La morte di Hulk Hogan, il corpo dell’America anni Ottanta

     

La morte di Hulk Hogan, il corpo dell’America anni Ottanta

  Prima che il wrestling da noi prendesse il nome con cui americani e inglesi chiamano la lotta olimpica, in televisione si chiamava catch. Arrivava in seconda serata su certi canali locali e il più rumoroso eroe era Antonio Inoki. 

“Saliva sul ring in mutande nere, urlava ideogrammi in libertà, scaraventava via l’asciugamano e cominciava a menare” nel racconto che una volta fece Alessandro Pasini sul Corriere della sera. “Pugni e calci quasi tutti finti, lacci californiani, se occorreva sedie sulle teste, una volta ha pure tagliato i capelli a uno che lo aveva fatto particolarmente incazzare”. 

Il suo aedo, uno dei miti trash della generazione, era Tony Fusaro, che si eccitava dicendo «ecco Kimura che vola qui di fianco a noi», “come se l’Antonio fosse così forte da far planare uno da Tokyo a casa nostra con uno slavadente. Ma così era il catch: improbabile come gli anni Ottanta, divertente come un trionfo”.

Kimura era il suo nemico più perfido insieme con Riki Choschu. Il suo rivale più onesto si chiamava Hulk Hogan, l’uomo che avrebbe fatto diventare quell’intrattenimento di nicchia un fenomeno pop, ovviamente in contrasto con il Codacons che protestava e giudicava le trasmissioni violente e diseducative. Fabrizio Miccoli giocava nella Fiorentina quando disse che la sera di Juventus-Liverpool, il primo Juventus-Liverpool vent’anni dopo l’Heysel, aveva preferito restare quattro ore davanti alla tv per vedere Wrestling Mania perché «lo seguo da quando c’era Hulk Hogan», e aveva continuato a farlo con Rey Misterio e Batista. «Ho l’album delle figurine e il gioco alla playstation». 

Che le botte fossero finte non interessava a lui e neppure a tutti quanti gli altri. «Bambini, non ripetete queste cose a casa, eh?» diceva Dan Peterson a Italia Uno. Veri erano gli steroidi di cui si facevano tutti, al tempo in cui l’Hulk bianco diventava “il wrestling in persona, il Muhammad Ali e il Michael Jordan del wrestling” come lo chiamò Riccardo Crivelli sulla Gazzetta. Hulk diceva: «Gli anabolizzanti fanno ormai parte del business e sono dappertutto, ma non sono una sorpresa per nessuno. Basta solo aprire gli occhi e guardare: ormai riconosco uno che si fa di steroidi a un miglio di distanza. Tutti i wrestler sono al di sopra del loro peso forma, con quelle vene così grosse che fanno impressione. Io peso attorno alle 285 libbre, dipende da quanta robaccia mangio, ma se avessi 25 anni e fossi pulito, probabilmente potrei arrivare a 300 libbre. Quando combattevo il mio peso oscillava fra le 320 e le 340 libbre perché il mio corpo era pieno di acqua, avevo la faccia gonfia e le mie braccia erano così grosse che non riuscivo nemmeno a toccarmi le spalle e si capiva alla prima occhiata che ero sotto l’influenza di qualcosa. Gli steroidi ci sono sempre stati in tutti gli sport, ma se oggi dobbiamo pensare a uno in particolare, questo è senz’altro il wrestling». 

Embed from Getty Images

Hulk Hogan è stato il fenomeno che una volta portò 93.173 paganti al Silverdome di Pontiac per un match con Andre The Giant. È morto all’età di 71 anni dopo aver incarnato gli anni Ottanta, era nato Terry Gene Bollea, figlio di un falegname e di una maestra di danza, ma sul ring – diciamo – aveva preso il nome di Hulk dopo un incontro con Lou Ferrigno e il cognome di Hogan “perché faceva comodo fingere che avesse origini irlandesi” racconta Carlo Stagnaro sul Foglio. “Era, contemporaneamente, un gigante inarrivabile e “uno di noi”, pancetta inclusa. Il suo mito crebbe grazie alla capacità di entusiasmare il pubblico, incarnando il ruolo dell’eroe senza macchia (sebbene in alcuni momenti abbia recitato la parte del cattivo)”. 

LA SUA RIVOLUZIONE

Massimiliano Parente ha scritto sul Giornale un diario sentimentale della sua infanzia trascorsa accanto a quest’omone dai baffi lunghi come le sue menzogne sul ring. “Come ogni mito costruito nel modo giusto – dice – rimarrà ovunque: nelle gif, nelle t-shirt vintage, nei ricordi confusi di chi lo guardava credendo davvero che fosse invincibile. Hulk Hogan non era un uomo, era una narrazione ipertrofica, un’icona che ha incarnato l’America di Reagan, l’edonismo anni ’80, il wrestling quando era ancora una soap opera violenta per bambini cresciuti. Ha venduto forza, sicurezza, follia, immortalità da supermercato”.

