Il suo destino è uguale a quello del calcio
Se non siamo più gli stessi davanti al calcio, se non siamo quelli di trent’anni fa, la responsabilità sono chiare e le colpe sono evidenti. Il Fantacalcio. Quel gioco che nacque come un sovvertimento chic alla metà degli anni Novanta e quando ha conquistato le masse, oddio, ha causato “una strana divisione culturale, una sorta di dualismo snobismo/infantilismo” dice stamattina Jonathan Liew sul Guardian ragionando su chi siamo, dove andiamo, a che ora si mangia.
Liew dice che “si diffonde sempre più l’opinione che ossessionarsi per squadre inventate in un gioco inventato sia fondamentalmente una banale assurdità, la sostanza della rovina della civiltà, un parassita entrato nel corpo del football. Spesso queste accuse – sottolinea – vengono mosse dalle stesse persone che sostengono che urlare ai cavalli di correre più veloci costituisca in qualche modo la forma più alta di impresa sportiva”.
Dall’altro lato del tavolo, fa notare, c’è però una schiera di uomini ormai adulti che analizza la conferenza stampa di Eddie Howe fin nei minimi dettagli per capire se questo o quello giocherà dall’inizio, o casomai va messo in panchina. Quando Ange Postecoglou arrivò al Tottenham, ammise con un certo rammarico di essere stato costretto a lasciare il fantacalcio che faceva con i suoi amici da 20 anni. Nessuno gli chiese se fu costretto dagli amici o se lasciò lui.
Il fantacalcio in Inghilterra è arrivato sul sito dell’austera BBC. Si trova nell’algoritmo di ricerca di Google. Si trova nelle interviste ai giocatori. Si trova nei commenti radiofonici. E per fortuna Liew non sa che noi abbiamo inventato pure il Fantasanremo.
Si calcola che nel Regno Unito ci siano 11 milioni di appassionati, e perché stupirsi – ragiona Liew – “non è poi così distante dalle fan fiction e dalle narrazioni generate dagli utenti che popolano tante sottoculture giovanili: un modo per dare il proprio tocco personale al gioco, un mezzo di espressione e di conoscenza, un modo di essere dei partecipanti attivi anziché consumatori passivi. Una sensazione di condiscendenza accompagnerà sempre il fantacalcio, allo stesso modo in cui i videogiochi sono stati considerati una forma di produzione culturale inferiore e banale. Ma francamente è forse un modo meno valido di consumare il calcio rispetto ad altre forme di ossessione? È forse più banale o frivolo di seguire i pettegolezzi sui trasferimenti, o quelle lunghe e noiose discussioni sulla contabilità del calcio, o interessarsi a chi Morgan Gibbs-White ha deciso di non seguire più su Instagram, o da quale città vengono gli arbitri?”.
IN DIFESA DEL FANTACALCIO
In effetti, Liew riesce a convincere che “come tutte le forme di cultura di massa, il calcio genera del sottobosco in abbondanza. Forse, sotto una certa luce, è possibile considerare il fantacalcio come il meno tossico tra tutti: non è aggressivo come i social media, non è socialmente dannoso come il gioco d’azzardo, non è folle come le teorie del complotto. Ai suoi praticanti più devoti offre una forma di comunità, una microdose settimanale di trionfo e di disastro, un coinvolgimento emotivo in uno sport che spesso considera i tifosi come semplici consumatori. Poi, come per ogni cosa che diventa estremamente popolare, la sua esplosione è stata accompagnata dai soliti vettori di avidità e di truffa, di sfruttamento e di opportunismo. I campionati a premi, sebbene teoricamente vietati, continuano a prosperare. Il mercato degli strumenti di intelligenza artificiale e delle conoscenze riservate, protetti da abbonamenti premium, è schizzato alle stelle. Ma a un certo livello, il fantacalcio esprime quella che è sempre stata una delle grandi tensioni inesplorate del football. Nato come un innocuo passatempo, ora è sotto attacco da parte di grandi capitali e grandi aziende tecnologiche: a pensarci bene, forse il fantacalcio è un modello piuttosto valido per raccontare cosa è successo al calcio”.