Una maglia rosa venuta dal Messico

   

La sesta maglia rosa diversa in nove giorni è quella di un ragazzino venuto dal Messico per allargare ancora un po’ la mappa del ciclismo, quello sport che un tempo stava più o meno dentro il perimetro Italia-Belgio-Francia-Spagna e che negli ultimi quindici anni ha visto arrivare alla maglia iridata per la prima volta la Danimarca, la Norvegia, la Slovacchia, il Portogallo, la Polonia, l’Australia.

Isaac Del Toro viene da Ensenada, la regione della Baja California affacciata sul Pacifico, anzi la Cenicienta del Pacifico, una Cenerentola. È un posto con un passato leggendario, una città creata in mezzo alle miniere della zona, frenata nel suo sviluppo dalla Revolución e trasformata grazie al proibizionismo americano.

Quelli che cercavano alcol e divertimento, attraversavano il confine e andavano là, nel lusso dell’Hotel Riviera, inaugurato nell’ottobre del 1930 con la Xavier Cugat e il pugile Jack Dempsey. Durante la seconda guerra mondiale diventò un sito militare, ebbe un suo nuovo splendore negli anni Cinquanta e nel 1964 venne statalizzato, chiuso e demolito. Qualcuno sostiene che lì dentro sia stata inventata la Margarita, ma probabilmente è una leggenda. 

Chi è Del Toro

Il ragazzo Isaac racconta di trascorrere le sue giornate a guardare video di ciclismo. Pensa che certe situazioni del passato si possano ripetere. Corre per la squadra di Pogačar, ed è un indizio. Doveva fare il gregario di Ayuso e stamattina ha 1:13 di vantaggio su di lui in classifica. Certi Giri d’Italia si sono vinti di recente con molto meno.

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Alessandra Giardini sulla Gazzetta dello sport scrive che Del Toro ha cominciato a pedalare perché sua madre voleva dei figli atletici. Aveva sette anni quando cominciò ad allenarsi come un atleta vero, e a seguire una dieta da corridore. Era ancora alle elementari quando partì per le prime gare: strada e mountain bike. Non era veloce, così si impegnava ogni giorno per migliorare il suo punto debole. Si fece portare su alcune delle salite più epiche del Messico, la sterrata che sale sui 4.631 metri del Nevado de Toluca e la strada di montagna che attraversa il parco Desierto de Los Leones, alla periferia di Città del Messico, e arriva a 3.065 metri sul livello del mare.  Quando ha compiuto quindici anni, Isaac ha dovuto prendere la decisione più importante della sua vita. Aveva già capito che rimanendo in Messico non sarebbe mai diventato un ciclista professionista. Gli parlarono di un annuncio della AR Monex, continental messicana con sede a San Marino. Quando gli dissero che aveva superato le selezioni, Isaac seppe immediatamente che la sua vita sarebbe cambiata per sempre. Lasciò tutto, famiglia, scuola e amici, e si trasferì in Europa. [per intero qui]

Isaac ha vinto il Tour de l’Avenir. Ci sono stati solo sette corridori nella storia che poi hanno mantenuto la promessa al vero Tour de France. Felice Gimondi fu il primo ad annunciarsi all’Avenir e prendere la maglia gialla fra gli adulti. Fece tutto nel giro di un anno. Nel ‘64 era il più bravo dei piccini, nel ‘65 si lasciò alle spalle i grandi. Joop Zooetemelk è quello che ha impiegato più tempo a colmare il divario [1969-1980], dopo sono venuti Greg LeMond [1982-1986], Miguel Indurain [1986-1991], Egan Bernal [2017-2019] e Tadej Pogačar [2018-2020].

A quell’edizione del 2018 corse pure Jonas Vingegaard, ma non lasciò alcuna traccia. Faceva parte della nazionale danese velocissima nella cronosquadre di Orleans, ma quel giorno il fenomeno sembrava Mikkel Bjerg. Il Belgio si aspetta che arrivi presto l’avvenire di Cian Uijtdebroeks [edizione 2022] giacché un trionfo al Tour manca dai tempi di van Impe [1976]. Ma noi adesso cominceremo a guardare che combina il giovane messicano al Giro, con la sua condotta aggressiva e spregiudicata

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Il Messico e la cultura della bicicletta

Le prime biciclette in Messico si chiamavano celeriferos e quando arrivarono dall’Europa portarono stupore. Erano uno strano congegno dinanzi al quale i cani abbaiavano e i cavalli si impennavano. Le persone più timorose si nascondevano e gli scandalizzati, credendo si trattasse di un aggeggio partorito dal diavolo, tiravano pietre sul suo cammino.