Ha continuato a venderla fino all’ultima convention repubblicana. Mentre Kamala Harris si faceva vedere accanto a Beyoncé e Taylor Swift, lui se n’è andato da Trump in mezzo a “tanti ghigni, i commentatori a ironizzare sul parterre repubblicano con poche star e demodé” ricorda Alberto Simoni su La Stampa, eppure erano quelle che stavano parlando all’America che avrebbe deciso il voto. “Gli anni Ottanta dell’edonismo reaganiano e della cultura pop – dice – Madonna, Michael Jackson, le sit com e Ritorno al Futuro con Michael J. Fox – non possono prescindere da quest’uomo che si definiva buono e per iniettare dosi di entusiasmo saliva sul ring portandosi le mani alle orecchie per raccogliere il boato della folla e poi si stracciava la maglietta. Piccolo trucco anche qui, la t-shirt era già pre-tagliata per facilitare l’esibizione”. 

È stato la prima fake news globale, dice Massimiliano Panarari in un commento ancora su La Stampa. È stato “una storia molto americana – ha scritto – dunqu fondata sull’intrattenimento infinito e sul «divertirsi fino alla morte», per dirla con Neil Postman, ovvero sino all’annichilimento – immaginario e simbolico – dell’antagonista dell’eroe per cui si parteggia in questa rappresentazione scenica. Anche per queste affinità elettive, oltre che per i personali convincimenti politici di ultradestra, si era sviluppata come un fiume impetuoso la corrispondenza di amorosi sensi tra Hogan e Donald Trump, ambedue uomini di spettacolo che sulla finzione hanno costruito solidissime carriere”. 

Marco Ciriello su Domani dice proprio che “il wrestling in prima serata, niente raccontava meglio l’America. Un’illusione di muscoli e vittorie, di liti e colpi di scena, la Marvel in carne e ossa e c’era anche il futuro, quello tragico trumpiano. Hulk Hogan era un uragano che ci stava dicendo quello che avrebbero fatto con le nostre vite: scontri e rappresentazione. Per tutti gli anni Ottanta era il corpo dell’America in costume giallo, muscoli in evidenza e rito di colpi e riscossa. Non si contano le sue faide, in pratica era la telenovela dei maschi americani dai 6 ai 96 anni. Dacci oggi la nostra dose di schienate, solleva il gigante, abbatti il prepotente, amen”.

Embed from Getty Images

Maurizio Crosetti su Repubblica considera che “per capirlo, e forse addirittura per apprezzarlo, bisognava uscire dalla realtà. Il guaio è stato non riuscire più a farci ritorno”.

COSA SCRIVONO IN AMERICA

In America il New York Times lo saluta come una star, “un colosso culturale” nella definizione di Victor Mather, stravagante, carismatico, l’uomo che ha trasformato il wrestling da “un’attrazione regionale a basso budget in un’industria multimiliardaria” con i suoi capelli ossigenati, le bandane colorate, gli enormi bicipiti che lui chiamava i miei pitoni da 24 pollici. Apparteneva ai face: i buoni. E si batteva contro gli heel: i cattivi. I due partiti del wrestling. La lega gli diede un’immagine patriottica, lui l’aveva condita con il leg drop, la sua mossa finale, un rimbalzo sulla corda, un salto in aria e l’atterraggio con la gamba in avanti sull’avversario a terra. 

È stato il primo wrestler al Saturday Night Live, il primo sulla copertina di Sports Illustrated, apparve in un Rocky e scaraventò Stallone fuori dal ring. I giornali americani si occupano ovviamente dei suoi legami con Trump e il Washington Post più di tutti scrive di questo rapporto personale durato quarant’anni, diventato anche politico dopo l’attentato durante il comizio in Pennsylvania. “Entrambi – dice il WPost – hanno fatto risorgere le loro carriere dagli scandali”. Ma non è stato sempre dalla stessa parte. Aveva sostenuto Barack Obama. 

Jason Gay sul Wall Street Journal ammette di non saper bene “dove collocare Hulk Hogan nella storia dello sport, né se inserirlo affatto. Il mestiere del wrestler è intrattenere, non gareggiare. Eppure è impossibile non riconoscere con lui l’evoluzione del wrestling a fenomeno culturale. Sport, politica e società si sono mescolati nel wrestling. Siamo diventati una nazione di chiassosi conflittuali, una nazione in cui la ragione viene sistematicamente soffocata dalla voce più forte nella stanza. Il wrestling riduce le complicazioni della vita a conflitti primordiali, e pochi lottatori hanno incarnato questo approccio in modo così famoso e inquietante come Hulk Hogan. È stato uno dei personaggi più straordinari in un universo ancora più straordinario”.

Sembrava immortale. Era il suo soprannome. Non era vero. Come il wrestling. Che si chiamava catch.  

Embed from Getty Images

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.