
Il Grande Slam a cui piace dirsi umano: l’anomalia dei giudici di linea
Liberté, Égalité, Humanité. La libertà in questi 15 giorni al Roland-Garros si è incarnata nei fotografi. Dicono che ogni campo è diverso dall’altro, ogni tipo di luce esalta una creatività differente. Di eguaglianza se n’è vista poca e molto s’è discusso della mancanza di partite femminili sul campo centrale nella sessione di sera. È l’umanità che ha vinto lo Slam francese, scalzando la fraternité dalla trinità della Rivoluzione. L’umanità di Cori Gauff che ha fatto cadere il coperchio del trofeo mentre armeggiava e s’imbranava con qualcosa nei paraggi della borsa, l’umanità nel festeggiare con i raccattapalle del torneo, dare il cinque a tutte e tutti, posare in mezzo a loro per una festa e per fare rumore.
L’umanità della chiamata dei punti sulla linea. Gli altri tornei dello Slam si sono consegnati del tutto all’occhio di falco e all’elettronica. Il Roland-Garros ha “preferito restare ancorato a una versione del gioco più tattile e tradizionale” spiega il sito ufficiale della WTA. Quando il giudice di sedia non è sicuro della chiamata di un giudice di linea, fa quella cosa che si faceva ancora mezzo secolo fa, schioda il sedere, scende le scalette e va a guardare. Tiene la mano con il palmo rivolto verso il basso se la palla è dentro, solleva il braccio e lo distende se la palla è fuori. Forse non saranno gesti bianchi, ma sono comunque gesti perduti nel tennis.
«Terremo i giudici di linea – ha spiegato Gilles Moretton – presidente della federazione francese – finché i giocatori saranno d’accordo». Ma quanto durerà, si domanda il sito ufficiale della WTA, e non si può non cogliere oil senso politico di questa domanda e di questo servizio.
“La maggior parte delle giocatrici – si legge – nonostante le occasionali e importanti obiezioni durante le partite, sembra schierarsi a favore della tecnologia”.
«Non so dipende dal fatto di appartenere a una certa generazione – ha detto Coco Gauff – ma penso che se abbiamo la tecnologia dovremmo usarla. Ovviamente gli arbitri sono bravissimi. Ma ci sono piccoli dettagli di una partita che possono avere un peso nel grande schema delle cose. Rispetto la decisione del torneo e rispetto il fatto che ci siano ancora arbitri di linea. Però se potessi scegliere, giocherei su un campo dove sono i robot a prendere le decisioni».
Il Wall Street Journal dice che l’elettronica toglie alleati ai giudici di sedia. Jaume Campistol ha arbitrato sette finali Slam e ha scoperto che la mancanza di giudici di linea rendeva più difficile costruire un rapporto di fiducia con i giocatori durante le partite. “Certe vecchie conversazioni tranquille tra gli ufficiali di gara – dice il giornale americano – erano invece un modo per mostrare ai giocatori quanta cura fosse dedicata a ogni decisione, disinnescare potenziali situazioni di tensione”.
La resistenza alla tecnologia ha un mare di sfumature, comprende molte posizioni politiche – non solo quelle conservatrici – ed è una pratica assai diffusa. In Italia lo fa un’azienda su quattro. Lo dicono i report sui tassi di digitalizzazione. Il sociologo Davide Bennato, ex vicepresidente di STS Italia, la società italiana di studi su scienza e tecnologia, ha dedicato al fenomeno un intervento molto interessante sui diversi motivi che ci spingono a dire no, ma non è meno interessante il passaggio in cui sottolinea perché ci si apre alla tecnologia, quando nel processo cognitivo intervengono tre elementi determinanti per la percezione della sua utilità: “la rilevanza per il lavoro (grado di applicabilità del sistema informatico ai compiti da svolgere), la qualità del rendimento (in che modo il sistema migliora la prestazione lavorativa), la dimostrabilità del risultato (fino a che punto è concreto l’effetto dell’innovazione sullo svolgimento del lavoro)”.
Ma quanto è ragionevole questa anomalia parigina? Se lo domanda Eurosport France parlando di un Roland-Garros che “si compiace del suo ruolo di Gallo incontenibile. A dire il vero il ruolo gli calza a pennello. Siamo tutti affezionati a questo folklore un po’ anacronistico, a questo balletto permanente che scandisce ogni scambio, le ginocchia piegate all’inizio del punto, le mani giunte o le braccia tese, tutto accompagnato da un grido che non sappiamo mai quanto sia profondo, stridente, autoritario o timido. In ogni caso, meno monotono del grido sordido della macchina. E poi, umanamente parlando, come possiamo desiderare la dismissione dei circa 330 fra uomini e donne che hanno contribuito a creare la leggenda del Roland-Garros? Eppure, il senso della storia spinge con forza contro il Grande Slam parigino. Per quanto tempo potrà rimanere l’ultimo baluardo della tradizione? Questo è il grande interrogativo”.
Resistere, dice la WTA, è un impulso naturale. “È ciò a cui siamo abituati. È il motivo per cui le persone di una certa età preferiscono i giornali alla lettura online, o i vecchi CD, in casi estremi persino i dischi in vinile, alla musica in streaming. In teoria i giudici di linea elettronici tengono conto dello spessore dello strato di terra battuta sul campo, della velocità e della traiettoria della palla al momento dell’impatto. Tuttavia restano ancora dei dubbi”. Quando ne vengono a Sabalenka, corre a prendere lo smartphone nella borsa e fa una foto al segno della palla. Come dire: combatto la tecnologia con un’altra tecnologia. Quando è successo venerdì in semifinale, Sinner l’ha risolta con Djokovic come di fa al circolo: stai guardando il segno sbagliato, amico. Dici il segno sbagliato? Dico il segno sbagliato. Uno recede e finisce lì. Humanité.