I versi del poema Las Bicicletas sottolineano l’impatto e l’accettazione: Di tutte le mode arrivate da Parigi e da New York, ce n’è una che spicca, una che spicca. Son quelle biciclette che vanno da Plateros a Colón, e per loro ho dimenticato il mio cavallo e la mia sella

A poco a poco la bicicletta avrebbe rimpiazzato il mulo e l’asino, diventando il mezzo di trasporto ufficiale per i poliziotti e i postini, l’idraulico e l’esattore delle tasse. La vecchia immagine del venditore ambulante di latte che pedala con il suo bidone da un litro è ancora diffusa in molti paesi della provincia, dove esistono tricicli che hanno una specie di piattaforma nella parte anteriore. Consente di trasportare oggetti più grandi e pesanti, come grossi pezzi di ghiaccio e la macchina per tritarlo, così da vendere in strada pure bibite fresche insieme con hot dog e tacos.

Negli ultimi sei anni l’uso delle biciclette in Messico è cresciuto del 71 per cento. È nato un centro comunitario che si chiama Bicicultura. Amarilis Horta Tricallotis è stata l’animatrice: docente presso un’università privata, ha un dottorato di ricerca in filosofia, è una traduttrice dall’ungherese, redattrice letteraria e responsabile culturale, attivista per la bicicletta. Gira le città dell’America Latina predicando i concetti di mobilità sostenibile. Dice che la cultura della bicicletta in Messico è un movimento di liberazione [una sua intervista a Magìs]

Bentornato Wout

Ma soprattutto. Dopo quattro secondi-posti e tre piazzamenti da quarto nelle Classiche, l’incantevole Wout Van Paperinaert è tornato a vincere una corsa. L’ultima era stata il 27 agosto a Balona, Vuelta di Spagna, sette giorni prima del ritiro a Lagos de Covadonga e la chiusura della stagione. Forse il più muriano dei corridori d’oggi s’è ritrovato nella polvere delle strade bianche di Siena. 

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Stefano Zago su Al Vento racconta la scena: Le mani, lentamente, disvelano il volto e lì sopra, sulla pelle, tenuto assieme dal sudore, c’è il bollo della polvere. Quell’uomo, nella polvere, è tornato a riveder le stelle e ora ha gli occhi chiusi, mentre i muscoli del viso suggeriscono un pianto che non vuole arrivare. Wout van Aert ha conquistato la nona tappa del Giro d’Italia, ha abbracciato il caos e, a Siena, in piazza del Campo, si è buttato a terra, a riprendere fiato. I cinque settori di sterrato, da Gubbio a Siena, hanno concesso più volte questa possibilità, in un rimescolarsi da girone dell’Inferno dantesco di possibilità e strategie. Fino a mandare a quel paese le seconde e a prendersi l’anarchia

Giovanni Battistuzzi su Giro di Ruota dice che ha vinto di testardaggine e di resistenza, per una volta mettendo da parte la sua baldanzosa generosità in favore di un modo di correre furbo e placido. Wout van Aert si è accasciato sul selciato di piazza del Campo di Siena. Si è lasciato andare alla sfinitezza. La salita di via Santa Caterina questo provoca. Respiro affannato, occhi chiusi, mani sul volto. Quando si è alzato era contento. Ma di una contentezza stramba. Una contentezza vaga come certe teorie. Il suo volto era turbato da domande senza risposta, di quelle che non è il caso di farsi in certi momenti. Perché non è il caso di rovinarsi la libidine della gioia di un ritorno. C’erano ombre che scurivano la felicità. Quasi se la sua mente continuasse a inseguire pensieri ai quali non riusciva nemmeno a prendere la scia tanto erano veloci

Battistuzzi si pone allora la domanda delle domande: Come mai Wout van Aert non è riuscito in carriera a vincere una grande classica del Nord? La risposta è andata in mondovisione da Siena al Giro d’Italia. C’è troppa testa in Wout van Aert. Ci sono troppe domande a cui vorrebbe dare risposta. Troppe domande a cui non riesce a trovare risposte. La testa di Wout van Aert è un complesso jazz con troppi strumenti che a volte cozzano tra loro. Intelligenza, dicono. A volte a menar pedali servirebbe però anche l’intelligenza di lasciar andare le cose.

Oh, finalmente, sospira Cristiano Gatti su Tuttobici dopo aver scritto nei giorni scorsi di immobilismo e noia:Così si fa. Questo si intendeva. Adesso, se Dio vuole, possiamo chiamarlo Giro d’Italia. Senza vergogne e senza imbarazzi. D’altra parte, se non si danno una mossa da soli, basta mettere la ghiaia sotto le ruote e la polvere in faccia per vederli saltare come grilli. Strade bianche e strade rosa, dopo otto tappe di nulla, finalmente una tappa. La Tappa. Rivedere le cadute e le forature (leggi quel poveraccio di Roglic), rivedere il duello tra Del Toro e Van Aert sulla rampa finale nel cuore di Siena (pulsazioni a duemila, voto undici), e alla fine guardare la nuova classifica, tutto questo rivedere porta a una sola conclusione, anzi alla più solare conferma: al giorno d’oggi, una Strade Bianche può incidere e lasciare il segno molto più di tanti passi alpini.

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