicurezza, oppure confrontando i nostri stili di gioco, e senza dubbio c’è del vero in tutto questo, ma il motivo reale va trovato in quello spogliatoio, dove io mi cambiavo e lei piangeva.
Penso che Serena mi odiasse perché ero la ragazzina esile che l’aveva sconfitta a Wimbledon contro ogni pronostico, perché l’avevo vista in difficoltà. Ma soprattutto mi odiava perché l’avevo sentita piangere. Non mi ha mai perdonata per questo. Non molto tempo dopo il torneo so che disse a un’amica, che poi me lo ha riportato: – Non perderò mai piú contro quella stronzetta. | Maria Sharapova. Unstoppable (in edizione italiana Einaudi, 2018)
Ora Serena è più disponibile a raccontare un’altra verità. «Eravamo un tempo acerrime rivali, avevamo le nostre divergenze: agli occhi del mondo sembravamo a chilometri di distanza. Ma la verità è che non lo eravamo. Volevamo esattamente la stessa cosa, nello stesso preciso momento: essere le migliori in assoluto».
In un’intervista a Time nel mese di aprile aveva detto: «Stranamente, non ho potuto fare a meno di pensare a Maria per tutto questo tempo». Ne parlò in relazione alla squalifica di Sinner. «Non posso fare a meno di provare compassione per lei».